Il saggio di Schopenhauer

 

coverdi Matteo Antonin

Benché Schopenhauer sia generalmente considerato un “maestro di pessimismo”, egli elaborò, come via secondaria della propria filosofia, anche una dottrina della felicità.

Infatti per il filosofo sono due gli atteggiamenti possibili nei confronti di una vita che egli stesso definisce «piena di tormenti e di tribolazioni», vale a dire «rendersene superiori con una ragione più alta o rassegnarsi ad abbandonarla».

Ben comprendendo che sarebbe stato impensabile ritenere che tutti gli uomini potessero essere in grado di intraprendere questo duro e severo cammino ascetico verso la perfezione della liberazione dalla volontà, Schopenhauer pensò che occorresse indicare strade più praticabili di saggezza per tentare di rendere comunque possibile una qualche serenità, un benessere quantomeno empirico e relativo, nonostante l’inesorabile fallimento cui è destinata ogni ricerca della felicità duratura, cioè assoluta.

La corrente eudemonologica della sua filosofia consiste dunque nel tentativo di creare, attraverso un accorto uso di prudenza e saggezza, quell’ingegno e quella «ragione più alta» in grado di garantire una vita serena e col minor numero di tormenti possibili anche all’interno di un’esistenza oscillante tra noia e dolore.

Per questo motivo il filosofo non è interessato soltanto a una riflessione filosofica sulle tematiche della prudenza e della saggezza, ma ha come chiaro obiettivo la creazione in prima persona di una filosofia intesa come «arte di vita», come un qualcosa volto a trasformare radicalmente il modo di vivere l’esistenza.

Si può quindi cogliere in Schopenhauer una vera e propria «riscoperta» della filosofia pratica intesa come saggezza di vita. A partire dal 1822, e per tutto il periodo giovanile seguente la pubblicazione della sua opera fondamentale, egli si dedica non solo a un’accurata ricerca di detti, sentenze, motti e massime di autori classici e moderni, ma si cimenta in prima persona nella stesura di aforismi e massime di vita, nel tentativo di creare una propria filosofia pratica secondo la quale l’uomo sarebbe in grado, attraverso un corretto uso della ragione, di staccarsi dal mondo e di rendersi imperturbabile anche di fronte alle più terribili sventure.

Schopenhauer ritiene che l’uomo, prigioniero di un’esistenza che gli riserverà soltanto mali e sventure, necessiti di un sapere pratico che consista in un «saper fare» che è un «saper vivere» e ritiene che questo sapere e questa abilità possano rendere la vita, se non felice, quantomeno serena e priva di dolore.

Nelle proprie riflessioni sulla saggezza Schopenhauer descrive un uomo che non soggiace alla propria volontà (al proprio carattere, ai propri impulsi e alle proprie passioni), bensì alla ragione, che si affida a essa e alle sue massime per sottrarsi alla propria irragionevolezza. Egli è convinto che la saggezza consista proprio nella capacità della ragione e dell’intelletto di non farsi mai dominare dalla volontà, poiché l’uomo che non è in grado di obbedire alla propria ragione si trova perso in balía delle proprie passioni ed è quindi infelice.

La conoscenza di sé, il dominio di sé e delle proprie passioni, l’accettazione del destino, la ricerca della quiete e dell’imperturbabilità, sono le caratteristiche di colui che possiede la vera saggezza: attraverso il progressivo fare proprie queste massime di vita (sapersi dominare, saper conversare, saper agire in maniera accorta ed equilibrata, conoscere se stessi) si arriverà alla piena acquisizione del proprio carattere, alla completa conoscenza di se stessi e degli altri, e di conseguenza a possedere completamente non una strada verso la salvezza, ma almeno «un efficace orientamento nel tempestoso mare dell’umana precarietà».

Si delinea sempre di più la figura del saggio schopenhaueriano: egli non cerca la virtù o la salvezza, ma l’imperturbabilità e la quiete dell’animo. Egli non mira a liberarsi totalmente e definitivamente dalla propria volontà, ma all’essere in grado di gestire sapientemente le proprie esigenze, liberandosi dalla volontà per quanto gli è possibile. Il saggio è in armonia con sé, ha conosciuto, accettato e affermato il proprio carattere, accetta la necessità del destino. È moderato, non desidera più di ciò che può ottenere, è temperante e domina le passioni, è padrone di se stesso, non si abbandona mai all’ira.

Tra la completa negazione della vita, cosa per pochissimi eletti, e la sua completa affermazione, con tutte le inevitabili sofferenze che ne conseguono, v’è una terza via, quella cioè che persegue all’interno della vita una saggezza capace di addomesticare momentaneamente la volontà di vivere, permettendo una vita quieta e priva di sofferenza.

La saggezza di vita viene intesa da Schopenhauer come una semplice guida all’esistenza, un’arma in più per evitare le tribolazioni e per sopportare le evenienze della vita, siano esse portate dalla buona o dalla cattiva sorte. Sottomettere il proprio carattere, e dunque la propria volontà, alla ragione, è l’unico modo che Schopenhauer ritiene efficace per vivere «passabilmente e senza dolore».

La saggezza per Schopenhauer consiste principalmente nel conoscere se stessi, nell’accettare il proprio carattere, nel dominare le passioni, nel non desiderare più di quello che si può ottenere, nell’evitare la compagnia degli uomini in un’austera solitudine, nell’evitare qualsiasi conflitto, se necessario anche ascoltando qualunque cosa, «anche la più folle, in tutta pacatezza, considerando l’insignificanza di chi parla e della sua opinione […]».

Fondamentale per il saggio è l’agire razionalmente, secondo massime e concetti, e mai in maniera affrettata, irrazionale, passionale, intuitiva o condizionata dall’impressione del momento.

Al dominio delle passioni si aggiunge, come caratteristica del saggio, la quieta sopportazione di ciò che è necessario: «Fare di buon grado ciò che si può, e sopportare altrettanto di buon grado ciò che si deve» è una dalle sue massime di vita. Egli dunque «mantiene la calma in tutte le avversità», considerando «il male presente come una parte minima di ciò che potrebbe capitargli».

Il saggio è inoltre moderato: «Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici» scrive Schopenhauer «consiste nel non chiedere di diventare molto felici, dunque nel ridurre le proprie pretese a una misura assai moderata in fatto di piacere, possesso, rango, onore, eccetera: infatti proprio l’aspirazione alla felicità e la lotta per conquistarla attirano grandi sventure».

Ultima caratteristica del saggio è quella di accontentarsi del proprio presente, astenendosi da grandi speranze o dalla paura di disgrazie possibili.

Il saggio trae dunque la propria felicità da ciò che egli è, dal proprio vivere in armonia con se stesso, dalla propria capacità di conoscersi e dominarsi, dalla propria moderazione e quieta accettazione della necessità degli avvenimenti.

Per Schopenhauer soltanto il santo e il saggio riescono, in definitiva, a essere felici. Tuttavia essi godono di due felicità differenti: quella del santo, il quale, nel negare la propria personalità attraverso un percorso mistico di ascesi, si sottrae a se stesso, al proprio carattere, al proprio destino e quindi alla propria volontà, è sovrumana, extramondana, virtuosa, trascendente. Quella del saggio si basa invece non sulla negazione della propria personalità,ma sull’affermazione di essa: la sua felicità sarà dunque umana, immanente, mondana.

La felicità del santo coincide quindi con la beatitudine della salvezza e della redenzione, ottenuta con un agire perfetto e sempre virtuoso. La saggezza invece non redime né rende virtuosi, ma permette di vivere serenamente, ricordandoci «quanto la nostra felicità dipenda da ciò che siamo» e permettendoci di evitare ogni dolore causato dall’irragionevolezza, raggiungendo così «il meglio che il mondo ci può offrire», ovvero «un presente sopportabile, quieto e privo di dolore».

 

 

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Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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