“DISPERAZIONE, MICRAGNA E FAVELLA”. Intervista a Masito (Colle der Fomento)

di Francesco Spè

Masito03Non c’è ancora una data ufficiale (il vago “uscirà in autunno” aumenta la fotta del fan bramoso) ma pare proprio che il momento tanto atteso da molto di noi, rappusi e non, stia per arrivare: dopo 6 anni il Colle der Fomento (Flavio Pintarelli aka @elpinta scrisse su queste pagine un’accurata analisi delle loro liriche ) sforna un nuovo disco. E dal 21 giugno scorso già  ne conosciamo un pezzo, bomba, che rappresenta il primo tassello di un mosaico ancora da scoprire. Per l’occasione ho fatto una chiacchierata con Masito, uno dei 3 componenti del gruppo insieme a Danno Dj Baro,  densa di riflessioni sul percorso aristico del Colle, su cosa significhi creare, promuovere e fruire musica al tempo dei social network e del free download, su spazi occupati e tentativi di resistenza, sul rap, su Roma.

1) Partiamo subito da “Sergio Leone”, il pezzo  che avete lanciato su You Tube qualche settimana fa. La prima cosa che è balzata al mio orecchio è la chiara matrice rock del pezzo. Non è la prima volta che vi cimentate in queste genere di ibridazioni, ma colpisce che sia avvenuto per il singolo d’esordio. Ritroveremo queste influenze in altri pezzi del disco o si tratta di un episodio isolato? Cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove produzioni di Baro?
Premetto che la base di “Sergio Leone” non è crossover, non è una base suonata ed è stata campionata come la maggior parte delle produzioni hip hop americane. Come “99 problems” di Jay Z e in genere le produzioni di Rick Rubin è hip hop 100%. Sergio Leone era un idea che era nell’aria da un po’, è il nostro tributo al regista per eccellenza della nostra vita e nello stesso tempo ai Beastie Boys che amiamo da sempre e ad MCA scomparso nel 2012. Sapevamo benissimo che il pezzo non è il solito pezzo “Colle” e che qualcuno avrebbe storto il naso ma noi siamo musicisti e facciamo rap, non ci delimitiamo con la scena di rap-italiano ma ci sentiamo musicalmente cittadini del mondo. Ascolto da sempre rap americano e francese, mentre in Italia il pubblico ascolta prevalentemente artisti Italiani spesso ignorando cosa succede o succedeva oltre oceano, ascoltano rap solo ITA da 2-3 anni e pensano che quello sia tutto, questo ci fa ridere sinceramente. Quando scegliamo i beats e impostiamo un pezzo nuovo dobbiamo prima di tutto soddisfare noi stessi e con “Sergio Leone”e ci siamo riusciti, ci piace ascoltarlo e farlo nei nostri live. Rispetto al disco nuovo non vogliamo anticipare nulla, basta dire che ci sono diverse sfumature e atmosfere, poi ognuno metterà le etichette che vuole😉

2) A tal proposito mi viene in mente uno dei vostri feat. più riusciti e sperimentali, quello con Micalizzi per il progetto “Gli Originali”. Che esperienza fu interpretare in quella chiave “Il cielo su Roma”?
“Gli Originali” è stata un’esperienza bellissima per noi, durante le prove e lo show rappavamo “Il cielo su Roma” accompagnati da un orchestra di fiati composta da 20 elementi, tutti professionisti di livello incredibile primo su tutti il maestro Franco Micalizzi che con la sua umanità ci ha fatto sempre sentire a nostro agio. Durante i live di Roma e Milano mi sono sentito parte di un orchestra, uno strumento musicale e ho suonato la mia voce insieme a gli strumentisti assaggiando un’adrenalina mai provata prima. Per quel che mi riguarda “Gli Originali” insieme a “C’era una volta a Roma”(spettacolo simile a “Gli Originali” diretto dal maestro Massimo Nunzi  dove abbiamo rappato “Il cielo su Roma” insieme a un’orchestra eseguendo temi di film cult italiani) sono state le esperienze musicali più belle della mia vita dove ho toccato con mano le interazioni tra diverse professionalità artistiche.


3) Proprio “Il cielo su Roma” fu l’ultimo vostro video risalente ormai a 3 lustri fa. Come mai questa scelta? Questione di budget? O pensate che la forma video sia adatta solo a un certo tipo di pezzi? Mi ha sempre interessato il fatto che se ascolti per la prima volta una canzone insieme al relativo video, le immagini “indirizzano” l’ascolto. Cosa ne pensi?
Per un po’ di anni, proprio mentre scoppiava in Italia la fissa per i videoclip, ci siamo un po’ disinteressati all’argomento. Personalmente non amo questo stile di video che piace oggi con gli attori e la storiella tipo cortometraggio e mi pare un clichè ormai esaurito. Durante “Anima e Ghiaccio” (2007) volevamo girare il video di “Ghetto Chic” ma poi non se n’è fatto niente. Il video de “Il cielo su Roma” comunque ha fatto scuola e parecchi hanno seguito quello stile dinamico di riprese veloci con mille locations, tra l’altro sia quello che il video di “Vita” sono realizzati in pellicola ed è stato un lavoro costoso e lungo. Noi Colle facciamo le cose quando ci vengono e non quando un qualche standard lo impone quindi seguiamo l’ispirazione e non siamo contagiati dalla mania di portare gente dalla tua parte e accumulare “clienti”. Penso anche io che il video di un pezzo nuovo modifica il giudizio sulla canzone e condiziona molto l’ascoltatore, quello che conta per noi è sempre QUELLO CHE ESCE DALLE CASSE.

4) La scelta del titolo “Sergio Leone” poteva far immaginare un omaggio alla sua filmografia, ma al di là delle citazioni dei suoi film relazionate con la realtà – sopratutto nella tua prima strofa – l’ho interpretato più come una identificazione tra l’attitudine nel fare film che aveva Leone e la vostra nel fare rap. È così? In cosa vi sentite vicini a lui?
Esatto, volevamo fare un parallelo tra il nostro modo di fare musica e il cinema di Sergio Leone. In questi tempi in cui il rap diventa splatter come i film di Tarantino(che si ispira da sempre a Sergio Leone) il nostro rap somiglia al cinema del magno regista Leone, raccontiamo immagini partendo dai particolari con la telecamera stretta sugli occhi in un duello all’ultimo sangue con la vita, unica nostra antagonista. E poi l’amore per quello che si fa, a costo di andare contro tutti, anche i propri supporters pur di mantenere la propria identità e sentirsi vivi come successe a Sergio Leone per “C’era una volta in America” quando i produttori cercarono di massacrare il suo capolavoro tagliando scene e modificando alcune scene.

936432_500183863388662_330451845_n5) Il video è stato girato a Communia, spazio di mutuo soccorso appena nato. Non siete ma stati considerati un gruppo attivista in senso stretto come ad esempio gli Assalti Frontali, ma i vostri pezzi contengono spesso messaggi politici e liriche di protesta. Come vedi la situazione per quanto riguarda gli spazi occupati, sempre stati centrali per la diffusione di un certo tipo di hip hop in Italia e perennemente alle prese con tentativi di sgombero?
Il nostro schieramento è sociale più che politico e all’interno degli spazi occupati abbiamo sempre trovato la dimensione ottimale per fare musica dal vivo. Nei centri sociali non sempre gli impianti sono in ottimo stato ma conta la passione con cui viene gestito il live e il significato sociale della musica. Personalmente non ho mai amato le discoteche(ops “club” come si dice oggi) e accostare la mia musica a posti dove gira cocaina e musica di merda non mi è mai piaciuto troppo, ai tempi nostri se facevi rap o i graffiti stavi lontano miglia da certa merda mentre oggi per fare numero hanno tirato tutti in mezzo. I ragazzi e le ragazze di Communia ci hanno accolto a braccia aperte ed è grazie a posti come quello che noi siamo cresciuti senza razzismo, violenza e superficialità.

Scatto di Giulia Mucci - Backstage  del video "Sergio Leone"

Scatto di Giulia Mucci – Backstage del video “Sergio Leone”

6) “Sergio leone” sta girando molto in Rete, dove ultimamente avete rinnovato e ampliato la vostra presenza interagendo quotidianamente con il vostro pubblico. In che social network vi trovate meglio? Ma soprattutto mi piacerebbe una tua riflessione sulla rapporto rete/strada. Sono sconfinati gli esempi di liriche rap che contrappongono la virtualità della Rete alla “verità” della strada e del palco (un giorno ci scriverò un articolo sopra su queste pagine) e anche voi nel pezzo “Firewire” scritto con Kaos affrontate questo tema. Mi viene in mente un collettivo di scrittori che conosco bene – i Wu Ming – che utilizzano in maniera virtuosa e critica la rete e che avvertano l’esigenza di “alzare il culo dalla sedia” anche attraverso lunghi e fitti tour di presentazione  dei loro libri, spesso arricchiti da reading musicali o altre iniziative parallele. Può essere questa la soluzione in tempi di crisi per mantenere un rapporto stretto con il pubblico e al contempo sbarcare il lunario? Ovvero: avere una presenza costante in rete – non solo promozionale – e unirla alla strada, intesa nel vostro caso come concerti frequenti in giro, magari presentati con formule nuove come state facendo col pregetto Good Old bOys a fianco dello stesso Kaos?
La rete va benissimo, il problema è che tanti gruppi che oggi sono al top non sarebbero niente senza internet, il web è un mondo virtuale non IL MONDO vero e proprio e questo a volte crea confusione. Tanti artisti hanno milioni di visualizzazioni sul web ma poi non fanno live neanche nella propria città mentre noi che abbiamo numeri molto più modesti in rete suoniamo live ogni week-end da quasi venti anni. I nostri supporters colmano il vuoto sotto il palco con la loro presenza costante a ogni live al di là di internet e di quello che c’è scritto. In questo scenario noi che siamo autoprodotti ci difendiamo usando i social network come un megafono che può raggiungere anche quelli più lontani, lo usiamo come un MEZZO perche IL FINE è quello che conta per noi e non il contrario. Il problema non è chiaramente solo nella musica rap ma sociale, se i pischelli stanno tutto il giorno sul web non possiamo farci niente se non consigliargli di usare internet con parsimonia e cercare di distinguere. Il social network che preferisco è Instagram, metto le foto dei miei lavori di grafica e calligrafia e conosco tantissima gente, professionisti perfettamente sconosciuti alla massa ma di notevole livello artistico. Grazie a Instagram ho imparato a distinguere la fama effimera che si crea su internet e il talento vero e proprio, spesso opposti.

7) “Ora che misurano la musica in giga” rappi nella prima strofa di “Sergio Leone”. Vorrei una tua riflessione sul rapporto tra supporto e ascolto. Ricordo questa piuttosto stupida ma molto indicativa frase che scovai in rete anni fa “Mio padre mi ha lasciato la sua collezione di vinili, io a mio figlio che lascerò, n’hardisc?!”. Da utente che senza la possibilità di scaricare gratis quintali di roba avrebbe una cultura musicale infinitamente più bassa non posso però fare a meno di notare come con lo scaricamento si sia persa l’attitudine all’ascolto “dedicato” e che mia collezione di file non è la stessa cosa – a vari livelli – di quella di cd (e non lo sarebbe di quella di vinili che non ho). O pensi siano principalmente altri i motivi che stanno cambiando le abitudini di ascolto? Tu come ti rapporti con la cosa? Ti chiedo una risposta più da ascoltare che da autore.
Bella domanda. Quando ero pischello mi rodeva il culo che un LP in vinile costava 30 mila lire e poi non avevo mai una lira in tasca ma li compravo comunque perche la musica era così, dovevi avere la tua copia. L”internet” del tempo prevedeva uno scambio rotatorio continuo di cassette audio di vinili rippati(file-sharing), si scambiavano e si vendevano come oggi sul web e ognuno aveva la sua collezione(hard-disk). Non erano tantissime cassette e avevi il tempo di ascoltarle con calma giorno dopo giorno per strada nel tuo walk-man(ipod) tanto che ti ci affezionavi e assorbivi l’intero LP e non solo un pezzo. Oggi che siamo sommersi dalle informazioni e ci vantiamo di avere 200giga di musica quando troveremo mai il tempo per ascoltare per bene tutte questa musica? Viviamo di corsa e “chiodo schiaccia chiodo” cancelliamo in fretta quello che ieri era la novità, io stesso riesco a malapena a non cadere nel tranello, la quantità industriale misurata a peso come carne al mercato apparentemente ci appaga ma avvizzisce il gusto e ci rende apatici. Non sò tempi romantici questi ma freddi come il ghiaccio e la musica che ci eleva non dovrebbe essere deprezzata e mercificata in questo modo. Spero che anche le nuove generazioni conservino la passione per i vinili e i supporti fisici dei dischi in generale.

Scatto di Giulia Mucci - Backstage video di "Sergio Leone"

Scatto di Giulia Mucci – Backstage video di “Sergio Leone”

8) Nella compila in uscita curata da Dj Ceffo c’è un tuo pezzo molto duro nei confronti del
rap italiano, “Occupy all mic” e arrivi a dire “gli scrausi dei 90′ erano meglio de la merda che c’è mo”. Ti chiedo allora 3 dischi che per te hanno fatto la storia del rap italiano, e se nel buio generale c’è qualcosa che ti piace tra i rapper usciti più recentemente, anche fosse una singola strofa. Stessa domanda per il rap Usa (3 dischi “storici” per te, e chi ti piace tra i rapper più giovani)
“Occupy all Mics” è un cartello, rap-battaglia come Ruste Juxx o come fà a botte per strada; pensi a quello che ti fa rodere il culo e scrivi senza freno. L’ho scritta nel 2012 e la tenevo da parte perche non volevo essere frainteso, poi ho pensato che è impossibile non capire di quale merda parlo e che chiaramente non mi riferisco a tutta la scena attuale, anche perché l’underground oggi è più vivo che mai e ci sono tanti nomi che mi piacciono. I miei tre dischi di rap-italiano essenziali sono: “Dal Basso” di Lou X(1994), “SXM” di Sangue Misto(1994), “107 Elementi” di Neffa (1998). Per quel che riguarda il rap USA i tre dischi che mi hanno cambiato la vita sono: “The low and Theory” di A Tribe Called Quest(1991), “Cypress Hill” di Cypress Hill(1991), “Enter the Wu-Tang” dei Wu Tang Clan(1993). Tante gente valida è uscita in questi anni in Italia ma per citarne giusto due dico E-Green che poi tanto pischello non è ma possiede uno stile puro e carico come piace a me e un ottima voce e Rak dei Barracruda che ha un grande talento nel raccontare. Tre sono pochi per il rap americano, aggiungerei Mobb Deep, Lord Finesse, De La Soul e tantissimi altri. Il rapper nuovo che mi piace di più negli USA è Ruste Juxx from Duck Down, giovane ma king assoluto nelle rime e nello stile.

9) Sono quasi vent’anni che esiste il Colle e quello che sta per uscire è “solo” il quarto album. Questo vostro “lavorare con lentezza”, questa resistenza nei confronti dei frenetici tempi del mercato discografico denota, tra le altre cose, una attitudine artigianale dietro ogni traccia. Come nascono i vostri testi? Li rivedete continuamente o capita anche di sfornare strofe al volo? C’è differenza nel tuo metodo di stesura e quello di Danno? Più in generale come definiresti i vostri flow? Cosa li caratterizza? Spessa capito che gruppi rap facciano uscire dischi solisti, Danno ha creato progetti come Sid Vinicius e Artificial Kid, tu hai mai avvertito l’esigenza di cimentarti in un’opera personale?
Quando scriviamo i nostri testi non mettiamo mai all’interno delle rime concetti che riguardano fatti attuali che potrebbero scadere dopo poco tempo ma cerchiamo di raccontare esperienze che possono capitare a tutti in una chiave più generica. In questo modo i nostri pezzi hanno una “durata” maggiore di altri rapper che scrivono freestyle. Cerchiamo di restare sul concetto che vogliamo raccontare per non datare la strofa e farla durare per sempre. I nostri dischi sono il riassunto di un periodo di vita e se facessimo un disco l’anno finiremmo per ripeterci. Io e il Danno scriviamo in modo simile, buttiamo giù parole o idee tutti i giorni e ogni tanto chiudiamo una strofa oppure a volte la scriviamo tutta di un fiato. Il Danno spesso scrive dopo i live fino a mattina sfruttando l’adrenalina accumulata mentre io spesso dopo un arrabbiatura che riguarda il rap e la scena butto giù rime. Il mio flow si avvale di molte pause e parole chiave ma anche fluido in certi punti mentre il Danno gira con le parole senza mai fermarsi e attaccando la base di continuo. L’anno scorso stavo lavorando al mio disco solista “Cuore più Cervello” ma visto il ritardo del disco Colle è stato rimandato e alcuni pezzi solisti sono diventati Colle; appena finiamo il disco riprenderò il mio lavoro solista che sarà composto da una decina di tracce, parecchi featurings e stili nuovi.

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1o) Per il nuovo disco ricorrerete ancora all’auto-produzione? Pensate che per un progetto come il vostro che non vuole scendere a compromessi e che si prende i proprio tempi sia l’unica via? Già scelto il titolo dell’album? Puoi anticiparci quali saranno i feat.?
Sul nuovo disco non vogliamo svelare nulla, non vogliamo fare come nei trailer dei film in cui poi alla fine vedi le scene migliori in pochi secondi. Saremo quasi sicuramente autoprodotti ma non solo perché non vogliamo scendere a compromessi, piuttosto perché le case discografiche con cui abbiamo parlato non ci offrivano nulla che non potevamo fare da soli e pochi soldi. C’è la caccia al fenomeno del momento oggi, gente nuova e sconosciuta così possono pagarla poco e sfruttarla per bene ma poi spesso è una fregatura e noi che stiamo in piedi da quasi venti anni sulla scena non abbiamo mai ricevuto un offerta vantaggiosa, possono fregare un pischello con un contratto scrauso ma a noi non ce fregano di sicuro. Poi non si sa mai, se dovessimo trovare le condizioni giuste potremmo anche firmare ma vogliamo essere trattati da musicisti da un eventuale discografico e non come ragazzini sprovveduti che hanno bisogno della casa discografica a tutti i costi, non è una lotta di classe la nostra, altrimenti l’autoproduzione va benissimo per le nostre esigenze.

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11) Come è cambiato il vostro progetto dai tempi di “Odio Pieno”? Quando avete iniziato
pensavate un percorso musicale del genere o immaginate qualcosa di diverso? C’è una
canzone nel vostro repertorio, o magari una tua singola strofa a cui sei particolarmente
affezionato e di cui vai fiero? E qualche pezzo o anche singola rima in cui invece non ti
riconosci più o che riascoltando ti viene da dire: “che cazzata che ho scritto!”?
Certo che non tutto quello che abbiamo scritto ci piace, ma non cancellerei nulla, da pischello ho scritto per “Odio Pieno” e risentendo oggi quei concetti ancora mi ci rivedo. Oggi facciamo proprio quello che immaginavo da ragazzino quindi non mi pento di nulla, anzi. Una delle strofe mie vecchie che mi piace di più è quella di “Ciao Ciao”, il nostro feat con Don Kaos del 1995; la stiamo facendo nei live Good Old Boys e mi piace ancora, mi stupisco di come ho fatto a diciotto anni a scrivere una cosa del genere e ne vado fiero. Anche da giovani avevamo un atteggiamento semi-serio nel rap e tranne la roba Pornorockers o i pezzi di autocelebrazione avevamo uno spessore notevole per dei ragazzini di neanche diciotto anni.

12) Chiudo citando altre due frase dall’ultima strofa di “Sergio Leone”: “quer poco d’amore che c’è ce faccio la scarpetta sentendomi un Re” a cui segue “sono disperazione, micragna e favella” (nrd: prima di leggere la risposta di Masito pensavo dicesse “emicrania” e non “micragna”:D) che mi hanno rimandato col pensiero alla splendida Solo amore e al ritornello di Balla coi lupi dove si canta “il rap parla dove tutti stanno muti”. Risiede nella ricerca di rapporti veri e sinceri e nell’uso critico e creativo della parola il vostro tentativo di resistenza in stò mondo?
Ho 38 anni oggi e ho visto un’altra Italia, un’altra Roma molto più popolare e bella. Si stava insieme d’estate sotto casa a giocare tutti insieme e i rapporti erano veri, si creavano amicizie che duravano per sempre e si viveva più intensamente di oggi. Quando dico “quer poco d’amore che c’è….” intendo proprio questo, che c’è rimasto poco e che volesse bene e diventata na fatica, la gente non sa più stare insieme e ci si odia silenziosamente. Quando sto per strada sento l’odio della gente, Milano contro Roma, nord contro sud, si odia per il calcio si odia il paese affianco al proprio, il quartiere rivale e non c’è coesione. Quando dico “…disperazione, micragna e favella” cito Gabriella Ferri che in uno stornello parlando del trio di amici della sua adolescenza (lei, Mia Martini e Renato Zero) definisce i tre loro caratteri in stile “Il buono, il brutto e il cattivo”. Appena l’ho sentita mi ha fulminato perché è proprio quello che mi sento addosso quando faccio rap, disperazione, micragna (povertà) e favella (chiacchiera).

@akaOnir

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5 risposte a “DISPERAZIONE, MICRAGNA E FAVELLA”. Intervista a Masito (Colle der Fomento)

  1. Benedetto Marchese ha detto:

    L’ha ribloggato su Io Rifletto.

  2. Oggi_No ha detto:

    Grande masito, ogni mio commento sulle tue parole e’ superfluo in quanto mi trovo daccordo su quasi la totalita’ delle cose che tu e i tuoi pisquani dite e fate. Vorrei fare un unico appunto, criticando il singolo per le tematiche abbastanza banali (quali il fumare ect), l’ho trovato un pezzo abbastanza standard per voi e l’inpriting da ”fomento” che ha mi fa pensare che e’ questa la ragione per il quale lo avete scelto.

    Aspettando l’album e magari una risposta della magna Beffa, un saluto🙂

  3. Grandissimo er beffa!! Massiccio, sempre e comunque!! Una delle più belle interviste di un emcee italiano negli ultimi tempi!

  4. Smoke ha detto:

    DeepMasito ColleDerFomento RomeZoo zio ! Core de Roma .
    @Francesco Spè ti prego correggi la terza riga iniziale, l’unico Colle è “DER” Fomento . Complimenti per l’intervista !

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