Ongaku no susume #26

603917_400473506717700_867135675_nGeneralizzare è un’abitudine sciocca ma a volte aiuta a tenere tutto sotto controllo, specialmente quando le cose sono molto complicate e ingarbugliate. Ho pensato questo, non mi ricordo se sabato o domenica, quando ho visto per la prima volta Fedez, un rapper  italiano e pieno di tatuaggi (proprio come si conviene) alla ribalta, che cantava un suo brano a Quelli Che il Calcio. La presentatrice ha cominciato ad incensarlo: milioni di visualizzazioni su YouTube, concerti soldout e bla bla bla bla. Forse la gente che l’ha visto in televisione ha pensato che quello sia l’hip hop, o quantomeno quello italiano. Che Jovanotti per fortuna ha avuto i suoi discepoli e loro continuano a produrre canzonette. Ma non è così, almeno non proprio. Io di sicuro non sono un esperto del genere, ma sono curioso per fortuna e quindi ho scoperto, grazie anche ad amici che masticano rime ogni giorno e respirano bombolette spray, che c’è tutto un sottobosco ricco e variegato che non ha quasi nulla a che vedere con quella robaccia che gira in televisione o per radio. C’è gente che continua a crederci in quello che fa e lo fa bene, senza autocelebrazione, ambizioni di far soldi o perseguire fantomatiche visualizzazioni su YouTube, ma semplicemente continuando a spingere hip hop e fare le cose per bene. Perché quello è l’importante. Di sicuro tra di loro ci sono i Rak Shaza.

I Rak Shaza sono ovviamente un gruppo hip hop, più precisamente hip hop ardecore (come dicono loro) ed è composto principalmente da SiR (mc, beatmaker) ed Etiko (mc), anche se a dire il vero attorno a questo nucleo ruotano altre due figure che sono Akra (beatmaker) e Dj Randa (beatmaker, turntablism). Si sono formati nel 2007 in un buco di culo della Puglia chiamato Grottaglie (in provincia di Taranto) ma poi successivamente hanno scelto Torino come base strategica, e nel 2009 hanno prodotto il loro primo lavoro intitolato Ritual of the Death. Un disco cattivissimo e potente e anche se registrato alla meno peggio lasciava già trasparire lo stile dei Rak Shaza, fatto di violenza, rime velenose, beat tagliati con l’accetta e campioni presi da colonne sonore horror o da chitarroni di gruppi rock anni ’80. La loro seconda fatica è stata pubblicata proprio oggi e si intitola Black Shaza. Le sonorità non sono molto diverse da quelle del disco precedente, ma si sono fatte più rotonde, più compatte e definite. E’ un disco che puzza di paranoie della modernità, di morte, di sangue marcio sui marciapiedi umidi delle metropoli, di chiese sconsacrate e ricoperte di muschio. Trasuda odio e rivolta, disprezzo per la società contemporanea e per la scena italiana hip hop colpevole di parlarsi solo addosso e di sfornare musica di plastica. Le rime urlate a squarciagola di SiR ed Etiko si incastonano perfettamente in beat ipnotici e ritmati che fanno scuotere la testa, c’è persino un irriconoscibile campione di un brano di Rino Gaetano utilizzato nel pezzo intitolato DSM (DISORDER). Le 13 tracce che scorrono una dopo l’altra sono un viaggio un po’ cyberpunk e un po’ horror in cui si muovono creature che a primo ascolto possono sembrare mostruose, ma poi ci fai caso e ti accorgi che siamo noi tutti. Ci sono i nostri tic e le nostre paranoie, la voglia repressa di urlare contro tutto e tutti. E’ un discone insomma, di quelli che spazzano via il cervello durante l’ascolto e fanno smascellare (almeno a me è questo l’effetto che ha dato).

Se vi siete incuriositi, cliccando qui potrete ascoltare tutte le tracce del disco su YouTube, se invece volete comprare il disco potete scrivere direttamente ai Rak Shaza a questo indirizzo mail.

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