Ongaku no susume #27

Il protagonista di questo post di Ongaku no susume è un certo Dennis Coles. Come, non vi suona? E se vi dicessi che è conosciuto soprattutto con il nome di Ghostface Killah? Meglio vero? Spiego meglio per quei pochi che ancora arrancano nel buio. Ghostface Killah è un rapper americano ma soprattutto membro dei mitici Wu-Tang Clan. Altro spiegone: i Wu-Tang Clan sono un gruppo hip hop della East Coast americana, più precisamente di Staten Island, New York. I nomi dei componenti sono RZA, GZA, Mathod Man, Raekwon, Ghostface Killah, Inspectah Deck, U-God, Masta Killa e la buonanima di Ol’ Dirty Bastard, morto di overdose nel 2004. Frequentemente sono accompagnati in concerti e dischi da un loro amico di infanzia, un certo Cappadonna, diventato quasi un membro del gruppo. Nel 1993 raggiungono l’apice del successo con  Enter the Wu-Tang (36 Chambers), da lì in poi ogni componente del gruppo avrà una anche carriera solista. Scrivo anche perché i Wu-Tang Clan non si sono (per fortuna) sciolti ma sono più vivi che mai; hanno all’attivo cinque album (un sesto è in uscita quest’anno), sono una leggenda del rap a stelle e strisce e l’ultima performance al Coachella lo ha confermato: gente in delirio e una orchestra di archi che accompagnava rime taglienti e poco politicamente corrette di questi otto ragazzoni neri. Uno spettacolo.

Ma facciamo un passo indietro e allo stesso tempo veniamo subito al sodo, perché il disco ospite di questa volta è Twelve Reasons to Die, decimo album solista di Ghostface Killah. E’ come si sul dire un concept album basato su un fumetto, avente lo stesso titolo, che viene regalato con l’acquisto del disco. L’album è stato interamente prodotto da Adrian Younge (volto non nuovo per i lettori della Rotta per Itaca) e da RZA ed è stato pubblicato il 16 aprile per la Soul Temple Record (etichetta di RZA). Come dicevo prima, è un concept album: si apre con una overture e si conclude con una coda, un vivido e intricato melodramma contemporaneo. L’album racconta la storia di Tony Starks – interpretato dallo stesso Ghostface Killah – un gangster nero affiliato ai DeLucas, una famiglia criminale-mafiosa italiana. Tony Starks è giovane, spietato, particolarmente famoso per le sue incredibili abilità di killer, (“Young aggressor, born into the life of crime / I would  walk down the streets strapped with two nines”), e desideroso di scalare velocemente la piramide gerarchica del clan. Gli altri componenti della famiglia però non lo considerano ancora un “made man” e tra la prima e la seconda traccia del disco, Starks lascia i DeLucas per formare un suo clan (“I blacked out on them and started my own clan”). In breve tempo, la nuova organizzazione criminale capeggiata da Starks comincia a seminare terrore nel mondo del crimine (“One day I’m just Black Tone with a lot of ambition / Next I got status, dinners with all courses / Flights in and out of the country, they getting nauseous”). La terza traccia, “I Declare War”, racconta le guerre tra la sua gang e le altre, e anche i civili ne vengono coinvolti (“Judges get kidnapped, casualities get decapitated”). Mentre Starks prende mano a mano il controllo della criminalità organizzata con il sangue (I declare war/ War on the DeLucas” e “I want mothers and sons/ I want to murder they daughters/ Revenge, all I see is blood in my eyes/ Like the rise of your worst nightmare, come alive”), si innamora di una di una ragazza bianca che come prevedevano i suoi soci lo ammorbidisce, lo fa diventare un pappamolle. Nella traccia intitolata “An Unexpected Call”, i DeLucas ammazzano il loro ex dipendente e fondono i suoi resti in dodici vinili (“One for each member of the family”), come ci racconta RZA nell’introduzione della traccia intitolata “Rise of Ghostface Killah”. Starks muore, ma rinasce e torna a fare quello che gli riesce meglio: uccidere. Risorge però come Ghostface Killah, e gli omicidi diventano sempre più crudeli, uccide solo per assaporare il dolce gusto della vendetta (“That’s why I take my time with it / Like good pussy I just stay when I’m up in it”). I Delucas vengono spazzati via, e Ghostface Killah diventa la leggenda del crimine.

Twelve reasons to die è un omaggio al cinema di Scorsese degli anni ’90 e tutto l’album sembra essere stato scritto come se fosse un film; è una narrazione vera e propria che ha un inizio e una fine. La scelta di affidare l’intera produzione del disco a Adrian Younge e alla sua bandnon è affatto casuale, lui stesso ha dichiarato “I’m a film composer, but I’m a hip-hop guy.” I suoni di Younge ricordano un po’ il funk dei famosi film polizieschi italiani, ma molto più cupi e angoscianti. Il flow di Ghostface Killah rimane sempre riconoscibile e unico, la minuzia con cui seleziona le parole da sputare nel microfono rasenta lo straordinario.  Le sorprese attorno a questo lavoro non sono finite: esiste infatte una versione alternate del disco prodotta interamente da Apollo Brown (Anche lui vecchio nonché primo ospite di Ongaku no susume) intitolato The Brown Tape. E’ stato originariamente rilasciato solo in audiocassetta dalla Record Store Day, ma a causa della spropositata richiesta da parte dei fan, l’album ora è disponibile in tutti i formati audio.

Stefano Palmieri

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