MÉXICO Y REVOLUCIÓN: Diego Rivera – I parte

di Matteo Antonin

Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez, conosciuto più semplicemente come Diego Rivera, fu uno dei più grandi artisti messicani del secolo scorso.

Pittore e muralista, rivoluzionario e attivista politico, nacque a Guanajuato nel 1887.

Fin dalla più tenera età Diego venne da subito considerato un prodigio: a soli nove anni chiese di essere mandato in una scuola d’arte e a partire dal 1896 iniziò a prendere lezioni notturne nell’Accademia di San Carlos a Città del Messico. A vent’anni, nel 1907, salpò verso l’Europa e trascorse un anno in Spagna, trasferendosi poi Parigi fino al 1921, luogo nel quale conobbe e frequentò artisti e intellettuali tra cui Picasso, Apollinaire e Modigliani.

Tornato in Messico, nel 1922 si iscrisse al Partito Comunista Messicano, convinto, anche alla luce dell’esperienza europea, della necessità di un’arte nuova: popolare, rivoluzionaria e specificamente messicana.

Nel 1923, in seguito alla massiccia proliferazione di organizzazioni operaie e contadine dopo la rivoluzione del 1910, fondò con altri artisti militanti il sindacato dei tecnici, pittori e scultori.

Rivera sognava un’arte nuova, completamente differente da quella europea, che riuscisse a esprimere a pieno la vera essenza del Messico, la mexicanidad, sorta di malinconico orgoglio ribelle mai domo. La nuova arte doveva avere una funzione educativa, sociale e rivoluzionaria, e pertanto non poteva rimanere chiusa nei musei, ma doveva essere visibile a tutti.

Da questa convinzione nacquero i suoi murales, dipinti a partire dal 1923 sulle facciate degli edifici pubblici di Città del Messico.

Nel manifesto degli artisti iscritti al sindacato emerge chiaramente la loro concezione dell’arte, la stretta connessione che essa doveva intrattenere con l’azione politica e il loro fervore nazionalistico per l’arte messicana e l’orgoglio per le sue origini precolombiane: «[L’arte] messicana è grande perché nasce dal popolo; è collettiva e il nostro stesso obiettivo estetico è di socializzare l’espressione artistica e di distruggere l’individualismo borghese. Ripudiamo la cosiddetta arte da tavolozza e tutte quelle forme artistiche che scaturiscono dai circoli dell’ultraintellettualità, perché essa è essenzialmente aristocratica. Salutiamo l’espressione monumentale dell’arte, perché quest’arte è di proprietà pubblica».1

Diego era impulsivo, irruente e passionale, e sebbene fosse iscritto al Partito Comunista, il suo carattere ribelle lo avvicinava più a un anarchico che a un burocrate di partito. Anche la sua arte è ribelle e passionale: i suoi affreschi sono potenti, vitali, colorati, e spesso ritraggono scene della rivoluzione messicana di inizio secolo con uno stile semplice e diretto, accessibile alle masse.

Anticonformista e imprevedibile, Diego aveva una coerenza tutta sua che di rado coincideva sia con la morale comune che con le posizioni del partito.

Nel 1927 fu invitato in Unione Sovietica per le commemorazioni del decimo anniversario della rivoluzione d’ottobre in quanto membro della delegazione messicana dei “lavoratori e contadini”, e gli fu commissionato un affresco nella sede dell’Armata Rossa. L’affresco non fu tuttavia mai realizzato per alcuni ostacoli di ordine burocratico, da imputare principalmente allo stile personale di Rivera, alla sua arte colorata, coinvolgente e appassionata, incompatibile con il freddo realismo socialista.

Oltre alla pittura e alla politica Diego aveva una terza grande passione: le donne. Personaggio di grande fascino e carisma, nonostante l’innegabile bruttezza, per lui fare conquiste non era un problema. Nella sua vita ebbe varie mogli e innumerevoli amanti, tra le quali quasi tutte le modelle

che posarono per lui: il suo era un fascino magnetico, prepotente.

Nel suo libro Frida, Hayden Herrera, critica d’arte e massima esperta di Frida Kahlo (famosa pittrice messicana, per due volte moglie di Rivera e suo unico grande amore), descrive il pittore in questi termini: «Sebbene fosse innegabilmente brutto, attirava le donne come una calamita attira gli spilli. […] Ma l’attrattiva più grande era la sua personalità. Era un principe ranocchio, un uomo straordinario, pieno di humour brillante, di vitalità, di seduttività. Sapeva essere tenero e profondamente sensuale».2

Aveva però anche un temperamento passionale e violento: una volta, a una festa a casa della fotografa Tina Modotti, Diego, ubriaco, sparò con la pistola contro un fonografo, colpevole soltanto di non funzionare bene.

Forza e tenerezza, dolcezza e vigore, estro e follia.

Nel 1928 Rivera incontrò la pittrice Frida Kahlo, che dipingerà nelle vesti di una militante comunista che distribuisce armi agli insorti nella sezione Insurrezione della serie di murales intitolata Ballata della rivoluzione proletaria, al terzo piano del Palazzo dell’Educazione di Città del Messico. Nel dipinto compaiono anche altri militanti comunisti, come Tina Modotti, il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella e il pittore muralista David Alfaro Siqueiros.

Poco tempo dopo Diego sposò Frida Kahlo, il 21 agosto 1929.

Il matrimonio fu passionale ma tormentato, caratterizzato dall’inguaribile infedeltà di Diego e dalle sue frequenti scappatelle. Bertram Wolfe nella biografia di Rivera a tale proposito commenta:

«Come è naturale con due caratteri così forti come i loro, entrambi totalmente diretti dall’interno, imprevedibili negli impulsi e intensamente sensibili, la loro vita insieme fu tempestosa».3

L’imprevedibilità di Diego, il suo non voler essere subordinato a niente e nessuno, lo portò nel mirino dei fedelissimi di Stalin: il suo temperamento anarchico non piaceva ai burocrati del partito. Sebbene ne fosse il segretario, il compagno Diego Rivera iniziò a venire accusato di deviazionismo controrivoluzionario: l’amicizia con un funzionario del governo, il fatto di essere pagato per i suoi murales da un governo considerato reazionario o i suoi collegamenti con altri gruppi di sinistra e con personaggi lontani dall’ortodossia comunista gli costarono la fine di ogni rapporto col Partito Comunista Messicano.

Pittore da milionari e agente del governo per i comunisti, agente della rivoluzione e pericoloso bolscevico per la destra, Rivera veniva accusato di tutto e del suo contrario da entrambe le parti.

Il 3 ottobre 1929 Diego, nella veste di segretario del Partito, presiedette la riunione che doveva decretare la propria espulsione, recitando una paradossale scenetta, così descritta dal militante e scrittore Baltasar Dromundo: «Diego arrivò, si sedette, tirò fuori una grossa pistola e la mise sul tavolo. Poi la coprì con un fazzoletto e disse: “Io, Diego Rivera, segretario generale del Partito Comunista Messicano, accuso il pittore Diego Rivera di collaborare con il governo piccolo-borghese del Messico e di aver accettato l’incarico di dipingere le sale del palazzo Nazionale di Città del Messico. Tale condotta va contro la linea politica del Comintern e pertanto il segretario generale del Partito Comunista, Diego Rivera, deve espellere dal Partito Comunista il pittore Diego Rivera”. Diego dichiarò la propria espulsione, si alzò, rimosse il fazzoletto, raccolse la pistola e la spezzò. L’arma era di argilla». 4

L’espulsione di Rivera dal partito sancisce anche la fine della sua amicizia con molti compagni, tra cui Tina Modotti, che aveva posato per lui e con la quale Diego aveva avuto anche una relazione, aiutandola e difendendola pubblicamente in alcuni momenti difficili: «Penso che l’uscita dal partito farà più danni a lui che all’organizzazione» scrisse la Modotti in una lettera «Sarà considerato un traditore. Non c’è bisogno di aggiungere che io lo considererò tale […]».5

Era giunto il momento di cambiare aria. Nel 1930 Diego, insieme alla moglie Frida Kahlo, partì per gli Stati Uniti, accettando una nuova, ambiziosa sfida: dipingere dei murales nel regno del libero mercato: arte proletaria di dichiarata ispirazione marxista sponsorizzata dai grandi signori del nuovo capitalismo industriale.

Trovate la seconda parte dell’articolo qui

NOTE

1. Cit. in H. HERRERA, Frida. Vita di Frida Kahlo, B.C.Dalai Editore, Milano, 2010, p. 62.

2. Ivi, p. 64.

3. Cit. in ivi, p. 80.

4. Cit. in ivi, p. 76.

5. Ibidem.

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Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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