Retoriche di guerra

di Stefano Jossa.

1.

«Security Council President Li Baodong (China), speaking in his national capacity, said that […] the United Nations Charter must be respected and the current crisis must be ended through peaceful means.  China was always against the use of force when those means were not exhausted», si legge nella nota informativa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che accompagna la risoluzione 1973, quella che approva la ‘no-fly zone’ sulla Libia e autorizza ‘all necessary measures’ per proteggere i civili (leggibile online alla pagina web http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution). Che sia il rappresentante della Cina a chiedere che non si usi la forza «finché non siano stati tentati tutti i mezzi pacifici» per risolvere la situazione può risultare mera strategia retorica per distinguersi dalle scelte occidentali. Però le sue parole, con la conseguente astensione, andranno meditate: davvero sono state attivate tutte le vie e le iniziative diplomatiche per fermare l’aggressione di Gheddafi al suo popolo ed evitare l’escalation della violenza? Fino al giorno prima della guerra Gheddafi era quotidianamente al telefono con i leader dei due stati che si sono contesi il comando delle operazioni militari, gli ineffabili Sarkozy e Berlusconi, entrambi protagonisti di un ricevimento dello stesso Gheddafi con le sue tende e il suo faraonico apparato di rappresentanza: possibile che non siano riusciti neppure a fargli una telefonata, prima di accapigliarsi sul comando degli aerei che avrebbero bombardato l’ex amico?

Vale la pena rileggerle, allora, le motivazioni dell’astensione dei cinque stati che al consiglio di sicurezza del 17 marzo 2011, mentre l’Italia celebrava la sua imbe(ci)lle (etimologicamente: ‘senza bastone’) ricorrenza, si sono sottratti alla responsabilità politica di un attacco alla Libia (Brasile, Cina, Germania, India e Russia). La rappresentante brasiliana, Maria Luiza Riberio Viotti, dichiarava che la risoluzione comprendeva «misure che andavano ben oltre» la richiesta di una no-fly zone:   senza un processo politico l’iniziativa rischia di portare più danno che protezione ai civili, diceva, visto il pericolo di «esacerbare le tensioni attuali». Peter Wittig, per la Germania, esprimeva preoccupazione per «la probabilità di perdite di vita su larga scala». L’indiano Manjeev Singh Puri sottolineava la mancanza d’informazione sui fatti. Pericoli di destabilizzazione nella regione erano individuati dal rappresentante russo, Vitaly Churkin.

Li Baodong, Ribeiro Viotti, Wittig, Singh Puri e Churkin non sono certo eroi del pacifismo: sono cinque politici moderatissimi, razionali, consapevoli delle regole della diplomazia internazionale e spesso acquiescenti di fronte ai loro stessi governi. Politici anziché ribelli: eppure consapevoli del fatto che dire sì alla risoluzione Onu significava creare pericoli per il popolo libico, per l’intero nordafrica e forse persino per il mondo intero. Retorica, si dirà, pura e vuota retorica di fronte alla liberazione del popolo libico da un dittatore violento e sanguinario; soprattutto se si pensa che almeno due dei paesi astenuti tanto sensibili ai diritti umani non sono mai stati.

2.

Retorica anche dall’altra parte, però: «non siamo in guerra con la Libia, stiamo solo proteggendo i civili, escludendo esplicitamente ogni ipotesi di occupazione», dichiarava il Primo Ministro francese François Fillon il 22 marzo; «la NATO è imparziale e protegge i civili con il mandato dell’ONU», proclamava il 28 marzo il Segretario generale della NATO, generale Anders Fogh Rasmussen; lo stesso giorno il segretario alla difesa Robert Gates, il viceammiraglio Bill Gortney e il Presidente Barak Obama hanno spiegato agli americani che Gheddafi stava massacrando la sua stessa popolazione e che era loro dovere difendere i civili. Il discorso del Presidente è un capolavoro di retorica bellica: prima di tutto l’affermazione che l’America «ha bloccato una strage che avrebbe potuto scuotere la stabilità dell’intera regione», poi  l’esclamazione che «spazzare via la responsabilità di leader dell’America  e più in profondità la nostra responsabilità di fronte agli altri esseri umani nostri compagni in simili circostanze sarebbe stata un tradimento di quello che siamo». Il richiamo – politico – alla stabilità e alla responsabilità, la rivendicazione – nazionalistica – della leadership americana, l’appello – emotivo – alla solidarietà umana e la continuità – storica – con la tradizione interventista sono gli elementi di una retorica che mette in gioco politica, sentimenti, biologia e storia ai fini del proprio potere persuasivo. Non è stato difficile a un commentatore del Veterans Today, Lawrence Davidson, professore di storia alla West Chester University, che pure accusa il Presidente di essere «too out of national character to be believable», troppo al di fuori del carattere nazionale per esser credibile, replicargli che un’azione prolungata comporterebbe la necessità di fornire armi ai ribelli, provocherebbe più morti tra i civili di quanti ne possa provocare la follia di Gheddafi e non garantirebbe affatto che i ribelli, una volta vincitori, non riaprano la guerra civile per spartirsi il potere e le ricchezze (http://www.veteranstoday.com/2011/04/01/lawrence-davidson-libya-rhetoric-an-analysis/). Retorica contro retorica, che fa proliferare interventi online a difesa dell’identità e dell’autonomia dei popoli arabi (http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MD02Ak01.html, dove si denuncia la diversa politica rispetto al Bahrein e alla Libia, oppure http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MC30Ak01.html, dove si mettono in rilievo gli interessi economici che la guerra attiva).

«This splendid little war that is not a war», questa splendida piccola guerra-che-non-è-una-guerra, come si esprime Pepe Escobar su Asia Times, sottolineando ironicamente la definizione ufficiale di «time-limited, scope-limited military action», azione militare limitata nel tempo e negli scopi, sta smascherando tutti i meccanismi della retorica bellicista. Facile prendersela con il nemico-del-suo-popolo Gheddafi, ma meno facile dimostrare che lo stesso popolo che Gheddafi vorrebbe ridurre al silenzio con le armi non si trova oggi esposto al “fuoco amico” delle forze liberatrici. Facile sostenere che i ribelli sono fautori della democrazia e della libertà, ma meno facile sapere chi sono e cosa fanno effettivamente questi ribelli. Facile attribuire a Gheddafi atteggiamenti terroristi e fascisti verso il popolo libico, ma meno facile dimenticare i faraonici ricevimenti che gli hanno riservato, nel giro degli ultimi quattro anni, Sarkozy e Berlusconi.

La guerra non raggiunge lo scopo perché il suo scopo è un altro: non la liberazione del popolo libico, ma il controllo di un territorio strategico sullo scacchiere nordafricano. Se lo scopo fosse la salvaguardia dei civili dai bombardamenti indiscriminati di Gheddafi, che motivo ci sarebbe di bombardare dall’alto obiettivi dove civili possono sempre e comunque trovarsi? Per non dire che ci sarebbe molto da interrogarsi sui motivi per cui la vita di un civile vada difesa a tutti i costi mentre quella di un soldato, quasi sempre vittima anziché protagonista del suo ruolo, possa essere tranquillamente abbandonata al suo destino di morte.

3.

Tocca ai cinesi, allora, guarda un po’, proprio a loro che ai diritti umani particolarmente attenti non sono mai stati, sottolineare che « the air strikes in Libya have gone beyond the UN mandate as Security Council Resolution 1973 only authorizes a no-fly zone over Libya to protect civilians, rather than the “regime change” demanded by the Western allies»: gli attacchi aerei in Libia sono andati ben oltre il mandato delle Nazioni Unite, visto che la Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza autorizza solo una no-fly zone sulla Libia per proteggere i civili anziché il cambio di regime invocato dagli alleati occidentali, scrive l’agenzia di stampa Xinhua. Ci troviamo di fronte a un paradosso della storia, dettato dall’opportunismo, o a un’insufficienza della politica, che non sa affrontare le situazioni se non con retoriche preesistenti?

Pochi ricordano che la notte del 15 aprile 1986 il Presidente americano Ronald Reagan fece bombardare la Libia per qualche ora. Quello che colpisce è il processo di delegittimazione del nemico condotto con la stessa retorica di oggi: Gheddafi era allora come ora il nemico del suo popolo. Reagan lo chiamò «the mad dog of the Middle East», «a barbarian», una persona «outside the company of civilized men» e «the outlaw  of Libyan regime». Un editoriale del quotidiano Voice of America sottolineava che «America’s quarrel is with Qadhafi, not with the Libyan people»: i libici, anzi, erano vittime, come avrebbe potuto esserlo qualsiasi americano, del loro dittatore-terrorista.

Carol Winkler, professoressa di comunicazioni alla Georgia State University, ha messo in luce alcuni anni fa, in un articolo pubblicato su Rhetoric and Public Affairs dell’estate 2007, la somiglianza tra la retorica usata da Reagan in occasione dell’attacco alla Libia del 1986 e quella usata da Bush in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003: in entrambi i casi s’insisteva sulla difesa contro il terrorismo, ma soprattutto si proponeva una rappresentazione del nemico come barbaro, dittatoriale, violento, incivile e assassino dei suoi stessi fratelli. Questa logica della fratellanza, di contro all’insopportabile barbarie di chi uccide i fratelli, è il leit-motiv che congiunge le guerre degli ultimi trent’anni: l’occidente è il baluardo, religiosissimo, della solidarietà naturale fra gli esseri umani, mentre il mondo arabo è il luogo della strumentalizzazione del fratello a fini politici, fino al punto di farlo fuori quando non serve più. Eppure tutti sappiamo che l’individualismo e l’egoismo, il narcisismo e l’anarchismo, sono prodotti della cultura occidentale: non sarà che nel nemico barbaro si vede se stessi, al punto da demonizzare in lui quello che in noi non è più accettabile, se non mascherato con gli ultimi rigurgiti della retorica buonista e romantica? O forse il mondo arabo contiene quegli elementi di cultura comunitaria che all’individualismo occidentale fanno paura, al punto da doverli ricondurre a un principio di cannibalismo nel tentativo di riportarli sotto il proprio controllo?

Affidata all’Europa anziché all’America, tuttavia, la retorica della guerra sembra ancora più semplice. Gli americani fanno leva sulla patria, sulla lotta al terrorismo, sulla paura del nemico invisibile. In Europa non c’è più la nazione a dare senso al militarismo e la storia dei vari terrorismi al proprio interno impedisce di credere davvero in una risposta armata; ma è aperta la strada dell’ideologia, un’ideologia tanto più pericolosa quanto più acriticamente imposta e acriticamente accettata: l’ideologia della democrazia, come se la democrazia fosse una religione anziché una forma storica della politica, con i suoi pregi (a tutt’oggi la migliore tra le forme storicamente date di organizzazione politica) e i suoi difetti (gli scivolamenti pericolosi verso la demagogia e i bisogni di correttivi istituzionali alle derive plebiscitarie). Le cinque astensioni al consiglio di sicurezza dell’ONU aprivano una possibilità di discussione che non è stata colta.

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Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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