Ongaku no susume #5

di Stefano Palmieri

E’ stata una settimanella mica da ridere quella appena trascorsa, due notizie hanno catturato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Il massacro norvegese di Oslo e Utøya e tutti  i conseguenti dibattiti che si sono venuti a creare: può considerarsi un crimine politico o è solo il frutto partorito da una mente malata? C’è gente che è andata persino oltre, come l’onorevole (?) Borghezio che in diretta a «La zanzara» di Radio 24 ha affermato che le posizioni dell’ assassino norvegese Anders Behring Breivik non erano poi così male, anzi in alcuni casi erano delle ottime argomentazioni (ci sono le prove non mi invento nulla). E da Borghezio più o meno te l’aspetti. Poi dal nulla leggi una dichiarazione di quel cretino di Morrissey (The Smiths) in cui dice che la strage norvegese non è niente, neanche uno sputo, se paragonata alle azioni delle catene di fast food come McDonald’s e Kentucky Fried. Niente, si è rincitrullito.  E’ stata anche la settimana della morte di Amy Winehouse, e anche qui, gran parlare: quelli che la sapevano lunghissima sulla sua morte, quelli che “perchè, non mi dirai mica che non te l’aspettavi”, quelli del club dei musicisti ventisettenni morti. E a noi di questo interessa relativamente poco, quasi niente. Ma un punto di congiunzione c’è tra la scomparsa di Amy Winehouse e quello di cui vogliamo parlare: Mark Ronson.

Chi è Mark Ronson: è un produttore discografico e cantante inglese, nonché fondatore della Allido Records. Ha pubblicato album a nome Mark Ronson & The Business Intl, ma tra le altre cose, ha prodotto brani per numerosi artisti come Christina Aguilera, Justin Timberlake, Lily Allen, Robbie Williams e per l’appunto Amy Winehouse con cui ha collaborato alla creazione del suo ultimo lavoro, Back to Black. Il disco che ha lanciato la cantante inglese verso il grande pubblico, quello della ribalta internazionale. Sia ben chiaro, non parleremo di nessuno dei musicisti sopra citati. Ma dei Black Lips, sissignori, perchè Mark Ronson ha prodotto il loro ultimo album, dato alle stampe a giugno, Arabia Mountain. I Black Lips sono una “Flower Punk” band americana, di Atlanta per la precisione, Georgia. Sono noti soprattutto per i loro live show che includono (cito testualmente da un’intervista) “vomiting, urination, nudity, electric R.C. car races, fireworks, a chicken, and flaming guitars.” Dicono di aver preso ispirazione dal “punk-before-punk” dell’ Azionismo Viennese, un movimento artistico attivo nel periodo a cavallo tra il 1960 e il 1975, e da GG Allin, un cantautore punk rock americano, famoso anche lui per i suoi live in cui molto spesso praticava coprofagia, automutilazione e aggressioni verso pubblico. Un personaggino delicato.

Arabia Mountain ha il classico sound garage dei Black Lips, solo che ti accorgi subito che c’è qualcosa di nuovo. All’ascolto sembrano meno sporcaccioni, meno cazzoni ma più abbottonati, di certo non fighetti. Il disco non è brutto anzi, le venature pop che Mark Ronson ha scolpito e l’influenza tipicamente british che si è portato dietro hanno contribuito al confezionamento di un buon prodotto. Niente grida di capolavoro. Ci sono dei brani più che degni di nota: New Direction, il singolo con cui hanno annunciato l’uscita dell’album, Spidey’s Curse, un tributo ai fumetti di Spider-man. Ma anche Mr. Driver, Bicentennial Man, Raw Meat sono meritevoli. Spero almeno di avervi incuriosito all’ascolto, poi se vi piace è bene se non vi piace poco importa, tanto saremo qui a menare il torrone come sempre. 

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