Che cos’è la felicità?

di Matteo Antonin

Esiste la felicità?

Per i filosofi greci antichi la felicità (eudaimonìa) ha sempre coinciso con il fine ultimo di tutte le azioni dell’uomo, in quanto essa veniva intesa comunemente – sebbene essi divergessero tra loro sulla sua definizione – come il fine ultimo della vita. Questo era possibile in quanto gli antichi non intendevano la felicità come l’appagamento dei propri desideri e delle proprie inclinazioni (quello che oggi chiamiamo edonismo), ma la facevano coincidere con il Bene, ovvero con l’etica e la morale: per la maggior parte delle etiche antiche essere giusti e perseguire il Bene più alto coincideva con l’essere felici.

Al contrario, nell’epoca moderna la felicità perde questo carattere e questa connotazione morale, divenendo qualcosa di esclusivamente personale, legato all’individualità e alla personale soddisfazione di inclinazioni e desideri. In questa accezione moderna della felicità essa sembra divenire sempre più una chimera, un traguardo irraggiungibile.

Nonostante ciò tutti noi la cerchiamo continuamente, la inseguiamo, la bramiamo, la riteniamo un nostro diritto, e misuriamo il livello di soddisfazione della nostra esistenza sul nostro grado di felicità.

Ma anche ammettendo che la felicità che stiamo cercando esista e sia raggiungibile, che cos’è precisamente la felicità? E come possiamo raggiungerla? Essere felici è uno stato duraturo o un attimo fugace che scompare immediatamente? E ancora: la felicità è un sentimento attivo (una intensa gioia per qualcosa) o un sentimento derivante dall’assenza di qualcosa come ansie, preoccupazioni, malattie, problemi? Leggi l’articolo completo

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Velati sfottò, leoni parlanti e ricchi premi. Un’introduzione alla filosofia del linguaggio

di Dimitri El Madany
 

Vetusti lettori e anguste lettrici de La Rotta per Itaca, ben ritrovat* in questo spazio demenzial-filosofico del tutto avverso ai canoni dell’epistemologia tradizionale, eppur non privo di un certo ardore gnoseologico.

Alcune di voi ci hanno fatto pacatamente notare come la lunghezza esagerata degli ultimi due appuntamenti ne rendesse la lettura un tantino farraginosa. Sempre felici di accogliere riscontri contestuali critici ma nondimeno costruttivi, veniamo prontamente incontro alle vostre facoltà mentali irreparabilmente deteriorate dalla moderna vita digitale, adeguandoci alla soglia d’attenzione media misurata sugli standard europei e stimata all’incirca in trentacinque secondi.

Ergo, il post è già finito.

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Felicità e anempatia. Sulla musica de “Happiness” di Todd Solondz (Allegro ma non troppo, quasi affatto)

di Francesco Spè

"Happiness" (1998) - Particolare della locandina

Joy: “Sono incredibilmente felice”.

Trish: “Davvero? Son talmente felice che tu sia felice”.

Joy: “Più felice di così non potrei essere”.

Trish: “Scusa se mi ripeto ma te lo voglio dire ugualmente: sono davvero felice per te, felicissima”.

Joy: “Oh Trish …

 

Helen: Scusa Joy, ti chiedo perdono, però … però non prendetela: non sto ridendo di te, sto ridendo con te, te lo assicuro!”

Joy: “Ma io non sto ridendo”.

Joy, dolce e imbranata trentenne dai modi gentili, ha una travagliata vita sentimentale, una carriera come cantautrice che stenta a decollare e due sorelle che la considerano «intrinsecamente votata al fallimento». Trish, la sorella più grande, scopre che il suo affettuoso maritino nutre insospettabili istinti pedofili che sfoga con gli amichetti di Billy, il loro figlio undicenne; Helen, la sorella più giovane, è invece un’altezzosa scrittrice di successo che colleziona uomini e che si accorge di quanto vuota sia la sua vita e finta la sua scrittura («Se solo mi avessero violentato a 12 anni!! Almeno avrei il dono dell’autenticità E invece niente»). I genitori delle tre sorelle infine, Mona e Lenny (Ben Gazzara) non si sopportano più e sono in procinto di divorziare dopo quarant’anni di matrimonio. Quella appena descritta è l’intricata vita dei Jordan, una famiglia che sguazza nella più frustrante infelicità anche se fa di tutto per ostentare il contrario. E tutt’altro che felici sono le vite degli altri personaggi che popolano il mondo di Happiness, tragicomica pellicola di Todd Solondz del 1998 (mentre ben 11 anni dopo è uscito il sequel: non sorprendetevi se un giorno finirò per parlarne su queste pagine). Quello dipinto dal regista americano è un mondo intriso di paradossi ed ossimori, popolato da persone dall’umore instabile e dai desideri inconfessabili, che alternano finti sorrisi smaglianti a liberatori pianti scroscianti alla disperata ricerca di una felicità obbligatoria, forzata, da inseguire a tutti i costi e forse proprio per questo destinata a non arrivare mai. Afferma il regista:

C’e qualcosa di fascista nella volontà di essere felici. Se sei depresso non devi prendere pasticche per non esserlo più, anzi forse bisognerebbe dare pasticche alla gente che sorride affinché si deprima un poco: la tristezza forma parte della vita quanto la felicità e bisogna accettarla. Leggi l’articolo completo

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Ongaku no susume #12

In questo post di Ongaku non verrà recensito nessun disco questa volta, ma sarà ricordato Don Cornelius, conduttore e creatore di Soul Train.

- Stefano Palmieri – Il padrone di casa e produttore esecutivo di Soul Train è morto la settimana scorsa, il primo febbraio per la precisione. Il dipartimento di polizia di Los Angeles ha riferito che Don Cornelius è stato trovato morto nella sua casa di Los Angeles, si è suicidato con un colpo di fucile in bocca, e come tutti i grandi della musica non è uscito di scena in punta di piedi. Ma cos’era Soul Train? Era “Il viaggio più alla moda in America”, come lo chiamava Cornelius, e andava in onda ogni sabato mattina. Lo show televisivo quando cominciò, nel 1970, andava in onda su un canale locale di Chicago – quindi prima che gli afroamericani fossero nei cartelloni pubblicitari e l’hip-hop hit scalasse le classifiche pop. Entro la fine della sua seconda stagione, Soul Train andava in onda in tutti gli Stati Uniti, e la produzione del programma venne spostata a Los Angeles. Lo show era sulla buona strada per diventare finalmente il luogo in cui tutti gli americani potevano vedere e quasi toccare con mano la cultura nera. Leggi l’articolo completo

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Su una traduzione errata in The Wire

di Flavio Pintarelli

L’argomento di questo post sarà la traduzione, ovvero l’atto di trasporre un testo da una lingua a un’altra lingua. Di solito si dice che tradurre è un po’ tradire, nel senso che ogni traduzione è inevitabilmente anche una riscrittura del testo in quanto ogni traduttore, cercando di restituire le sfumature di senso del testo originale, opera una selezione personale nell’archivio della lingua focalizzandosi su certi aspetti e tralasciandone altri.

Vi sono però casi in cui, seppur tenendo conto della variabilità propria dell’atto del tradurre, la traduzione risulta errata e opera una sovversione totale del senso di un testo. Sarà proprio di uno di questi casi di cui si tratterà qui. Leggi l’articolo completo

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