DROMOMANIA. Alla ricerca del gatto di Lucy: street art a Berlino

di Matteo Antonin

La piccola Lucy ha gli occhi grandi e svegli, e i capelli castani a caschetto. Lo sguardo intelligente è reso ancora più sbarazzino da lunghe ciglia nere e da un sorrisino malandrino.

Lucy ha perso il suo gatto. Disperata lo cerca per tutta Berlino, chi la potrà aiutare?

C’è però un piccolo particolare: quando la piccola e dolce Lucy troverà il suo micetto, lo sevizierà sadicamente, e lo ucciderà in mille modi diversi.

Benvenuti a Berlino, capitale europea della street art.

Le radici della cultura dei graffiti a Berlino vanno cercate nella Berlino Ovest dei primi anni ’80, quando il quartiere di Kreuzberg, facente parte della zona occupata dagli americani e circondato per ben tre quarti dal muro, divenne il luogo di incontro di anarchici, punks, gastarbeiter (lavoratori immigrati) turchi, dissidenti della Germania orientale, ma soprattutto di artisti.

A quei tempi Berlino era tra le città economicamente più depresse di tutta la Germania, e Kreuzberg era il quartiere più squallido, desolato e malfamato di Berlino Ovest: perfetto quindi – con la scarsa presenza di polizia e una vastissima porzione di muro a disposizione – per la nascita di un nuovo movimento artistico.

Al contrario, Berlino Est era squadrata, triste e grigia. I graffiti erano duramente osteggiati e la Stasi, la polizia di controllo e spionaggio segreta della DDR, era incaricata, tra le tante altre cose, di sorvegliare gli artisti che osavano “sfidare” il grigiore del realismo socialista.

Nel 1989 la caduta del muro e l’unificazione della Germania mutò radicalmente questo scenario: i giovani e gli artisti iniziarono a spostarsi verso Berlino Est, soprattutto nei quartieri di Mitte e Friedrichshain, attirati dai nuovi grandi spazi, i quali vennero presto occupati.

Gli artisti trovarono nell’Est, fino a poco prima territorio dei russi, un mondo nuovo: occuparono edifici e spazi che erano appartenuti allo Stato e iniziarono ad appropriarsene.

Proprio in quegli anni fu occupata la Kunsthaus Tacheles, un bizzarro e colorato edificio di cinque piani nel quartiere di Mitte, che per un decennio è stato il centro nevralgico della scena artistica berlinese, ospitando artisti da tutto il mondo e organizzando esposizioni, attività musicali e culturali.

Oggi il Tacheles – sebbene abbia un po’ perso di autenticità e sia ormai diventato più un’attrazione per turisti che un luogo di autentica controcultura – lotta per la propria sopravvivenza contro la banca che ha acquistato l’edificio e ordinato lo sfratto degli artisti. Proprio in questi giorni sembra sia stato definitivamente chiuso: simbolo dello scontro impari tra la vecchia Berlino e la nuova modernità che avanza, probabilmente verrà presto abbattuto.

L'interno del Tacheles.

Sempre in seguito all’unificazione, artisti da tutto il mondo si riunirono per dipingere sulla parte restante del muro, celebrando a loro modo la fine della guerra fredda. Oggi questa galleria a cielo aperto è chiamata east side gallery.

Tuttavia, gran parte della speranza nel futuro del 1989 è oggi sparita, e quei graffiti, dipinti sulla scia dell’entusiasmo per l’unificazione, sono ben diversi dallo stile artistico della Berlino odierna: alcuni di essi appaiono infatti talmente pregni di ottimismo da apparire oggi quasi ingenui.

Sopra il disegno campeggia la scritta: "BISOGNA ABBATTERE TANTI ALTRI MURI".

Al contrario, gli artisti che caratterizzano la scena artistica berlinese contemporanea hanno scelto una linea decisamente più decadente e critica nei confronti della società capitalistico-industriale: la street art viene da loro intesa come una particolare forma di comunicazione e di critica sociale: non sono solo i muri fisici che vanno abbattuti, ma anche e soprattutto quelli invisibili che a nostra insaputa ci restringono la mente.

Gli artisti creano opere che mirano a squarciare per un istante la narcolessia collettiva cui la società ci ha abituati anestetizzandoci, cercando di creare nell’osservatore uno straniamento, un piccolo shock causato dallo spostare i soggetti o gli oggetti dal loro contesto abituale in una serie di paradossi.

"Sono di nuovo qui per vendere tutto ciò che mi resta".

È il caso di El Bocho e di Little Lucy, trasformata da dolce personaggio di un vecchio cartone animato a spietata assassina del suo povero micetto, ripetutamente impiccato, torturato e seviziato: girando per le strade di Berlino lo troviamo per esempio frullato nella lavatrice o impalato in un girarrosto da kebab.

Anche gli animali di Roa evocano un’atmosfera decadente di violenza ed emarginazione, ben diversa da quella che si respira nell’east side gallery.

La critica sociale a volte emerge nella più estrema semplicità, soltanto in una frase: SP 38 usa solo tre colori (blu, giallo e rosso) per tappezzare la città di messaggi che nella loro semplicità evidenziano le contraddizioni e le assurdità di ciò che ormai viene inteso come normale e assodato.

Attraverso le divertenti conversazioni delle telecamere di sicurezza Kalle e Bernd, El Bocho critica invece con pungente ironia l’ossessione della società moderna per la videosorveglianza e il controllo visivo.

"Hei Kalle, qualcuno attacca un manifesto!" - "Ora chiamo gli sbirri..."

Anche Bronco utilizza semplici frasi per suscitare una reazione spaesante, che comunichi il messaggio senza bisogno di una concettualizzazione razionale, ovvero in modo diretto e immediato: semplice potere delle parole.

Un differente modo di comunicare è quello di Kripoe, uno dei writers più famosi della città : membro della Berlin’s CBS (Cowboys Crew), Kripoe ha contribuito alla trasformazione della città con posters, stickers e graffiti. Il suo pugno giallo, che qualcuno interpreta come un segno di ribellione alla pubblicità che occupa sempre più i muri delle città e come una rivendicazione di proprietà sugli spazi urbani, è praticamente ovunque: perfino su un cartello in mezzo alla Sprea.

In linea con la filosofia dei writers, riassumibile nel motto riprendiamoci gli spazi (in fondo a chi appartiene la città se non a chi la abita?), troviamo praticamente ovunque anche le tags di Just.

A rappresentare l’Italia in questo campionario di artisti troviamo Blu: nel quartiere di Kreuzberg è possibile ammirare numerose opere di questo artista.

Tra le tante nella zona di Oberbaumbrücke, scelgo quella in cui a mio giudizio l’artista incarna al meglio tutto lo spirito della nuova street art berlinese: non più speranza e utopia come nel 1989, ma feroce critica sociale ad un sistema talmente forte da inglobare anche colui che cerca di contrapporvisi.

Il mostro (la società di massa contemporanea), formato dai vari individui, tutti di uguale colore, fagocita senza possibilità di scampo l’individuo differenziato (bianco), colpevole di aver tentato un’opposizione all’omologazione.

Qui non ci sono muri da abbattere, né unificazioni da festeggiare.

Tuttavia colui che guarda l’opera con attenzione viene colpito come da un pugno nello stomaco, e con questo impercettibile cortocircuito mentale si sveglia in un attimo, e forse solo per un istante fugace, dal suo torpore, dal quotidiano sonno della veglia.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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4 risposte a DROMOMANIA. Alla ricerca del gatto di Lucy: street art a Berlino

  1. Ludwig ha detto:

    Hallo

    non dice “Hei Kalle, qualcuno attacca un manifesto!”
    ma invece reißt ab, cioè qualcuno stacca dei manifesti”

    saluti

    Ludwig

  2. matteo ha detto:

    Grazie della segnalazione Ludwig…non ho controllato sul vocabolario e le mie (evidentemente limitate 🙂 ) conoscenze di tedesco mi hanno tradito…
    ciao ciao matteo

  3. Dimitri ha detto:

    Ich nehme auch meine Verantwortung wahr… Grazie Ludovico!

  4. ludwig ha detto:

    Non c’è di che 😉

    a voler fare i puntigliosi ci sarebbe da segnalare anche questa,

    “Sono di nuovo qui per vendere tutto ciò che mi resta”.

    perchè in tedesco dice: ich bin wieder hier, um das was übrig ist, zu verkaufen.

    secondo me in italiano sarebbe, sono di nuovo qui per vendere tutto ciò che resta, ma qui si può discutere, mentre quella di kalle l’hai proprio riportata male, ma non vi biasimo per questo ;), indi per cui non c’é da assumersi nessuna responsabilità.
    cosi com’è è anche molto più Berlin, e sarebbe stato un peccato per i vostri lettori, dirottati per itaka.

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