Processo al processo

di Dimitri El Madany

Assistiamo da lontano alle vicissitudini di una Primavera araba che volge ormai verso l’autunno. Tunisia ed Egitto sono alle prese con un dopo-rivoluzione che rischia di scolorare in controrivoluzione, in Libia volge al termine (?) una guerra civile dal sapore neocolonialista, in Siria infuria ormai da mesi la repressione. Si noti curiosamente come ONU e NATO abbiano tenuto un contegno assai diverso nei confronti di questi ultimi due paesi: su Gheddafi sono piovute subito le bombe, mentre Assad è ancora libero di sguinzagliare carroarmati per le strade. Ma questa è un’altra storia. Noi qui vorremmo concentrarci su un elemento particolare, ovvero il processo a carico di Hosni Mubarak in corso al Cairo.

Il faraone non se la passa più tanto bene. Pare che il suo cuore non abbia retto all’urto della rivoluzione, ed il suo avvocato sostiene anche che abbia il cancro. Dopo un lungo periodo di convalescenza trascorso a Sharm, è stato riportato al Cairo per essere processato insieme ai suoi figli Gamal ed Alaa, all’ex ministro dell’Interno (meglio noto come ministro della tortura) Habib el-Adly, e ad altri influenti personaggi del vecchio regime. L’ex raìs, che si è presentato in aula in barella, è accusato insieme ad el-Adly di aver progettato e poi messo in atto la sanguinosa repressione delle dimostrazioni iniziate il 25 gennaio in Piazza Tahrir e poi diffusesi in tutto il paese. I signori in questione, che rischiano la pena capitale, devono rendere conto delle oltre 800 vittime civili mietute dalla polizia durante i 18 giorni di rivolta che hanno cambiato la storia del Medio Oriente. Ciò senza contare le migliaia di feriti e le varie altre accuse di corruzione, abuso di potere e vendita ad Israele di gas sotto costo.

Non è difficile intuire che questo processo sarà un evento d’importanza capitale per il prossimo futuro dell’Egitto e quindi dell’intera regione. Altrettanto agevolmente si può notare come esso costituisca quasi un unicum nel panorama mediorientale: pochissimi leader arabi sono stati messi sotto processo dopo essere stati esautorati. Zine el Abdine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita ed è stato processato (e condannato) soltanto in contumacia. Mu’ammar Gheddafi pare che verrà processato da un tribunale libico – sempre che riescano a scovarlo. L’unico vero precedente sembra risiedere nel processo a Saddam Hussein, tuttavia con notevoli distinguo.

Innanzitutto, a suo tempo Saddam venne esautorato da un intervento militare straniero, e non da una rivolta del suo stesso popolo. Secondariamente, il tribunale che decise la sua impiccagione era stato finanziato dal suddetto invasore straniero, che ne aveva anche stilato gli statuti. Per questi e per molti altri motivi, il processo a Saddam Hussein è stato considerato da più parti un processo senza giustizia, ai limiti della farsa. Ebbene, nonostante le differenze, questo è il medesimo rischio che corre il processo a Mubarak e più in generale ogni processo “politico” o “rivoluzionario”.

Sequenza dell'impiccagione di Saddam Hussein trasmessa dalla tv Al Iraqiya (30.12.2006)

Ne Il mistero del processo*, il noto giurista e fine letterato Salvatore Satta (1902-1975) analizza la questione con rara saggezza. Chiedendosi cosa sia il processo, egli risponde con le parole di Bulgaro, per il quale processus est actus trium personarum, actoris, rei, judici. Definizione apparentemente semplice, ma che in realtà individua l’elemento costitutivo del giudizio, ovvero che esso sia reso da un terzo. Nessuno può giudicare in causa propria, per questo le parti si affidano ad un elemento esterno alla loro contesa, che è appunto il giudice. Egli deve essere imparziale, non solo tecnicamente: perché sia abbia un vero giudizio, il giudice deve essere realmente terzo rispetto agli attori in causa. E non solo ad essi.

Al di là di essi tutti sanno che c’è una molteplicità di soggetti ai quali il processo giova o nuoce, e che solo da un punto di vista meramente formale non si possono chiamare parti. […] Ma al di là ancora di questi soggetti, e oltre la sfera dei rapporti individuali, c’è, invisibile, ma sempre presente e sempre premente, un’altra parte, quella che nel processo trova il suo ostacolo naturale, quella per la quale e contro la quale il processo è stato istituito, la parte che impersonalmente vorrei denominare dell’azione, e che di solito si soggettiva nel potere esecutivo, ma in realtà si estende ben oltre questo, fino a comprendere forze e poteri di fatto, che del processo e del giudizio sono assai più insofferenti che non il potere legale. La massima esperienza del processo si concreta indubbiamente nell’indipendenza dei giudici, che non vuol dire altro se non garanzia che il giudice non è e non sarà parte, perché non è giudice, ma parte colui «che dipende» da chi amministra l’azione.

Il pericolo di un giudice parziale è sempre presente. Anzi, in termini rigorosi, un giudice del tutto imparziale non può esistere, se non idealmente. Il rischio è che “forze e poteri di fatto” siano ingombranti abbastanza da impedire al procedimento di mantenere una linea di equità. Nel processo a Mubarak sono già innumerevoli gli elementi che lasciano intuire la mole di un tale ingombro: molti ufficiali di polizia, chiamati a testimoniare contro l’ex raìs, hanno fornito versioni assai diverse da quelle rese pubbliche prima dell’inizio del dibattimento. In particolare, nessuno lo ha accusato di aver esplicitamente comandato l’uso della forza contro i manifestanti, cosa che inizialmente era invece stata affermata da più di un testimone, e che comporterebbe la pena capitale. Secondo gli avvocati dei familiari delle vittime, questi testimoni sono stati resi inattendibili per mezzo di pressioni ed intimidazioni da parte di ufficiali di polizia e sostenitori di Mubarak.

Se questo è il peso posto su un piatto della bilancia, l’altro non è di certo vuoto. Da un lato il processo corre il rischio di subire le pressioni del preesistente sistema di potere atte ad ottenere la sostanziale impunità. Dall’altro lato, esso rischia al pari di cedere alla voglia di vendetta di chi quel sistema di potere lo ha abbattuto. Vendetta, non giustizia. Il popolo di Piazza Tahrir – o almeno una gran parte di esso – vuole la testa del vecchio faraone. Quello che Satta chiama “il pubblico dei rostri” è anch’esso evidentemente una parte in causa.

E come parte preme contro la sottile barriera di legno che lo divide dal giudice: se riesce a superarla materialmente, sarà il linciaggio; se riesce a superarla spiritualmente, sarà la parte che giudicherà e non il giudice, cioè non si avrà giudizio.

Onde evitare un simile travalicamento, le autorità hanno deciso di chiudere il processo al pubblico ed ai media, nonché di proibire qualsiasi resoconto del dibattimento. Da qui il malcontento del Paese, che il 4 agosto aveva visto aprirsi il processo in diretta televisiva ed era pronto a viverlo come una catarsi collettiva. Invece, anche a causa degli scontri avvenuti di fronte all’accademia di polizia dove ha sede il dibattimento, si va avanti a porte chiuse. Ebbene, da un punto di vista meramente teorico sembrerebbe una mossa azzeccata: una delle parti in causa rischia di deviare in maniera indebita il corso del processo, e viene quindi allontanata. Essa è la parte che ha fatto la rivoluzione, e che potremmo genericamente chiamare la piazza, comprendendo nel termine anche i media (in primis Al Jazeera), non a caso pure loro estromessi dal processo. Affinché vi sia un vero giudizio, questa parte non può giudicare, né deve influenzare il verdetto. Sempre in linea teorica, ciò è un bene, specialmente se, al pari di chi scrive, si è fermamente contrari alla pena capitale e, nella fattispecie in questione, si è persuasi del fatto che la costruzione di un nuovo Egitto più libero e democratico non debba prendere il via da un’esecuzione, di nessun uomo e in nessun caso.

Scontri fuori dall'accademia di polizia del Cairo, ove ha sede il processo a Mubarak

Purtroppo però, come sempre accade, la teoria ha ben poco a che fare con la prassi. La realtà è che la decisione di procedere a porte chiuse mette a repentaglio la già minata credibilità del sistema giudiziario egiziano, che nel recente passato è stato visto da più parti come un solido alleato dell’esecutivo nel mettere a tacere le opposizioni. La mancata partecipazione dei familiari delle vittime dei 18 giorni di rivoluzione non può che alimentare la sfiducia nei confronti della legge e delle istituzioni. Non è difficile capire come la decisione di chiudere il processo al pubblico ed ai media venga vista dalla piazza come un tradimento, o se non altro come l’ennesimo indizio della parzialità di un processo che chiude le porte per nascondere la propria clemenza nei confronti dell’ancient régime. Clemenza che in realtà è assicurata a priori.

Il processo a Mubarak infatti è parziale, però non nel senso che propende per una o l’altra delle parti in causa. Anzi, verosimilmente entrambe potrebbero essere accontentate: la piazza vuole la testa del faraone, e non è escluso che l’avrà; il sistema vuole l’impunità, ed è quasi certo che verrà accontentato. Ciò proprio perché il processo è parziale, ma nel senso che si propone di giudicare solo una piccola parte, seppur gravissima, delle violazioni imputabili a Mubarak. L’ex raìs è alla sbarra unicamente (si fa per dire) per la repressione della rivolta popolare che lo ha detronizzato. Non una parola sulla sistematica violazione dei diritti umani che ha caratterizzato il suo trentennale mandato. Associazioni locali ed internazionali che si battono per questi ultimi hanno documentato come in Egitto si sia fatto largo ricorso – specialmente nel contesto della “lotta al terrorismo” – alla detenzione arbitraria, alla tortura, alla sparizione forzata, all’assassinio. Eppure, non un’accusa a carico del sistema di polizia, che anzi, pur avendo sei ufficiali alla sbarra, è libero di condizionare testimoni chiave dell’inchiesta. Se le vittime dei 18 giorni di rivoluzione rischiano di non avere giustizia, quelle dei 30 anni di regime non l’avranno mai – almeno non grazie a questo processo.

Prima abbiamo accennato alle differenze tra il processo di Saddam e quello di Mubarak. Ora, concludendo, dobbiamo evidenziare un’amara analogia: il leader iracheno venne condannato per l’eccidio di Jubail, un episodio isolato, una goccia nel mare delle nefandezze compiute da Hussein. Ma questo bastò a condurlo alla forca. Ci si accontentò di una piccolissima parte della verità, perché intera sarebbe risultata troppo scomoda, ed avrebbe certamente sollevato il velo su “vecchie complicità e interessate indulgenze” dell’Occidente. Lo stesso – seppur in proporzioni assai diverse – sta accadendo con Mubarak. Non sappiano se il faraone pagherà per i crimini che ha commesso. Se ciò accadrà, sarà solo per una parte minima, seppur gravissima, di quei crimini. Non verrà fatta piena luce sui 30 anni di repressione, non emergeranno né complicità né indulgenze, non ci sarà vera giustizia. E se egli pagherà con la morte, sarà morto invano.

Doveroso chiudere con una speranza: che la nostra previsione si riveli totalmente errata.

* Salvatore Satta, Il mistero del processo, Adelphi 1994.

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