Decadanza – recensione a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

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Potremmo dire che La grande bellezza è uno spin-off de Il Divo. O quantomeno potremmo dire che la scena della festa a casa di Paolo Cirino Pomicino ne Il Divo contiene al suo interno il germe di La grande bellezza.

Perché è da lì che parte, Paolo Sorrentino. Dalla mondanità di una Roma notturna i cui protagonisti vivono in un tempo che si è fermato. Un tempo ciclico, riciclato, sempre uguale a se stesso. Un tempo che trova nella voce e nelle parole di Raffaella Carrà – “a far l’amore comincia tu” – la sua esemplificazione più chiara, più diretta.

Parole sovrapposte ai bassi di un beat house tanto scadente quanto irresistibile, travolgente. Parole e ritmi che sanciscono l’eterno ritorno di un tempo di paccottiglia. Il revaival che sublima le differenze generazionali nel vorticare dei corpi.

È su questo tempo scandito da un orologio ormai fermo, spastico, che Sorrentino decide di raccontare la storia di Jep Gambardella (Toni Servillo). Romanziere interrotto, giornalista e soprattutto “re dei mondani”.

Servillo, ormai sempre più feticcio nelle mani del suo burattinaio preferito, diventa un corpo-sguardo che ci accompagna alla scoperta di Roma, vera e mortale “grande bellezza”. L’erranza del personaggio, perso nella contemplazione di quanto gli sta intorno, ricostruisce il nostro sguardo sulla Capitale.

Così come, a poco a poco, anche il tempo in cui vive Gambardella sembra ricostituirsi, ricomporsi. Sembra ritrovare il movimento che fa la sintesi degli infiniti istanti di cui è composta una vita. Come infinite sono le fotografie che ha scattato, giorno dopo giorno, con costanza maniacale, l’artista che introduce la sua opera monumentale sul tempo fratturato della sua stessa esistenza in una delle scene finali del film.

Intorno a Gambardella aleggia la morte: degli amici, delle amanti, del proprio stile di vita, della città che conosceva. “Roma m’ha deluso”, confessa, prima di dirgli addio, l’amico Dante Romano (Carlo Verdone), che di Gambardella è il doppio tragico.

Se il primo è scrittore tanto prolifico quanto sfortunato, il secondo è invece scrittore pigro, non scrittore, che dalla vita ha avuto tutto. E di quella vita ha voluto trarne un romanzo, senza però ricordare (o voler ricordare) che tutti i romanzi prima o poi hanno termine.

La grande bellezza racconta questa storia, è questo il suo respiro romanzesco, la grandiosità e la bellezza che ricerca. Capire che le cose hanno un termine, che la morte, come diceva Pasolini, esegue un montaggio rapido della nostra vita. E che la vita, a dispetto di tutto, alberga anche nei corpi più segnati, distrutti, piagati.

Non c’è vita al di fuori del tempo che scorre, e questa è la tragedia di un uomo. Un uomo di nome Jep Gambardella.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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4 risposte a Decadanza – recensione a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino

  1. emmapretti ha detto:

    E alla sorgente non ci trovi la radice, mai sradicata, della Dolce Vita felliniana, questa volta calata in un atmosfera da dramma antico e scandita da un timbro teatrale…?

    • El_Pinta ha detto:

      Ciao Emma sinceramente non so darti una risposta. Senza dubbio Fellini e la sua Dolce Vita sono una fonte d’ispirazione di questo film, ma non saprei dire se ne rappresenta davvero la radice o solo uno strato di tessuto epidermico

  2. emme ha detto:

    Più leggo recensioni ben fatte come la tua, in cui mi rispecchio, più perdo il conto di quanti potevano essere i modi per raccontare, spiegare, indagare questo film.

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