Ongaku no susume #19

Questa volta a Ongaku no susume parliamo di Michael Kiwanuka e del suo album di debutto intitolato Home Again.

Michael Kiwanuka è un musicista soul inglese salito alla ribalta nell’ultimo anno per aver vinto il BBC Sound of 2012 e soprattutto per aver pubblicato quello che a nostro parere si candida ufficialmente ad essere il disco dell’anno de La Rotta Per Itaca, Home Again.

Kiwanuka, figlio di genitori ugandesi fuggiti dal regime di Amin, nasce e cresce nel quartiere di Musswell Hill a nord di Londra dove viene a contatto con tutta quella generazione di musicisti interessati a scoprire le radici della musica nera, che vanno a scavare in quei sottoboschi sonori ormai dimenticati ma che invece hanno dato vita a fenomeni musicali di un certo rilievo e importanza per la musica contemporanea (Amy Winehouse su tutti). Michael Kiwanuka ripropone nei suoi brani vecchi film già visti e rivisti ma sempre splendidi, un jazz-soul misto al folk di James Taylor e con un pizzico di Van Morrison, il tutto accompagnato da una voce caldissima che rimanda a giganti della musica black come Marvin Gaye, Bill Withers o Terry Callier.

Ascoltando meticolosamente il disco di Kiwanuka, si può notare benissimo come ogni traccia costituisca un passaggio fondamentale che il musicista utilizza per accompagnare l’ascoltatore in questo viaggio alla riscoperta della musica nera, dove tutto è un eterno ritorno, l’innovazione a tutti i costi lascia spazio a una reinterpretazione originale mai fine a se stessa. Grandi musicisti ritornano alla mente durante l’ascolto dell’album e questo non può essere che un bene. Il Nostro infatti è stato accostato a gente del calibro di Bill WithersRandy NewmanOtis Redding e come abbiamo già detto prima anche Van Morrison e the Temptations.

Home Again è stato pubblicato il 12 marzo dalla Polydor Records ed è stato interamente prodotto da Paul Butler, già produttore di The Bees. Il disco è composto da dieci tracce e sono quasi tutte davvero superbe. Come ha già detto qualcuno, non è per niente un disco “digitale” sotto nessun punto di vista, profuma (anche solo ascoltando l’mp3) di analogico e questo è un ossimoro che stupisce.

Stefano Palmieri

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