Gli scacchi non sono poesia #4

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La storia si ripete. Sabato 9 novembre a Chennai, India, di fronte ad una scacchiera e 32 pezzi comincerà il campionato del mondo di scacchi. A contendersi il trono di giocatore più forte del pianeta Vishy Anand e Magnus Carlsen. Anand, indiano, è il campione in carica, Carlsen, norvegese, è il giocatore con il punteggio ELO (sistema di valutazione) più alto della storia del gioco.

Vishy Anand, la tigre di Madras, ha 44 annni, è 7 anni che detiene il titolo. Carlsen ha la metà degli anni di Anand, 22, il giocatore più performante della storia, le sue prestazioni hanno superato quelle delle leggende del gioco, annichilito Fischer, spazzato via Kasparov.

Questa sfida entra di forza nella narrativa epica del gioco. Prima di loro, a contendersi lo scettro di campione del mondo ci sono stati degli alieni. Delle sfide immortali, come immortali ed eterne sono le verità matematiche. Si pensi a Fischer-Spassky e la guerra fredda. Oppure a Tal-Botvinnik sfida tra una mente pazza ed una maniacalmente ordinata. Oppure le leggendarie partite tra Lasker, tedesco d’acciaio e Capablanca, cubano, che si sedeva al tavolo accompagnato da quattro signorine, un sigaro e del buon rum.

Perché la sfida mondiale di scacchi non è solo un evento sportivo, è l’incontro di mondi irriducibili, di tensioni imponderabili, geometrie esoteriche. É la miglior narrativa possibile, e le parole non servono.

Ecco, come tutte le sfide mondiali che si rispettano, anche questa vive le sue battaglie fratricide. Anand è l’ultimo dei grandi campioni classici, cresciuto sui libri impolverati delle biblioteche di Nuova Dhely. Figlio dello studio su carta e scacchiera. Delle analisi fino a tarda notte per stabilire se quel pedone debba o non debba muoversi di due case. Anand è l’ultimo cavaliere (forse con lui solo Kramnik) del secolo ventesimo, del millennio secondo. Carlsen è figlio dei computer, del silicio, dei logaritmi e della verità incontrovertibile. Primo discepolo del secolo ventuno e del millennio terzo.

E lo stile di gioco dei due dimostra benissimo questo mio assunto. Anand muove i pezzi con eleganza rara, da vita a delle combinazioni magistrali ed irripetibili (Aronian-Anand), Carlsen è un mostro, gioca il gioco perfetto e sterile d’un computer, non sbaglia mai. E per questo le sue partite sono identiche l’una all’altra. Anand ha passato la sua vita a studiare aperture, Carlsen trova inutile e noiosa questa attività.

Turgenev scriveva di padri e figli, di figli che deridono i padri, e di padri che seppelliscono i figli. Questa sfida è parte di quella narrativa, del nuovo mondo che arriva, fatto di pixel, megabyte e perfomance, e del vecchio mondo, costruito nella polvere e nella solida lentezza.

La sfida è articolata su dodici partite, la mia intenzione quella di darvi ogni venerdì per le prossime due settimane, un breve reportage di come sta andando questa battaglia fatta di diagonali gambetti e sacrifici.

Avessi le capacità ed il tempo non parlerei di nient’altro.

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