SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Leni Riefenstahl – I parte

di Michele Barbaro e Cataldo Tridico

*Questo articolo verrà pubblicato in due parti, Venerdì 30 Marzo e Lunedì 2 Aprile. Gli autori l’hanno concepito come un unico articolo.

Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica, fastidio. Questo perché, nella volontà di scrive, è salda l’idea che ogni scoperta nasce dal conflitto. Perché il confronto più profondo e leale lo si fa con i propri nemici, con i propri fantasmi. Non vi è in questo progetto nessuna pretesa accademica o dottrinale. Ci sono spunti, provocazioni, da discutere insieme, se si vuole.

Consacriamo questo numero a quella che può, senza dubbio, essere considerata la regina del nostro piccolo presepe maledetto. Prima Donna di “Sventurata la terra che ha bisogno di Eroi”, in tutti i sensi possibili, Leni Riefenstahl è stata guida e sentiero essenziale per la concezione di questa teogonia. A questo lavoro partecipano insieme Cataldo Tridico e Michele Barbaro. Insieme perché le affinità intellettuali tra i due germogliano grazie al confronto appassionato sui lavori di Leni, e appunto perché di confronto questa rubrica si nutre.

Quindi Leni Riefenstahl.

Scrivere della vita altrui è esercizio pericoloso. Perché ogni parola definisce e limita ciò che alla definizione si oppone per natura stessa. L’esistenza. Questo però non impedisce di confrontarsi con il secolo di vita di Leni. Perché se la definizione è sempre sfuggevole e perentoria, e qui non interessa; i colori del ritratto parlano più del pittore che del soggetto ritratto.

Quello che possiamo dire, all’inizio di questo lavoro, è che Leni Riefenstahl è fonte inesauribile di spunti, è vita vissuta, è contraddizione e verità, ed infine bellezza, bellezza sopra ogni cosa.

E di fatti alla bellezza consacra tutta la sua esistenza: ballerina, attrice, regista, fotografa, documentarista. Centodue anni di vita, spesi a sorprendere e sorprendersi del mondo.

E allora, di queste pagine, Leni non può che essere protagonista. Perché generosamente offre spunti eccezionali, perché sorprende quello a cui un’esistenza può condurre.

Perché Leni Riefenstahl è stata l’occhio di quello che viene considerato l’abominio peggiore prodotto dall’essere umano. Del nazismo Leni Riefenstahl è stata la musa, regina indiscussa della propaganda.

I suoi film costruiscono e fomentano l’immagine del Reich. Sublimano il delirio nazi, e del delirio nazi fanno culto estetico. Eppure Leni non è questo. Sicuramente non è solo questo. Più si guarda il lavoro di Leni, più si comprende quanto il suo spirito fosse cieco alle ragioni della storia, ma non a quelle dell’occhio.

Al giudizio morale, sempre a portata di mano, preferiamo la seduzione.

Ho avuto un’infanzia felice.

Nata Helene Bertha Amalia Riefenstahl detta Leni – Berlino 1901. Padre imprenditore. Madre casalinga, complice ed amica fedele della figlia. Si incontrarono ad un ballo.

La sua propensione artistica emerge in embrione prima dei sei anni.

I miei genitori erano usciti. Con l’aiuto di alcune lenzuola avevo trasformato mio fratello Heinz, di tre anni più giovane di me, in una mummia egizia, sicché non si potesse muovere; io invece, mi ero infilata i lunghi guanti da sera color lilla di mia madre e, avvolta nel tulle, ero diventata una baiadera indiana.

Una grossa fetta del suo tempo libero la piccola Leni lo riempiva, ossessivamente, con esercizi fisici e lezioni di danza. Più tardi, sarà la prima donna ad esibirsi su un palcoscenico di Berlino.

E’ utile notare come ad 89 anni – nella sua autobiografia (Memorien – 1987) – sintetizzava questo aspetto:

Amavo la bellezza del movimento fisico.

A questo amore puro, di fatto, Leni consacra tutta la sua vita. Se c’è un modo per comprendere questa esistenza, lo si può trovare solo nelle ragioni di questo amore. Al corpo, al fascino devastante del corpo e a tutte le possibilità che questo strumento portentoso offre, Leni dedicherà tutta la sua vita. Ecco che la seduzione, nella sua accezione più cristallina si fa strada. Il corpo seduce Leni, che del corpo vuole conoscere ogni possibile forma. Prima di ciò che la forma stessa intende.

Giugno 1924 – Berlino, in una fermata della metro.

Leni Riefenstahl si sta recando da uno specialista per guarire dalla salute precaria delle sue ginocchia. Passano molti treni, ma nessuno è quello utile.

Guardavo i manifesti appesi sui muri della stazione (…), all’improvviso lo sguardo si fissò su un manifesto della parete di fronte. Sotto l’illustrazione si leggeva “Der Berg des Schicksals” (La Montagna del Destino, un film sulle Dolomiti di Arnold Fanck).

Continuai a fissare quel manifesto come incantata, incapace di distogliere lo sguardo da quelle montagne gigantesche, da quell’uomo sospeso nel vuoto.

Dopo la visione del film, l’istintività e la tenacia indussero la Riefenstahl a presentarsi direttamente al regista con queste parole:

Nel prossimo film reciterò anch’io.

Il ritmo puramente visivo del cinema tedesco di montagna, scevro di un possibile senso vagamente comune, consolidò ciò che la futura regista covava dentro da tempo: il cinema di Fanck era il suo stesso riflesso.

La novità dei suoi film consisteva nell’assoluta assenza di trama, tuttavia la loro fantastica fotografia, rivoluzionaria per quei tempi, e un magistrale lavoro di montaggio, li rendevano assai più emozionanti di molti film a soggetto.

La formula culmina nel personaggio di Diotima in Der heilige Berg (La Montagna Sacra – 1926) scritto da Fanck per la Riefenstahl in tre notti.

Nel film, la celebre “Danza sulla Riva del Mare” unirà completamente i due artisti, premunendo forse il futuro della Riefenstahl stessa.

A suo dire (di Fanck), ogni sequenza doveva andare aldilà della comune visione delle cose e svelare un nuovo modo di vedere.

La Montagna Sacra fu un trionfo, ma anche l’inizio dell’intensa e turbolenta collaborazione fra Leni Riefenstahl ed Arnold Fanck.

Dei film di Franck, la Riefenstahl è stata la protagonista indiscussa. L’ostinata dedizione con cui l’attrice affronta le terribili insidie climatiche è sorprendente. Lei, prima di tutti, esige che le riprese vengano fatte in natura, limitando al minimo possibile, le riproduzioni in interno. Questo vuol dire, affrontare la montagna, nella sua fredda e mortale verità. Più di una volta, la nostra, antepone le ragioni dell’arte alla sua stessa incolumità. Leni Riefenstahl dimostrerà tutta la vita di essere pronta a rischiare la morte, capace di sacrificarsi per l’amore folle che la insegue. Del corpo è profeta, e all’occorrenza sarebbe stata martire.

Primi anni trenta.

Adolf Hitler rimase impressionato dal primo lavoro firmato esclusivamente dalla regista: Das Blaue Licht (La Bella Maledetta – 1931).

I produttori a cui la proposi la giudicarono troppo noiosa.

La Bella Maledetta, primo lungometraggio della Riefenstahl, rappresenta tutt’ora un lavoro di rara bellezza che trova il suo carattere nella suggestiva sequenza di inquadrature e nell’ossessivo lavoro di montaggio che ne seguì. Guardandolo si ha l’impressione di assistere ad un susseguirsi di contorni di soggetti catturati in un violento gioco di scale di grigi, incastrati di netto a formare un flusso fluido che regge sempre – in ogni istante – il suo stesso scorrere.

Figure severe, vestite di nero, smunte in viso, dal contegno fiero e distaccato; gli uomini portavano un cappello di feltro nero che conferiva loro un’aria ancora più misteriosa.

Questa è la descrizione che Leni Riefenstahl fa delle comparse che stava cercando meticolosamente da tempo per questo film e che trovò a Sarentino, a meno di un’ora di strada da Bolzano. Era gente che non sapeva cosa fosse una fotografia.

Con il suo primo lavoro, Leni Riefenstahl aveva unito Dziga Vertov ed Arnold Fanck. Questo approccio sarà la matrice di tutta la sua produzione futura.

Olympia – 1938, un documentario di quasi quattro ore (diviso in due parti) girato in occasione delle Olimpiadi di Berlino del ’36, è l’apice di tutto questo.

Capolavoro e testamento assoluto di una donna che aveva trovato nella bellezza della lotta olimpica il secondo soggetto più importante su cui sviluppare il suo cinema.

Diversamente, qualche anno addietro, il primo fu Adolf Hitler.

Febbraio 1932. Leni Riefenstahl si reca ad un affollato comizio del capo del Partito Nazionalsocialista.

Quando ritornò il silenzio sentii la sua voce: “Popolo tedesco…” Al suono di quelle parole ebbi una visione che non avrei più dimenticato: vidi la superficie terrestre stendersi davanti ai miei occhi come un emisfero sconfinato; poi, all’improvviso, quella calotta si aprì nel mezzo, scagliando contro il cielo un getto d’acqua così impetuoso da far tremare il suolo. Ero come stordita. Benché molte cose di quel discorso mi riuscissero incomprensibili, al pari del pubblico anche io non potei sottrarmi alla sua seduzione. La folla pendeva dalle labbra di quell’uomo.

Nei giorni seguenti Leni Riefenstahl scrisse direttamente ad Hitler: voleva incontrarlo.

Lei stessa, ricorda così il primo incontro:

L’auto si arrestò nei pressi di una spiaggia. Hitler mi venne incontro, porgendomi i suoi saluti; indossava un vestito blu scuro sopra una camicia bianca e una cravatta piuttosto scialba (…) Passeggiammo sulla spiaggia, seguiti a qualche passo da Brencker e da un’altro uomo; il mare era calmo e l’aria inaspettatamente mite.

Hitler aveva un binocolo, e ogni tanto guadava le navi all’orizzonte: me le descriveva con dovizia di particolari, mostrando una grande competenza in materia. Presto passammo a parlare dei miei film. Lodò in termini entusiastici la mia danza sulla riva del mare e disse di aver visto tutti i film in cui avevo recitato. “Quello che più mi ha colpito”, aggiunse, “è stato La Bella Maledetta soprattutto perché è piuttosto insolito che una giovane donna riesca a imporsi, vincendo il gusto e gli ostacoli dell’industria cinematografica (…). Quando saremo al potere, lei realizzerà i miei film”. Impossibile ribattei fin troppo impulsivamente.

Due anni più tardi in realtà, durante le riprese del congresso del partito nazionalsocialista (Norimberga – Settembre 1934), le espressioni del volto, i movimenti fisici e il particolare equilibrio sonoro nella cadenza dei discorsi del Fuhrer, concorrevano, insieme alle inquadrature di Leni Riefenstahl, alla loro stessa regia.

Triumph des Willens (Il Trionfo della Volontà) venne sia ultimato che proiettato il 28 Marzo 1935 all’UFA-Palast am Zoo di Berlino.

Gli applausi, durante la proiezione, si trasformarono in un’ovazione alla fine del film. Hitler, entusiasta, donò un mazzo di lillà alla regista che stremata dal lavoro, cascò a terra dopo qualche secondo.

Ci si può curiosamente interrogare a questo punto, quanto l’apprezzamento del pubblico fosse dovuto al contenuto del documentario e quanto inconsapevolmente al ritmo visivo ed alla suggestione di esso stesso.

I lavori che Leni Riefenstahl produsse durante e per il nazismo, hanno un fascino oscuro e terribile. La regista coglie nell’adunata del ’34, in Triumph des Willens”, e nelle olimpiadi tedesche immortalate in “Olympia”, qualcosa che supera e nulla ha a che vedere con il politico. Non interessano a Leni le parole di Hitler. A Leni interessa il suono di quelle parole. L’individuo che si muove dal podio, ed il corpo immenso che hai suoi piedi esegue gli ordini. Ecco che l’adunata, fenomeno politico, tristemente politico, acquisisce una connotazione estetica sbalorditiva. La potenza delle immagini raccolte dalla Riefenstahl sbalordiscono gli occhi, prima di inquietare il cuore. Un grande corpo organizzato si muove sotto ordine. L’occhio della regista vede un fatto umano a-storico, un fatto umano tremendamente potente. La stessa cosa accade per Olympia, quella della Riefenstahl non è l’apologia della razza ariana, si vedano le riprese fatte al velocista nero Jesse Owens. Il lavoro della regista è un elogio del corpo, in tutte le sue forme. L’accuratezza e il rigore con cui dirige le riprese porteranno, inoltre alla postulazione di nuovi paradigmi tecnici e stilistici, fondamentali per il linguaggio cinematografico moderno.

Quello di Leni è un amore ossessionato per il corpo, per le sue forme. I suoi film esaltano la materia senza pari, fanno del corpo l’unico soggetto possibile. Gli olimpionici sono campioni, eroi magnifici.

Potremmo benissimo accusare Leni di responsabilità quanto meno morale, nella tragedia tedesca. Potremmo azzardarci a giustificarla dicendo che il suo lavoro è stato a dir poco naif. Parlare di corpi e bellezza alle porte di uno dei più grandi eccidi del novecento pare inappropriato.

Ma noi non vogliamo nulla di tutto questo. Leni Riefenstahl è artista vorace, a cui non interessa nessun altro linguaggio che quello estetico. Consacrata sin da piccola a questa tremenda e incantevole forma di seduzione che non conosce ragioni morali di sorta, parla solo di e con i corpi, al di la del bene o del male.

Fine prima parte.

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2 risposte a SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Leni Riefenstahl – I parte

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  2. maion2013nielle ha detto:

    Condivido pienamente il vostro pensiero. L’amore di Leni per la “fisicità”, amore che raggiungerà la sua apoteosi nelle foto dei Nuba nulla ha a che vedere con ideologie di superuomo o quant’altro.

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