Arte e Rivoluzione in Benjamin e Adorno

di Matteo Antonin *

Può l’arte essere autenticamente rivoluzionaria? Può in qualche modo smuovere le coscienze, guidare le masse, portare messaggi, essere di ispirazaione a movimenti politici o ideologici? E nel caso che un’arte popolare e rivoluzionaria sia possibile, come potrebbe sottrarsi al contempo a quel processo di reificazione che la inserisce, in quanto oggetto fruibile ed acquistabile, all’interno dei meccanismi economici di quello stesso sistema che cerca di combattere?

Due grandi filosofi si sono interrogati su questi quesiti: Water Benjamin e Theodor Adorno. Pur appartenendo entrambi alla cosiddetta “scuola di Francoforte”, un gruppo di filosofi e sociologi legato all’Institut für Sozialforschung dell’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno, i due elaborarono teorie differenti, sostenendo a questo proposito posizioni diametralmente opposte.Fin dai suoi primi studi sulla nascita della fotografia (Piccola storia della fotografia, 1931) Benjamin si era interessato alla tensione tra la nuova forma d’arte nascente (la fotografia) e quella vecchia (la pittura): secondo il filosofo nella fotografia l’opera d’arte inizia a perdere la dimensione ineffabile e sacrale dell’hic et nunc, ovvero perde la sua aura.

La metafora rimanda a Charles Baudelaire: già nel 1869 il poeta francese aveva pubblicato un poemetto intitolato Perdita d’aureola, nel quale scriveva:

Poco fa nell’attraversare il Boulevard, in gran fretta, mentre saltellavo nel fango tra quel caos dove la morte giunge al galoppo da tutte le parti tutt’in una volta, la mia aureola è scivolata, a causa d’un brusco movimento, giù dal capo nel fango del macadam.

Il poeta, con l’immagine dell’aureola caduta nel fango, perde la sua dimensione lirica e sacrale: per Benjamin Baudelaire è il primo ad intuire il declino della figura del poeta vate, esprimendo allegoricamente nella sua lirica la spinta, della quale era testimone, verso la cosiddetta modernità.

Una volta persa la dimensione sacrale dell’aura, la quale frapponeva distanza tra l’opera d’arte e colui che ne godeva, essa può essere per la prima volta posseduta e riprodotta.

Questa è per Benjamin una svolta epocale. Nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), il filosofo si interroga, alla luce della diffusione della fotografia e del cinema (i quali hanno nel un ruolo centrale, a causa del loro carattere popolare), sul pericolo della industrializzazione e mercificazione dell’arte.

Walter Bendix Schoenflies Benjamin (1892 – 1940)

Tuttavia, nonostante Benjamin ritenga che un’arte subordinata alla logica del profitto divenga un feticcio legato alla merce, dotato di un’aura postuma e fittizia, giudica il processo di riproducibilità (e quindi la fotografia come mezzo tecnico di riproduzione dell’arte) come positivo, qualora l’arte riproducibile venga politicizzata.

Tecnica e riproducibilità non devono quindi essere subordinate alla logica di mercato, ma esse devono essere dei mezzi declinati in una dimensione politica, didattica, sociale, culturale e informativa. Benjamin auspica una funzione pedagogica dell’arte attraverso la tecnologia, in un’ottica di educazione delle masse e come mezzo per determinare un preciso agire sociale.

La nuova arte, suo malgrado mercificata nel suo essere riproducibile, si riscatta in una dimensione pratica, politica e sociale: essa deve smuovere le masse, farle riflettere. La sua riproducibilità è accessibilità, democratizzazione.

Di tutt’altro avviso fu invece Adorno. Filosofo e musicologo, egli criticò aspramente Benjamin e la sua distinzione tra un’arte assoggettata al sistema (Benjamin cita ad esempio la fotografia nella pubblicità) e un’arte autentica, politicizzata, capace di smuovere le masse: il nuovo sistema capitalistico-industriale ingloba infatti ogni cosa, alimentandosi e fagocitando anche ciò che apparentemente sembrerebbe andargli contro. Secondo Adorno Benjamin pecca di ingenuità: le coscienze del proletariato che nelle teorie di un’arte “del popolo” dovrebbero recepire le opere artistiche politicizzate sono in realtà già “precostituite” dal sistema: il collettivo non è cioè in grado di valutare e recepire l’arte, in quanto i suoi gusti e le sue scelte, per quanto egli si creda libero, sono standardizzate e pilotate dal mercato e dal sistema, il quale “addormenta” le coscienze.

Per Adorno non esiste alcun soggetto rivoluzionario forte capace di sovvertire gli ordini sociali, anche se adeguatamente guidato da un movimento artistico autenticamente rivoluzionario, poiché non esiste – salvo rarissimi casi – una coscienza che non sia stata ancora contaminata dal sistema capitalistico industriale.

Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno (1903 – 1969)

Il filosofo propone, di contro all’arte pragmatica e politicizzata di Benjamin, un’arte solipsisticamente negativa, un’arte della non-prassi. Solo in un tipo di arte di questo genere ci potranno essere scintille di libertà vera.

Adorno, nella scia degli studi sulla riproducibilità dell’opera d’arte, si sofferma sulla musica, da lui intesa, come d’altra parte l’arte tout court, come un qualcosa di estremamente elitario. Secondo il filosofo la musica non può fare altro che rappresentare al suo interno e nel proprio linguaggio le contraddizioni della società: tuttavia questa rappresentazione deve essere indiretta, criptica, il che porta l’arte a diventare patrimonio esclusivo dei soli esperti, coloro che la sanno leggere e comprendere.

Nei suoi saggi musicologici Adorno esalta il concetto di musica come luogo di conoscenza, opponendosi alla musica mercificata e standardizzata della radio e del jazz (da lui inteso come emblema della musica commerciale).

L’unica arte possibile è dunque un’arte completamente refrattaria al mercato: Adorno a tale proposito parla di musica difficile, dissonante, non divulgabile, cacofonica, elitaria (l’esempio è la musica dodecafonica di Arnold Schönberg): un tipo di arte che crea conoscenza e pretende conoscenza e coltezza nell’ascoltatore.

In un sistema che ha reso feticcio la realtà e apparenza la verità solo la musica che non dà serenità, rilassamento o distrazione incarna la possibilità di sovvertire le apparenze di felicità imposta di una società fasulla, gettando le basi per un nuovo ordine sociale.

Questa musica nuova e radicale provoca nell’ascoltatore non una conciliazione, ma una rottura, uno straniamento, svolgendo una sorta di azione guastatrice: spaesando, inquietando, facendo sorgere domande. Ovviamente soltanto per coloro che hanno gli strumenti conoscitivi per comprenderla.

Due filosofi, due riflessioni estetiche differenti, ognuna con punti di forza e punti deboli: da un lato un’arte rivoluzionaria che si apre alle masse per essere comprensibile al collettivo (su questo spazio abbiamo parlato sia di Bansky che di Diego Rivera e Tina Modotti, i quali si possono sicuramente inserire in una prospettiva estetica benjaminiana); dall’altra un’arte completamente autonoma dal collettivo, che attraverso una dialettica negativa apre al singolo (ma a lui soltanto) nuove possibilità di riflessione.

* questo post riprende e riassume in parte alcune lezioni universitarie di estetica del Prof. Giovanni Gurisatti, alle quali ho avuto l’onore e il piacere di assistere.

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Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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28 risposte a Arte e Rivoluzione in Benjamin e Adorno

  1. El_Pinta ha detto:

    Senza dubbio l’opera di questi due pensatori costituisce un campo di forze entro cui la riflessione estetica si è collocata lungo tutto il ‘900 fino ad oggi. Tanto Benjamin quanto Adorno esprimono posizioni complesse che non possono essere rifiutate in toto, anche se penso che un certo adornismo militante, soprattutto in Italia, abbia generato molti più danni che non fruttuose direzioni di ricerca.
    In particolare per aver ignorato i modi in cui si è affermata la cultura di massa nella sua declinazione pop-olare, una postura critica che ha grandi responsabilità anche nel decadimento del panorama culturale italiano, troppo spesso chiuso nelle sue cittadelle e sordo a determinati fenomeni.
    Di maggiore utilità mi pare la posizione di Benjamin, poiché apre all’arte una dimensione “politica” che sopravvive al proprio contesto marxista e materialista ed alla propria vocazione pedagogica, che rischia di sfociare nella propaganda, per aprirsi alla dimensione dell’etica della forma, che rappresenta, a mio avviso, la sola ed unica, autentica, dimensione politica dell’opera d’arte.

  2. Giada ha detto:

    Ritengo che la visione di Benjamin sia, in un certo senso, quella più auspicabile, dal momento che lascia, nella condizione attuale della realtà artistica e culturale, uno spazio di libertà nella fruibilità dell’opera d’arte, nella possibilità di impegnarla in un progetto politico concreto che si sleghi dalle logiche di mercato e quindi di mercificazione e profitto, nemiche dell’autenticità che dovrebbe essere propria dell’arte stessa. D’altro canto mi sento purtroppo più vicina, per la poca conoscenza che posso avere delle profonde e complesse analisi dei due filosofi, alla visione adorniana. La riflessione critica rispetto agli spazi che si definiscono, nella nostra epoca, critici o di “opposizione” è necessaria. Così come necessario è chiedersi se gli spazi di libertà di pensiero, di scrittura, di pittura, di arte in generale siano davvero tali o siano semplicemente, come riteneva Adorno, isole che solo apparentemente riescono ad emanciparsi da quella che lui stesso definiva “industria culturale”, confermando invece con la propria esistenza, purtroppo spesso innocua, la totalità omnicomprensiva del sistema capitalistico stesso. Che la potenzialità di un messaggio stia nella sua opposizione dialettica allo stato di cose è vero, ma non solo; essa a mio avviso risiede anche nella possibilità reale di comprensione e quindi fruizione da parte del pubblico dell’opera d’arte stessa, non solo nella vastità della sua diffusione.
    Banalizzando, ci sono persone che trovano i graffiti sui muri un segno di incivilità, ci sono persone che nemmeno li notano quei segni colorati in mezzo alle caotiche visioni di insegne e pubblicità, altre che passano e pensano che in fondo sono anche piacevoli da vedere, parte dello scenario metropolitano, altre ancora che vedendo una città cosparsa di graffiti pensano al tentativo, dal basso, di riappropriazione di una parte sociale degli spazi urbani.
    Esasperando, preferirei abbracciare la visione “utopica” benjaminiana, sperare che arte e cultura abbiano ancora e sempre più, attraverso l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione e le nuove tecnologie, una forza rivoluzionaria, d’altro canto non posso che leggere la realtà odierna attraverso lo sguardo “distopico” adorniano, dove gli spazi forse liberi sono pochi o nulli, e le persone in grado di comprenderli ancora meno.

  3. matteo ha detto:

    Io credo che, come è stato sottolineato sia da Giada che dal Pinta, la questione sia complessa e che entrambe le due posizioni siano forse rispettivamente troppo ottimistiche o troppo radicali. Difficile a mio avviso credere ai giorni d’oggi in un’arte capace di smuovere le coscienze, così come in un collettivo capace di prenderla a guida, forse perché rispetto ai tempi di Benjamin e Adorno è proprio il concetto di collettivo politicamente attivo ad essere inattuale. Difficile poi affrontare il discorso della mercificazione dell’arte, del suo inserimento nel mercato e nel sistema economico-capitalistico anche nel suo voler essere “contro” (in questo senso il discorso della “street art” è molto interessante, in quanto essa è gratuita, accessibile, non acquistabile e non riproducibile…..anche se è fotografabile e quindi siamo da capo comunque…..di libri sulla street art sono piene le librerie, come di t-shirt o cartoline….).
    D’altra parte il discorso di Adorno mi sembra troppo radicale, in quanto sottovaluta il potere dei movimenti politici e degli “spazi di libertà” per tutti e di tutti, per quanto piccoli possano essere….inoltre non credo che la figura dell’intellettuale “arroccato” all’interno delle Università sia proficua, ma auspicherei una “popolarizzazione” della cultura in senso più ampio possibile….anche se arriva poco e male almeno arriva.
    In questo senso forse mi ritrovo più in un’ottica benjaminiana…
    Va detto però che la visione di Adorno di un sistema che “ingloba” tutto (tempo lavorativo e tempo libero) e che addormenta le coscienze non è da sottovalutare (bellissimo il capitolo sull'”industria culturale” in “Dialettica dell’illuminismo”), perché se la portata rivoluzionaria dell’arte nel suo essere accessibile a tutti perde di potenza e intensità (una sorta di democrazia del gregge) il suo potere di cambiamento viene totalmente meno.

  4. El_Pinta ha detto:

    Problema: occhio a non polarizzare troppo la questione intorno ai fuochi del discorso. Si rischia di finire in una logica di opposizione tra due distillati di pensiero che non permettono di capire la reale portata della questione.
    Continuiamo a muoverci nel solco dell’esempio della street art, Matteo non coglie nel segno quando dice che questa è arte “non acquistabile” (http://www.studiocromie.org/index.php) e “non riproducibile”. Le tecniche stesse della street art, stencil, sticker art e altre, sono per loro natura seriali e non possono essere ricondotte solo al graffito o alla pittura murale altrimenti non se ne capiscono certe specificità. Anche la tag, che deriva direttamente dalla comunicazione pubblicitaria, risponde a logiche di naming e branding che sono direttamente connesse alla sua natura riproducibile. Attenzione a non cadere in semplificazioni retoriche facili, perché il fenomeno complesso intrattiene profondi rapporti con la comunicazione pubblicitaria e le sue dinamiche, e proprio per questo motivo è particolarmente interessante come esempio di arte dagli spiccati tratti di riproducibilità.
    Quello che rende “politica” e antagonista la street art è il rapporto che si crea tra le sue forme e la comunicazione urbana, intesa come comunicazione di primo e secondo grado che si stratifica sula topografia della città (In questo gli studi di Gianfranco Marrone sulla semiotica dei sistemi urbanistici sono fondamentali. Li trovate qui http://www.ec-aiss.it/)
    Benjamin aveva già colto questa tensione tra ripetibilità e artisticità nel momento in cui essa stava nascendo. Non a caso è sul cinema, che si afferma come intrattenimento popolare e arte nello stesso tempo (arte-industriale), che si sviluppa una parte della riflessione del filosofo tedesco. Poiché nel cinema c’è un’artisticità che travalica il contenuto della pellicola, e si specifica nei termini di quella fotgenìa di cui parla se non sbaglio Epstein. Dove si intende per fotogenìa la capacità del cinema di aprire una dimensione estetica a partire dagli oggetti quotidiani e banali.
    Ed è proprio questa dimensione quotidiana e popolare che la tesi di Adorno porta a rifiutare, creando, a mio avviso, disgrazie critico-teoriche importanti. Prima fra tutte, la completa sottovalutazione della cultura pop-olare come parte dei processi culturali, che è poi la riproposizione della dicotomia tra cultura alta e bassa.
    Una dicotomia che, alla prova dei fatti, si dimostra fallimentare: un esempio divertente sono gli studi sulla lettura ai tempi della Rivoluzione Francese di Robert Darnton, dove si dimostra come, sull’immaginario del popolo in rivolta, abbiano pesato maggiormente i fuilletton sangunolenti piuttosto che i testi dell’Illuminismo.
    Di questa questione a me pare che fornisca buoni elementi di sintesi la riflessione iniziata da Wu Ming1 inNew Italian Epic dove si tenta proprio si superare una concezione della pratica artistica pensata nei termini di una artisticità autoreferenziale, affermando che è necessario stare nel pop in maniera conflittuale, cioè producendo narrazioni fruibili da un vasto numero di persone evitando la riduzione della complessità. Di nuova, la dimensione politica dell’arte coincide, in tutto e per tutto, con la sue dimensione fomale…

  5. philomela997 ha detto:

    Ciao a tutti cari colleghi! 😀
    Io non ho purtroppo una conoscenza approfondita della scuola di Francoforte. Non ho letto nulla di Benjamin ma per la mia tesi di laurea ho approfondito il concetto di industria culturale studiando la Dialettica dell’Illuminismo (Horkheimer e Adorno), e ora sto sfogliando L’uomo a una dimensione di Marcuse.
    Secondo i due testi dei quali ho conoscenza diretta, mi sembra (e dico mi sembra perchè si tratta complessi che possono essere interpretati anche in modi differenti) che il problema dell’arte, e della cultura in generale, sia congenito alla società industriale, occidentale, capitalista, dei consumi o delle ICT (comunque la vogliamo chiamare).
    Ovvero: in questo tipo di società è in atto un processo di decadimento del valore in favore dell’intrattenimento, del divertimento.
    Nella società odierna l’arte ha principalmente 2 scopi: vendere e intrattenere.

    Il problema dell’industria culturale è che tende a inglobare anche le opposizioni.
    Marcuse sostiene che un’opposizione vera e autentica al sistema debba partire da un punto di vista esterno, altrimenti sarà destinata a fallire prima ancora di essere esposta.

    Io credo fermamente che la soluzione si trovi nell’arte, in un’arte che non si limiti a intrattenere ma veicoli contenuti carichi di valore senza paura, anche senza vendere un pezzo.
    Per questo forse il web offre una grande opportunità “rivoluzionaria”, perchè è sede di condivisione di quelle opere prodotto non da autori prezzolati, che in qualche maniera sono schiavi di coloro che li pagano, ma da gente normale, che lavora per mantenersi e condivide le proprie idee, libere e senza compromessi.

    Questo però non basta, naturalmente……. se mi verrà in mente una soluzione illuminante la condividerò subito con voi!! 😛

  6. El_Pinta ha detto:

    Allora, io non ho letto Marcuse e quindi mi appoggio al commento di philomela qui sopra e mi domando: quale sarebbe il punto di vista esterno al sistema entro il quale dovremmo collocarci per dare vita a forme di resistenza? A mio avviso non esiste, perché in un modo o nell’altro siamo tutti già dentro il sistema, al massimo possiamo essere “dentro e contro”.
    L’esempio del web mi pare utile per chiarire il punto. Certo il web permette di comunicare in maniera “rivoluzionari”, offre una possibilità di espressione e di elaborazione di pensiero critico anche a chi non si occupa di fare ricerca per mestiere, ma è allo stesso tempo il prodotto di uno sfruttamento feroce e prono alle logiche del capitalismo, anzi è ancora peggio perché la Rete (e il digitale) diventa spesso un feticcio che nasconde i rapporti economici che ne permettono il funzionamento. Eppure per chi si occupa di cultura è praticamente impossibile non starci dentro, poiché è in Rete che avvengono i dibattiti più significativi.
    Spesso chi si dichiara estraneo a queste logiche lo fa per sostenere una posa: moltissimi strenui oppositori di Facebook lurkano i loro amici con profili fake…
    Da qui la necessità di stare “dentro e contro” i fenomeni culturali, poiché questi sono già inseriti in un “sistema”. Quando philomela dice che si produce arte con lo scopo di vendere e intrattenere ha certamente ragione, ma in questo discorso si perdono due aspetti che ritengo importanti: in primo luogo produrre l’arte costa tempo, fatica e soldi. Io non vedo nulla di sbagliato nel vendere la propria arte, se questo serve a poterla produrre, viviamo in un sistema economico di mercato, e permettersi di fare l’artista ha dei costi che bisogna sostenere. Banalmente, moltissimi scrittori importanti si sono mantenuti scrivendo romanzi rosa sotto pesudonimo e non mi pare un gran peccato 😉
    In secondo luogo non dimentichiamo che nelle maglie dell’intrattenimento c’è sempre spazio per appropriazioni creative ed artistiche dei contenuti, come insegna molta sociologia anglosassone degli ultimi anni (vedi il solito, stracitato, Jenkins, ma anche il nostrano Regazzoni).
    Insomma, secondo me quella del fuori dal sistema è un’illusione molto anni ’60, strettamente legata al contesto della guerra fredda

  7. matteo ha detto:

    @ el pinta: in effetti non avevo pensato né agli stencil, né alla sticker art e alle altre forme artistiche silmili….Proponendo questo post non volevo comunque parlare di street art (forse l’esempio non è stato dei migliori…) ma di ciò che tu accenni nella seconda parte del commento, ovvero della possibilità edv eventuale necessità di una “dimensione quotidiana e popolare ” dell’arte, in generale.
    Sono d’accordo con te nel ritenere la “dicotomia tra cultura alta e bassa” proposta da Adorno come da superarsi in quanto nociva e controproducente, tuttavia ritengo che sia necessario anche riflettere sulla necessità di una dimensione qualitativa e di consapevolezza: se sull’immaginario del popolo in rivolta durante la Rivoluzione francese hanno pesato maggiormente i fuilletton sangunolenti piuttosto che i testi dell’Illuminismo ben venga (la causa era giusta), ma bisognerebbe anche vedere come e perché. Su quali tipo di coscienze, e soprattutto a che livello di consapevolezza e riflessione…
    Sul nobile scopo di “stare nel pop in maniera conflittuale, cioè producendo narrazioni fruibili da un vasto numero di persone evitando la riduzione della complessità” mi trovo totalmente d’accordo, ma una piccola vocina adorniana che non riesco a mandare via mi rende purtroppo un po’ scettico sul fatto che ciò sia possibile… 😉

  8. matteo ha detto:

    @ philomela997: sempre quella vocina adorniana mi suggerisce che, sebbene come dici tu il web “è sede di condivisione di quelle opere prodotto non da autori prezzolati, che in qualche maniera sono schiavi di coloro che li pagano” (ed è certamente vero) mi verrebbe anche da dire che è anche lo spazio in cui ognuno dice quello che vuole senza alcuna competenza, il luogo del gossip condiviso, della perdita di tempo e dell’industria culturale in senso proprio.
    D’altra parte è anche vero, come dice el pinta, che è in rete che avvengono i dibattiti più interessanti e che noi stessi con questo progetto stiamo cercando di creare uno spazio “di qualità” NEL web…
    Credo quindi che non sia il mezzo il problema, ma come sempre l’uso che se ne fa e la coscienza personale.
    In questo senso suggerirei, partendo dal presupposto che concordo col pinta nel dire che “siamo tutti dentro il sistema”, una politica del “meno peggio”: conoscere la situazione, analizzarla e cercare di combatterla, nel nostro piccolo, dall’interno.

  9. El_Pinta ha detto:

    L’esempio è, al contrario, straordinariamente interessante, perché stiamo parlando di una forma d’arte che è nel contempo “dentro e contro”: dentro il sistema della comunicazione delle cui tecniche si nutre e contro, perché le usa in modo da produrre arte fruibile da tutti senza dover per forza rientrare entro un meccanismo di pagamento.
    Credo che la tua vocina adorniana farebbe bene a ricordarsi di cose come la trilogia della Underground America di Ellroy, dei libri di Valerio Evangelisti, Wu Ming e del NIE tutto, di serie televisive come The Wire o Romanzo Criminale, giusto per citare qualche esempio qua e là (ma poteri metterci dentro i dischi di 99posse e assalti frontali, o un film come This is England.
    Insomma, per me, alla prova dei fatti, l’ipotesi adorniana sembra sempre meno sostenibile se non per sostenere una posa o un vezzo…

  10. matteo ha detto:

    Che tra le due sia la meno sostenibile sicuro, che sia troppo radicale lo ho già ammesso, che sottovaluti molte questioni macroscopiche anche, quindi credo detto ciò di poter dire senza pose né vezzi (che poi i filosofi siano altezzosi e aristocratici è risaputo 😉 ) che però alcuni suoi aspetti dei suoi scritti (industria culturale su tutto, ma anche l’idea di sistema totalizzante e inglobante) a mio giudizio sono molto acuti e brillanti, oltre che ancora oggi in parte validi….

  11. philomela997 ha detto:

    quote “Credo quindi che non sia il mezzo il problema, ma come sempre l’uso che se ne fa e la coscienza personale.”
    E questa tesi è molto popolare, oltre che molto condivisibile.
    Tuttavia: se attraverso un tubo sporco faccio passare acqua pulita, esce acqua sporca. Un semiologo di nome McLuhan diceva “Il medium E’ il messaggio”. Certo questo è estremo, ma c’è del vero. Una volta superata la reticenza iniziale di fronte a questo concetto si inizia a comprenderne la portata.
    Esempio: facebook è frivolo, qualunque contenuto veicoli. Non giusto o sbagliato, ma sempre frivolo, anche quando parla di bambini morti o cani abbandonati, la forma d’interazione che propone è un commento rapido o un clik su “mi piace”.
    Il web è un medium, ed è per eccellenza libero. Sul web tutti possono pubblicare tutto, senza censura. Anche nei paesi come la Cina (o in fututo l’italia, se continuiamo di questo passo), che oscura diversi siti, è possibile connettercisi ugualmente grazie a Thor _credo_ (un sistema che garantisce abbastanza bene l’anonimato, sovvenzionato da persone e istituzioni in tutto il mondo).
    Certo, il fatto che tutti possano pubblicare tutto crea una montagna immensa di spazzatura telematica, ma che importa?
    Secondo me è possibile che l’uscita dal sistema (se esiste) si collochi proprio sul web e in particolare nell’arte comunicata via web.
    Su internet è più semplice organizzare nuove periferie culturali, dove le idee corrano veloci e, forse, sfuggano al controllo e alle logiche del mercato

  12. matteo ha detto:

    @philomela997: Mi piace molto il tuo concetto di “periferia culturale”: riassume un po’ il senso che per me ha aver creato insieme agli altri questo spazio, che io – a prescindere dai discorsi sul medium che lo veicola e dall’essere dentro o fuori qualcosa – interpreto come un piccolo tentativo di “resistenza” (al disinteresse, all’appiattimento, all’apatia, ai valori di mercato e di denaro,all’abitudine, a tutto).
    Grazie di aver partecipato a questo interessante dibattito,
    matteo

  13. dimitrielmadany ha detto:

    Articolo e dibattito molto molto interessanti.
    L’uomo – diceva qualcuno, ed era uno saggio – è un animale educabile.
    Se volessimo adottare le categorie della logica hegeliana – e noi naturalmente le vogliamo adottare, poiché sono forse l’unica cosa buona che quel vecchio trombone ci ha lasciato – nell’approcciarci a questo thread dovremmo dire, parlando grossolanamente, che le posizioni di Adorno e Benjamin stanno l’una all’altra come la tesi all’antitesi, e che quindi vanno entrambe superate in una successiva sintesi, che dev’essere armonica ed esaustiva. Sia l’una che l’altra posizione presentano infatti degli evidenti limiti, legati alle rispettive concezioni dell’arte o della cultura che dir si voglia. Sempre grossolanamente, arte elitaria vs arte popolare, cultura alta vs cultura bassa, sono dicotomie fallaci più o meno come il fuorviante bush vs bin laden. La scelta, essendo mal posta, si rivela tragica, poiché qualunque sia il polo scelto, la decisione sarà errata. Da un lato, l’elitarismo solipsistico di Adorno isolerebbe l’individuo (colto) nella proverbiale torre d’avorio, condando le “masse” a un’ignoranza più o meno beata. Dall’altro, il pragmatismo politicizzato di Benjamin si proporrebbe di educare proprio quelle “masse”, ma nel farlo smarrirebbe l’individuo, che è invece la reale componente ultima della società. Due posizioni miopi. Certo tra i due mali è sempre meglio scegliere il minore, ed infatti in ottica hegeliana Adorno vestirebbe i panni della tesi, Benjamin quelli dell’antitesi. La sintesi, se vogliamo stirneriana, assomiglia alla consapevolezza che l’umanità vada educata senza sosta, all’arte, alla cultura, alla civiltà, ma che essa vada educata non in quanto “massa” – entità che non esiste, se non in fisica – bensì in quanto insieme di singoli individui, diversi tra loro e irriducibilmente unici. Una “massa” composta da simili educandi, anche se fosse inferiore al 99%, avrebbe la consapevolezza di mille teste e la forza di una voce sola. Sarebbe in grado di stare dentro al sistema e simultaneamente contro il sistema. Sarebbe in grado di fruire della rete e dei moderni strumenti di comunicazione in modo realmente rivoluzionario, non ne sarebbe meramente un’ottusa appendice, come invece (a parte poche importanti eccezioni) è oggi: cosa sappiamo, o peggio ancora, cosa sanno i nostri giovani, senza google? Nulla, poiché gli individui che compongono la “massa” odierna sono vittime di una pluridecennale strategia di impoverimento culturale, i cui ingredienti – almeno nel nostro paese – sono una televisione infame, una scuola fallimentare, ed un orizzonte di valori a misura di Silvio.

    • El_Pinta ha detto:

      Occhio a dire che Benjamin parlava di cultura bassa 😉 Nel saggio in questione cita come esempi Vertov, Ivens e Chaplin, che mica sono i Vanzina 😀 Per il resto sono abbastanza d’accordo con le tue conclusioni, la sintesi che proponi dovrebbe essere l’obiettivo di chi prova a fare quello che facciamo anche noi (o almeno proviamo a fare)…e i nostri giovani sanno google il che mi pare significativo

  14. El_Pinta ha detto:

    eh no philomela, qui mi cadi in contraddizione però, perché se il problema è un problema di forme che determinano un contenuto (il medium è il messaggio) allora non puoi sostenere che Facebook sia frivolo a causa della sua struttura “persuasiva e omologante” (http://www.carmillaonline.com/archives/2010/11/003675.html) e il web sia “rivoluzionario” a dispetto della “montagna immensa di spazzatura telematica” che tutti possono pubblicare.
    Senza dubbio internet è un luogo in cui possono aprirsi spazi di libertà e linee di fuga dal dispositivo (da intendere, foucaultianamente, come “una macchina per far vedere e far parlare”), ma non dimenticare che in Cina esiste un sistema di controllo della Rete senza precedenti che passa da un monitoraggio effettuato da un numero altissimo di cittadini che collaborano con le forze di sicurezza nel segnalare utenti “scomodi”, alla creazione di social network regionali gestiti dallo Stato attraverso cui vengono effettiuate operazioni di data mining per controllare i cittadini, per non parlare degli accordi presi con i motori di ricerca per l’oscuramento di certi contenuti. Lo stesso accade in Iran. Lo stesso è accaduto in Italia dopo il 15 ottobre, quando si è scatenata la delazione virtuale e la caccia ai black bloc, con risultati tanto comici quanto pericolosi (vedi il servizio d’ordine che separa il corteo nei momenti caldi della manifestazione, fatto passare per violento).
    Tutte queste forme di controllo sono rese possibili dal web, per cui attenzione a non cadere in abbagli retorici, il “feticismo della merce digitale” (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241) non può funzionare come schermo per la realtà. La Rete, come ogni aspetto della nostra vita, è animata da rapporti di potere, se non si prende atto di questo non ci si può ragionare intorno in maniera completa
    Lo ripeto, il problema fondamentale è quello di forzare le forme che ci vengono date per uscire dal cliché, l’acqua sporca di cui giustamente parli o, dicendola con Deleuze, la ripetizione di schemi interpretativi della realtà ripetitivi e semplificati che escludono la creazione del nuovo. Solo in questo modo l’estetica può aprirsi all’etica e realizzare, nell’opera d’arte, quell’incontro col mondo che è essenziala per comprenderlo.
    Certo, su internet agevole organizzare, come dici con ottima scelta di termini, “periferie culturali”, ma bisogna essere consci che la dialettica centro-periferia è essenziale per garantire tanto la comunicazione quanto la semiosi, come nota Lotman in La semiosfera

  15. El_Pinta ha detto:

    Vi posto un contributo interessante come spunto per un rilancio del dibattito: il seguente documentario “industriale” racconta della costruzione della sopraelevata di Genova. I testi sono di Franco Fortini, uno dei maggiori poeti ed intellettuali italiani del ‘900. Come giudicare questo intervento “prezzolato” di un’artista con la A maiuscola?

  16. valeriagaudi ha detto:

    Ho letto tutti i commenti, il contributo che porto da qui con me è uno delle ultime affermazioni scritte da El Pinta, ossia “forzare le forme che ci vengono date per uscire dal clichè…”anche se non immagino ancora come sia possibile… Grazie.

  17. El_Pinta ha detto:

    @valeria: questo è un esempio che a me piace molto, un film sul calcio che forza i limiti tecnici ed espressivi del cinema e riesce a raccontare qualcosa sull’esistenza e sulla vita. Consigliatissimo http://www.youtube.com/watch?v=6Au6uabiN3M

  18. valeriagaudi ha detto:

    Partiamo dal presupposto che, per quanto ci ho riflettuto su da un pò di tempo, mi sono persuasa del fatto che l’affermazione “Il medium E’ il messaggio” offra pochissimi spazi di contestazione e che possa essere assunta come valida e come chiave interpretativa necessaria di quanto agisce nel reale, ora forzare i limiti tecnici ed espressivi di un linguaggio artistico corrisponde a creare nel fruitore uno stato d’animo che sia comunque destabilizzante e che muovi internamente una dialettica resa sterile dai clichè e su questo ci siamo, ma non basta.
    Il linguaggio espressivo, ossia la forma deve, a mio parere, essere sempre interpretabile dai piu’ o meglio da coloro che hanno avuto la fortuna di occupare all’interno del mondo attuale (quindi politicamente determinato come mondo capitalista con tutto ciò che questo comporta) spazi per una autonomia critica senza che questa fruizione debba passare per qualche pseudo intellettuale e/o critico d’arte che debba “spiegarla”…
    In questo senso la forma deve appunto seguire i linguaggi e gli strumenti adoperati dai piu’ (che corrispondono in parte alla mente di coloro che li adoperano) ed essere forzata…, ma se ci fossero dei criteri da poter stabilire dovrebbero seguire le vie della quotidianeità e della banalità apparente…
    Per quanto riguarda la mercificazione dell’arte…c’è da dire che l’arte è da secoli mercificata appunto perchè gli artisti sono esseri umani inseriti in un dato contesto storico e devono necessariamente potervi vivere, ma anche in questo caso c’è un discrimine ovvero: è l’artista che si serve del committente o il committente che crea l’artista? La seconda ipotesi mi sembra quella che oggi segue le vie del potere e quella piu’ in auge…

  19. El_Pinta ha detto:

    @valeria: tocchi un punto secondo me molto importante all’interno di questa discussione e cioè quella della figura del critico, ovvero di colui che, in base alla propria competenza, dovrebbe giudicare l’operato dell’artista. Ora io ritengo questa concezione del critico una concezione ormai superata, o per lo meno una concezione che deve o dovrebbe essere superata.
    A mio parere il critico non è colui che “spiega” un opera d’arte (sia essa un film, un dipinto, un libro o altro) ma una figura che si fa carico, grazie alla sua preparazione che gli consente di maneggiare diverse aree del sapere, di indicare le eccedenze di senso prodotte in un opera d’arte. Tutti o almeno una parte di quei possibili significati che l’opera d’arte, quando è tale, permette di riconoscere. Faccio un esempio questa recensione dell’ultimo album dei 99 posse (http://quattrocentoquattro.com/2011/11/06/cattivi-guaglioni-le-felici-ambivalenze-dei-ritorni/) non si limita a dire “questo disco è bello perché” o “questo disco è brutto perché”, ma usa un riferimento culturale (Warburg) per articolare un discorso sull’evoluzione della band e, in parallelo, sull’evoluzione delle forme di attivismo politico nel nostro Paese. Questo, a mio parere, è saper articolare un discorso che riconosce e valorizza gli eccessi di senso, senza indulgere in una postura esoterica che, e su questo sono d’accordo con te, non serve a niente e a nessuno.

  20. valeriagaudi ha detto:

    Grazie per la risposta e per le possibilità ulteriori di riflessione… Ora leggo la recensione…

  21. sebastianoisaia ha detto:

    Ciao! Ho appena scritto qualcosa sul “pezzo” di Matteo:
    http://sebastianoisaia.wordpress.com/2011/11/10/arte-liberta-e-verita/
    Grazie per l’attenzione.
    Seba

  22. matteo ha detto:

    @Seba: mi fa moltissimo piacere che tu abbia voluto riprendere questi temi e approfondire….ho letto e appena avrò un attimo di tempo lascerò un commento….grazie.
    Colgo occasione – dato che il dibattito è stato davvero interessante e stimolante – per invitare tutti a rilanciare e andare avanti, se qualcuno ha ancora qualcosa da dire…

  23. Pingback: Pillole (filosofiche) blu per un amore di lunga durata | La rotta per Itaca

  24. valeriagaudi ha detto:

    A causa di un movimento casuale di ricerca in rete ho trovato oggi questa vecchia conversazione che sembra giungere al momento opportuno, anche se, a ben pensarci, il momento sarebbe sempre opportuno infatti non si smette mai di riflettere su simili questioni che, infine, girano sempre intorno alla questione umana. Riflettevo sul fatto che durante la conversazione si è involontariamente associato all’uomo che potrebbe/dovrebbe o dovrebbe poter recepire la potenzialità espressiva di un’opera artistica, l’uomo dotato di una particolare cultura accademica o che abbia in qualche modo gli strumenti “culturali” (e mi riferisco, in questo caso, agli strumenti offerti da una cultura basata sullo studio, quindi prettamente “intellettuale”) per poter pervenire a quella conoscenza o meglio per poter ricevere un dato messaggio o una data scossa emotiva. Ma questo, è a parer mio, un grosso errore interpretativo che potrebbe in qualche modo scompaginare e dare un senso diverso alla discussione, infatti se a quest’uomo noi sostituissimo l’uomo anticonformista ossia colui che nel proprio piccolo mondo sarebbe capace di scansare anche solo per pochi istanti (ripetuti, però, nel tempo) la violenza e la totale invadenza posta dal Dominio, il quadro a noi davanti sarebbe ben diverso. La cerchia elitaria non sarebbe piu’ costituita da uomini particolarmente dotati e il dato aristocratico sarebbe in qualche modo eliminato. A questo punto dipenderebbe dalla prassi di ogni singola vita la possibilità di ricevere un messaggio diverso ed, al limite, di provare a socializzarlo! Questa prassi dovrebbe fare i conti, chiaramente, con qualcosa che si potrebbe associare alla follia, ma che, chiaramente, follia non è.
    Non so se questa mia farneticazione di tarda mattina puo’ dare un contributo a questa conversazione. Saluti a tutti/e!

  25. Pingback: -La decima vittima- | valeriagaudi

  26. Franco ha detto:

    Matteo:
    Adorno non ha mai “proposto una divisione di cultura alta e bassa” la sua è una visione complessa e molto critica che qui è stata banalizzata e mal riassunta da chi evidentemente non l’ha mai letto ma si è limitato a riassunti e volgarizzazioni di parte (reazionara). Se poi difendere la cultura “bassa” significa scrivere “piuttosto che” pensando che significhi “o”, allora teniamoci la buona vecchia alta cultura…

  27. matteo ha detto:

    Caro Franco,
    può darsi che io abbia mal riassunto la complessa e molto critica visione di Adorno.
    Può darsi che lo abbiano fatto anche i professori universitari che hanno tenuto i corsi che hanno ispirato questo articolo (sicuramente loro Adorno lo hanno letto…).
    Può darsi che lo abbiamo riassunto, banalizzato e volgarizzato: sicuramente fa parte di una vasta congiura reazionaria contro i depositari della verità assoluta come te (tra l’altro, non credi che accusare di essere reazionari tutti quelli che non la pensano esattamente come te sia un po’ reazionario?!).
    Sicuramente è come dici tu.
    Sicuramente nell’articolo, come hai giustamente segnalato, c’è un errore (l’uso disgiuntivo errato del “piuttosto che”): non credo però che attaccare l’autore di un pensiero perché non hai argomenti per attaccare quel pensiero ti faccia onore, tanto più tu che non sei reazionario, ma…rivoluzionario??! Allora non usare questi vecchi trucchetti da dialettica da bar, dai…
    Sono più di venticinque i commenti a questo articolo nei quali sono usati toni pacati, per discutere con calma e in maniera costruttiva.
    Se tu, come mi sembra evidente, non condividi questa modalità di discussione, ti consiglio di andare ad attaccare briga in altre sedi: di litigi su internet dove ergersi a paladino della rivoluzione da tastiera è pieno il web…
    Ciao,
    Matteo
    P.s. Ah, leggendo il tuo attacco gratuito completamente sconnesso dall’oggetto della tua critica (“Se poi difendere la cultura “bassa” significa scrivere “piuttosto che” pensando che significhi “o”, allora teniamoci la buona vecchia alta cultura…”), mi è venuta in mente questa striscia di Zerocalcare sugli attaccabrighe su internet. E mi sei venuto in mente…
    Fatti quattro risate, così ti dis-avveleni il sangue amaro:
    http://www.zerocalcare.it/2014/09/08/i-litigi-su-internet/

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