Un’altra economia è possibile? Frans Van der Hoff: commercio equo e solidale e teologia della liberazione

di Matteo Antonin

L’arte del lucrare non conosce limiti, giacché i suoi fini sono il denaro e il possesso; invece l’economia ha dei limiti, giacché il lucro non è il suo vero fine…il semplice accumulare denaro è cosa diversa dalla ricchezza. – Aristotele –

In una battuta del film Aprile, divenuta in seguito molto celebre, Nanni Moretti esclama sconsolato alla parte politica che avrebbe dovuto rappresentarlo: “D’Alema, di’ una cosa di sinistra!“.

Le cose più di sinistra che ho sentito negli ultimi tempi le ha dette un prete.

Si chiama Frans Van der Hoff, è un economista, missionario e teologo della Liberazione, e venerdì 18 maggio ha presentato al Teatro Cristallo di Bolzano – all’interno dell’iniziativa Sulle Orme di Ulisse – il suo libro Il Manifesto dei Poveri (Il Margine, 13 euro).

Negli anni ’80 Frans Van der Hoff, insieme all’economista olandese Nico Roozen, ha inventato il commercio equo e solidale, una nuova forma di scambio economico nella quale si cerca di garantire ai produttori di materie prime e ai lavoratori dei paesi economicamente più poveri una retribuzione e un trattamento economico più equo e rispettoso.Frans Van der Hoff nasce in Olanda nel 1939. Nel 1968 viene ordinato sacerdote.

Dopo aver insegnato Antropologia e Teologia della Liberazione in Canada, decide che è arrivato il momento di mettere in pratica ciò che fino a quel momento ha soltanto studiato e di mettere la propria fede al servizio dei poveri e degli sfruttati del mondo.

La teologia della liberazione è infatti una riflessione teologica nata in America Latina che mette in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano. Questo movimento propone una Chiesa nuova, popolare e socialmente attiva, la quale deve seguire i principi e gli insegnamenti rivoluzionari del “Cristo dei poveri”, e non i dettami delle gerarchie ecclesiastiche (inutile dire che il movimento della Teologia della Liberazione fu duramente osteggiato dalle alte gerarchie vaticane).

I principali ideologi del movimento sono il teologo peruviano Gustavo Gutierrez e brasiliani Hélder Câmara e Leonardo Boff. Si racconta che quest’ultimo, a Monaco nel 1970, si scontrò duramente – a causa della sua dissertazione, definita con disprezzo come una “certa qual utopia rivoluzionaria estranea alla Chiesa” – con il proprio correlatore di tesi di laurea, Joseph Ratzinger. Il futuro papa invitò Leonardo Boff a liberarsi “da un certo socialismo utopico che non può essere identificato con il Vangelo”.

Tra i fondatori del movimento vi sono anche Frei Betto e Oscar Romero, assassinato – come molti altri sacerdoti sudamericani impegnati nella lotta allo sfruttamento – dalla giunta militare di destra salvadoregna per il suo impegno politico a favore del popolo.

Convinti della possibilità di una sorta di “socialismo cristiano”, basato sui messaggi di uguaglianza e fratellanza di Cristo, i teologi della liberazione criticano l’atteggiamento di carità sterile della Chiesa, la quale sembra osteggiare chi non vuole soltanto aiutare i poveri, ma anche interrogarsi sulle cause di questa povertà, la quale spesso si alimenta di disuguaglianza, sfruttamento, ignoranza e violenza.

Hélder Câmara ha riassunto questa critica alle alte gerarchie vaticane in una celebre frase:

Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.

Tornando a Frans Van der Hoff, il giovane sacerdote accademico, desideroso di mettere in pratica quello che per lui era il vero messaggio evangelico, parte per l’America Latina. Dopo essere fuggito dal colpo di stato di Pinochet in Cile, si trasferisce in Messico e nel 1981 fonda insieme ai campesinos della sierra la cooperativa di caffè “Uciri (Unión de las Comunidades Indígenas de la Región del Istmo). Intanto Nico Roozen resta in Olanda a cercare di convincere gli imprenditori e le grandi distribuzioni della validità del progetto: nasce così la prima forma di commercio equo, audace tentativo di coniugare etica e mercato.

L’obiettivo è quello di garantire ai produttori di materie prime delle condizioni di vita dignitose e un prezzo equo per la loro merce, sottraendoli dalle condizioni di sfruttamento delle grandi multinazionali.

Oggi il commercio equo e solidale è una realtà solida e affermata.

A chi gli chiede di rispondere alle accuse di coloro che intendono il commercio equo solo come un’altra forma di business (“con la scusa della solidarietà vi siete arricchiti…alla fine siete uguali agli altri…”) Frans Van der Hoff risponde, con una calma velata di ironia, che, si, è vero, si sono arricchiti: “Anzi, il fatturato è aumentato del 100%. Questo significa – confessa sorridendo – che oggi un campesino di Tehuantepec guadagna 4 dollari al giorno, mentre prima ne guadagnava solo 2. Ride: in effetti il fatturato è aumentato del 100%”.

All’inevitabile domanda sulla crisi economica Frans Van der Hoff risponde con un sorriso amaro che nel Sud del mondo la crisi economica è permanente, e che quindi laggiù non è cambiato poi molto. Poi diventa serio e aggiunge con una provocazione: “Noi in Messico crediamo che la crisi sia un dono di Dio; è il segno che Dio ci manda per ricordarci che Lui è uno solo, e non va sostituito con altri falsi déi: il denaro, il successo, la ricchezza, il mercato, la mano invisibile di Adam Smith…. Il sistema economico neoliberista ha fallito, la crisi economica ce lo ha dimostrato. In questo senso essa è un dono. La crisi ha evidenziato la necessità e l’urgenza di un’altra economia e di un’altra mentalità per la vita dell’uomo.”

E aggiunge: “Noi non crediamo nel progresso, né nell’accumulo o nella ricchezza. Noi combattiamo la miseria, ma crediamo in una vita all’insegna della povertà dignitosa: una vita semplice e comunitaria nella quale i bisogni fondamentali dell’essere umano siano garantiti: il cibo e la terra, la casa, il lavoro, l’equità e la giustizia sociale, la democrazia partecipativa, poiché quella attuale non è democrazia, bensì plutocrazia.”

Esco dalla presentazione de Il manifesto dei poveri con tante idee che girano nella testa e la bella sensazione di sapere che almeno in qualche piccola comunità che vive nel fango sulle alture sperdute della sierra messicana un’altra idea del vivere è possibile, un altro modo di stare insieme è possibile, un’altra economia è possibile, otro mundo es posible.

Sul volantino che accompagna l’evento scrivono di Frans Van der Hoff: “la sua visione rivoluzionaria attribuisce un nuovo valore all’economia, riportandola al suo significato originario di oikonomia, la legge della casa che mette al centro il bene della comunità piuttosto che il profitto fine a se stesso”.

Per approfondire:

  • Articolo sul Corriere della Sera su Frans Van der Hoff
  • Intervista a Frans  Van der Hoff su Famiglia Cristiana (lo so, nessuno di noi vorrebbe mai leggere Famiglia Cristiana, ma l’intervista è interessante)
  • Intervista a Frans Van der Hoff su Franzmagazine
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3 risposte a Un’altra economia è possibile? Frans Van der Hoff: commercio equo e solidale e teologia della liberazione

  1. mrz ha detto:

    Così ho imparato ad apprezzare l’Opus Dei e a detestare i cattocomunisti.

  2. sebastianoisaia ha detto:

    «Battersi per una povertà dignitosa»: è l’utopia rivoluzionaria di Frans Van der Hoff, il teologo olandese che ha “inventato” il cosiddetto mercato equo e solidale, ossia una delle forme che il Capitale, nella sua infinita saggezza, ha sperimentato per espandere in ogni luogo del pianeta i suoi meravigliosi rapporti sociali. Naturalmente il nostro pio olandese non è d’accordo con la mia tesi, e difatti nel suo Manifesto dei poveri scrive quanto segue: «Il capitalismo non esiste che da duecento anni e noi abbiamo potuto constatare, in modo definitivo, che le contraddizioni che gli sono proprie portano in se stesse i germi del suo superamento: il commercio equo e solidale è uno di questi» (F. V. der Hoff, Manifesto dei poveri – il commercio equo e solidale: per non morire di capitalismo, Il Margine ed.).
    Lungi dal superare il Capitalismo, il cosiddetto fair trade e ogni altra forma di iniziativa “economicamente corretta” (tipo Banca Etica, Finanza Etica, Moneta Etica ed eticherie di simile fattura) rappresentano appunto una delle tante strade che menano al suo sviluppo. In linea di principio il Capitale non discrimina sul piano etico, razziale, religioso, sessuale, politico: tutto ciò che non ne mette in discussione la radice sociale, ossia la forma salariale del lavoro e la forma mercantile del prodotto del lavoro sociale (di cui il denaro ne è l’espressione più genuina e mistificata), si presta potenzialmente a diventare un suo strumento di sviluppo. È la potente astuzia del Capitale. «La verità è che in questa società borghese ogni lavoratore, purché sia un tizio intelligente ed astuto, e dotato di istinti borghesi, e favorito da una fortuna eccezionale, ha la possibilità di trasformarsi in sfruttatore del lavoro altri» (K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito).
    Non c’è dubbio che Frans Van der Hoff sia dotato di intelligenza e di istinti borghesi. L’astuzia non è decisiva nel singolo: essa è immanente alla dialettica del Capitale, questa vera e propria potenza sociale demoniaca – un linguaggio quanto mai appropriato all’oggetto di cui si tratta. Che il fair trade possa favorire il superamento dell’attuale crisi economica (non del Capitalismo!) è cosa che sta nell’ordine “naturale” delle cose, e ciò può scandalizzare solo chi non comprende l’essenza della Società-Mondo del XXI secolo: da New York a Tehuantepec.
    A proposito di «utopia rivoluzionaria»: ovviamente stavo facendo dell’ironia.

  3. matteo ha detto:

    Caro Sebastiano,
    può darsi che tu abbia ragione, senz’altro sempre di commercio si tratta, e le regole sono sempre più o meno le stesse – merce, profitto, ecc….
    Io però credo che esistano sempre due approcci per giudicare le cose, uno interno al sistema (“spurio”) e uno più puro…(ne avevamo già parlato a proposito della commercializzazione dell’arte in Benjamin e Adorno).
    Io trovo il commercio equo e solidale una buona forma di azione per migliorare la vita delle persone attraverso e NEL sistema attuale, che per ora è l’unico che abbiamo.
    Non dico che sia la forma migliore, non dico che sia quella che preferisco…nel post sul tuo blog tu proponi altre soluzioni (“socializzare i mezzi di produzione”: http://sebastianoisaia.wordpress.com/2012/06/09/miseria-del-fair-trade/), ma per ora queste soluzioni non sono state ancora realizzate perché quelle escono FUORI dal sistema…. per cui a mio parere si inseriscono in un tutt’altro orizzonte di azione rispetto a chi sceglie di operare dall’interno, non per rivoluzionare ma magari solo per migliorare….
    Trovo che ben venga l’approccio puro, ma che si possa trovare alcune cose positive anche in quello “spurio”, quello che accetta qualche compromesso….
    ciao e grazie del commento…

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