di Matteo Antonin
Per i filosofi greci antichi la felicità (eudaimonìa) ha sempre coinciso con il fine ultimo di tutte le azioni dell’uomo, in quanto essa veniva intesa comunemente – sebbene essi divergessero tra loro sulla sua definizione – come il fine ultimo della vita. Questo era possibile in quanto gli antichi non intendevano la felicità come l’appagamento dei propri desideri e delle proprie inclinazioni (quello che oggi chiamiamo edonismo), ma la facevano coincidere con il Bene, ovvero con l’etica e la morale: per la maggior parte delle etiche antiche essere giusti e perseguire il Bene più alto coincideva con l’essere felici.
Al contrario, nell’epoca moderna la felicità perde questo carattere e questa connotazione morale, divenendo qualcosa di esclusivamente personale, legato all’individualità e alla personale soddisfazione di inclinazioni e desideri. In questa accezione moderna della felicità essa sembra divenire sempre più una chimera, un traguardo irraggiungibile.
Nonostante ciò tutti noi la cerchiamo continuamente, la inseguiamo, la bramiamo, la riteniamo un nostro diritto, e misuriamo il livello di soddisfazione della nostra esistenza sul nostro grado di felicità.
Ma anche ammettendo che la felicità che stiamo cercando esista e sia raggiungibile, che cos’è precisamente la felicità? E come possiamo raggiungerla? Essere felici è uno stato duraturo o un attimo fugace che scompare immediatamente? E ancora: la felicità è un sentimento attivo (una intensa gioia per qualcosa) o un sentimento derivante dall’assenza di qualcosa come ansie, preoccupazioni, malattie, problemi? Leggi l’articolo completo




