STORIE DI SCUOLA/SCUOLA DI STORIE

«Insegnate ai bambini a fare domande,

perché si abituino a obbedire alla ragione, non all’autorità come gli ottusi,

né all’abitudine come gli stupidi».

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di Matteo Antonin

Secondo il filosofo francese Michel Foucault, il potere è un insieme di rapporti di forza, i quali sono fluidi e trasversali, e in nessun modo riconducibili a un’unica entità (il filosofo pertanto parla di una microfisica del potere).

Questo significa che non vi sono classi di dominatori contrapposte a classi di dominati, ma che ognuno all’interno della propria vita è contemporaneamente dominatore e dominato, a seconda dei ruoli che ricopre in quel preciso momento.

Ognuno di noi subisce e perpetra allo stesso tempo le strategie di addomesticamento e di soggiogamento della società disciplinare, la quale sopravvive attraverso istituzioni repressive e tendenzialmente punitive quali il carcere, l’ospedale, l’esercito, la fabbrica, la scuola.
Esse hanno tutte in comune la presenza di strategie di controllo del corpo, di esami e ispezioni, di accertamenti e di sanzioni.

Lavorare in una scuola significa esercitare un potere, essere parte di un dispositivo che seleziona e pone limitazioni, imponendo comportamenti attraverso le categorie del «giusto» e dello «sbagliato», della «normalità» contrapposta alla «devianza».

Non desidero qui aprire un dibattito sui metodi educativi più o meno giusti. Vorrei invece raccontare delle storie che mi hanno colpito, e che sono accadute realmente.

Forse rendersi conto di essere – nostro malgrado, ma inevitabilmente – un ingranaggio di quei rapporti di forza e di potere di cui parla Foucault è già di per sé una sottile e minima forma di resistenza.

A SCUOLA DI IMPERATIVO CATEGORICO: NON

Per responsabilizzare i bambini e renderli autonomi, alla fine di un determinato percorso didattico si usa far loro scrivere su un foglio che cosa hanno imparato dall’attività proposta. È un buon feedback per l’insegnante e li aiuta ad avere maggiore consapevolezza dei loro progressi.

Alla domanda: che cosa hai imparato? Quasi tutti i bambini hanno risposto con un «non», o con un «non devo»:

  • non devo fischiare in classe
  • non faccio più il cattivo
  • non fare lo sciocco
  • non urlare
  • non alzarsi
  • non parlare
  • devo stare in fila
  • devo stare seduto composto

A SCUOLA DI GIUSTIZIA

Un ragazzino ha scritto questa storia:

C’era una volta un bambino di nome Ahmed. Era un ragazzo magro e leggero e pesava soltanto 30 chili. Andava a scuola e nella sua classe c’era un bullo di nome Racia. A questo ragazzo piaceva fare a botte con tutti i ragazzi.

Poi finisce la scuola, Ahmed esce e vede Racia che lo aspetta. Racia spinge Ahmed e lo picchia di brutto.

Ahmed finisce in ospedale, ma dopo tre mesi Ahmed impara il karate, va a scuola e picchia Racia.

A SCUOLA DI RELIGIONE

Ho domandato a una bambina di disegnare un mago.

«Disegna il mago» le ho detto «lui può fare tante cose, fa tante magie…».

Lei ha risposto, molto seria in viso: È il dio che può fare tante cose, può fare quello che vuole. E ha aggiunto: Solo lui può fare tutto.

A SCUOLA DI AMORE

Nell’attività del feedback una bambina ha scritto:

  • non devo obbligare i miei compagni a baciarsi in bocca

Un’altra:

  • ho imparato che non devo amare i bambini

I bambini mettono in discussione quello che ormai per noi è normale. Forse è per questo che – riprendendo la microfisica del potere foucaultiana – abbiamo bisogno di disciplinarli fin da piccoli.

Prendiamo la favola di Pinocchio, o quella della cicala e della formica: cosa sono se non metafore del processo di disciplinamento cui la società ci abitua fin da subito? Non è il viaggio di Pinocchio (e del suo alter-ego cattivo Lucignolo) altro che un viaggio dall’insubordinazione alla disciplina?

E, d’altra parte, non è un bambino l’unico che candidamente ammette che il re è nudo, mentre gli adulti tacciono?

A SCUOLA DI MASCHILISMO

Una bambina un giorno mi ha chiesto: perchè la mamma deve prendere il cognome del papà? Non può tenersi il suo?

A SCUOLA DI AMICIZIA

Nell’attività del feedback solo una bambina ha risposto alla domanda che cosa hai imparato? senza usare il «non».

Lei ha scritto: ho imparato che l’amicizia è importante.

*    *    *

Per chi volesse sdrammatizzare e prenderla con una (sempre utile e ben voluta) risata – perché, si sa, la vita reale è ben diversa dalla teoria –  rimando a questo bel pezzo di Giorgio Gaber su un maestro al suo primo giorno in una scuola elementare…. (grazie a Giulio e Elena che hanno pensato a me e me lo hanno fatto conoscere…).

http://letras.mus.br/giorgio-gaber/646596/

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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