ONGAKU NO SUSUME. Rabbia e poesia da Marsiglia a Bologna. Review del concerto di Keny Arkana al Cs TPO

di Francesco Spè

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Poster by Deemo

Nell’intervista per la Rotta a Luca Gracinella, autore dell’indispensabile saggio sull’hip-hop francese Rapropos. Il rap racconta la Francia, lasciavo trapelare il mio amore per la rapper franco-argentina Keny Arkana. Quando ho saputo che sarebbe venuta in Italia dopo  quasi 8 anni (all’epoca non la conoscevo nemmeno di nome) ho provato un entusiasmo fanciullesco che l’attesa per un concerto non riusciva a darmi da un bel po’ . 2 le tappe del suo mini-tour italiano: Bologna giovedi 11 marzo, Roma due giorni dopo. Per comodità ho scelto Bologna e il cs Tpo  (nonostante il prezzo triplo: 15 euro contro i soli 5 chiesti dal Forte Prenestino). Vi racconto qualche sensazione che mi ha lasciato il concerto approfittando dell’ospitalità della storica rubrica musicale di Stefano Palmieri “Ongaku no susume”, la cornice più adatta a un review di questo tipo.

Lo dico subito: spettacolo bomba, in linea con le altissime attese. Keny Arkana si è dimostrata folletto resistente e imprendibile capace di sfoderare la crema del suo repertorio e tutte le sue skills in 1 ora e 45 di rime dolci e rabbiose.

Keny è stata introdotta da due gruppi: gli autoctoni e a me noti Fuoco negl’occhi e il crew palerminatano a me sconosciuto Gente Strana posse. I primi non mi hanno mai convinto del tutto ma come spalla vanno strabene soprattutto grazie ad alcuni virtuosismi lirici, anche in freestyle, che rendono i loro live sempre godibili e divertenti. I secondi sono stati una piacevole sorpresa: un crossover non molto originale ma nel complesso efficace, duro sia nei contenuti – sfacciatamente e orgogliosamente antifa – che nelle sonarità.

Terminate le esibizioni dei gruppi spalla, lunga è stata l’attesa prima che Keny arrivasse sul palco, decisamente troppa per i mie gusti – soprattutto quando ti trovi in un ambiente stracolmo e quindi caldissimo -, ma come avrete intuito ne è valsa la pena. Quando il pubblico arriva nell’arco dello stesso concerto a ballare, pogare, appizzare gli accendini in aria e muovere la testa sul tempo vuol dire che l’artista sul palco ha saputo toccare varie corde e offrire uno spettacolo denso e eterogeneo, di quelli che possono scuotere anche i non rappusi.

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scatto di akamartinika

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scatto di akamartinika

Questo uno dei motivi del successo di Keny: riusce a piacere sia ai b-boy che ascoltano rap underground per la qualità tecnica, l’attitudine e la potenza dei contenuti, che ai poco avvezzi al genere, attratti dalla musicalità delle sue canzoni che spesso finiscono per ibridarsi in vari stili. Il termine ibridazione è usato anche dal sociologo francese Philippe Corcuff per accostare l’indole di Keny Arkana a quella del subcomandante Marcos. In  Keny Arkana : un combat collectif, personnel et spirituel, un articolo citato in Rapropos  e uscito nel 2007 per il settimanale “Polis”, Courcuff afferma che tanto Arkana quanto Marcos «sperimentano un’ibridazione dei valori di forza (come resistenza alle oppresioni) e quelli di fragilità». Tale apparente ossimoro unito a cambi di flow repentini e travolgenti e una voce deliziosa rendono unica questa talentuosa e ispiratissima mc marsigliese.

Tra i pezzi che hanno coinvolto di più il pubblico (e me) l’irresistibile Nature Sauvage (wow!) e la hit dei movimenti scelta per chiudere, come non poteva essere altrimenti, l’indimenticabile serata: La Rage

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