L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo

di Matteo Antonin

huck

Ci hanno insegnato fin da bambini che l’ozio è il padre dei vizi, che chi dorme non piglia pesci, e che ogni forma di attività non produttiva né remunerativa è non solo nociva, ma anche malvagia.

Il giornalista del New York Times Tim Kreider, in un suo articolo apparso in italiano su Internazionale, scrive invece che “la vita è troppo breve per darsi davvero da fare”.Kreider parte dalla considerazione che ai giorni nostri ormai nessuno ha più tempo per se stesso e che tutti hanno da fare:

Quasi tutti quelli che conosco sono straindaffarati. Quando non lavorano. O non fanno qualcosa per promuovere il loro lavoro, provano ansia e senso di colpa. […] Sono indaffarati a causa della loro stessa ambizione, del loro slancio o dell’ansia, perché sono dipendenti dall’iperattività e terrorizzati da ciò che dovrebbero fronteggiare in sua assenza.

Ovviamente nell’articolo non si parla di “gente che fa mucchi di turni in reparto di terapia intensiva o fa la spola tra tre impieghi a salario minimo. Quelli non hanno troppo da fare: quelli sono stanchi. Sfiniti. Non stanno in piedi. No, a farlo sono quasi sempre delle persone che tutto il loro da fare, semplicemente, se lo impongono.

L’autore propone quindi un ritorno all’ozio e all’inoperosità, declinati però non nel senso della nullafacenza, bensì in quello dell’antico otium romano: un’occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale e contrapposta all’attività produttiva monetizzabile del negotium.

Ozio non è quindi non fare niente, bensì il non fare niente che generi denaro, ovvero il dedicarsi ad attività di ristoro per la mente. Volendo parafrasare i filosofi antichi, otium è il prendersi cura della propria anima e il dedicarsi ad attività fine a loro stesse.

Tornando agli esempi quotidiani di Kreider: andare a visitare la nuova ala americana del Metropolitan, o a guardare le ragazze a Central Park, o semplicemente a bere cocktail rosa con un retrogusto di menta per tutto il giorno…

Queste riflessioni si inseriscono sulla scia di quelle di scrittori, pensatori, letterati e filosofi tutt’altro che inoperosi, i quali hanno attaccato la cultura dominante del time is money in difesa di un’indolenza attiva che porti l’uomo ad avere il coraggio di lavorare lo stretto indispensabile per vivere secondo i propri desideri, ad abbassare i propri consumi, eliminare i desideri inutili e essere libero di condurre la vita che vuole fare, con divertimento e gioia.

Nel suo libro L’ozio come stile di vita Tom Hodgkinson, con lo scopo dichiarato nell’introduzione di celebrare la pigrizia e di attaccare la cultura occidentale del lavoro, che ha schiavizzato, demoralizzato e depresso così tanti di noi, riunisce in un unico “manuale di indolenza” gli scritti di poeti, filosofi, letterati e liberi pensatori, i quali hanno celebrato la trasgressione di orari, ritmi, istituzioni e consuetudini della società del lavoro e dei consumi.

Nel testo troviamo, tra gli altri, estratti dai lavori di Baudelaire, William Blake, Lewis Carrol, Friedrich Engels, Hemingway, Samuel Johnson, Lao Tsu, Montaigne, Nietzsche, Walt Whitman, Mark Twain e Robert Louis Stevenson.

Proprio Mark Twain dipinse la vita libera di chi rifiuta la civiltà e le convenzioni nel suo celebre personaggio Huckleberry Finn. Nel romanzo omonimo il protagonista Huck, bambino vagabondo sempre a zonzo tra campi, fiumi e nuove avventure, ha trovato un tesoro. Egli viene costretto a mettere i soldi in banca per il suo avvenire, e ad abbandonare la vita da vagabondo.

Tuttavia il ragazzo rimpiange la vita libera di prima e, rimessi i suoi stracci, ritorna a vivere nella sua botte.

La metafora è evidente: Huck rappresenta la tenacia di chi non si vuole far addomesticare, mentre l’amico Tom Sawyer, e soprattutto la zia Polly, rappresentano invece la nuova società nascente, la quale limita la libertà dei bambini “pirati” attraverso messe, scuole, scarpe e cravatte.

Nel pamphlet di Louis Stevenson, Elogio dell’ozio, lo scrittore ci invita a non farci illudere dalla chimera del successo e a sfuggire alla stretta del falso dovere:

Il cosiddetto ozio – che non è affatto il non fare nulla, ma piuttosto il fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmatici regolamenti della classe dominante – ha lo stesso diritto dell’operosità di sostenere la propria posizione.

Insomma, pare che più che elogi della pigrizia e dell’inoperosità, questi autori ci propongano un elogio della libertà, e conseguentemente, di un’autentica e non preconfezionata felicità:

Non c’è dovere che sottovalutiamo di più del dovere di essere felici, scrive Stevenson.

E sembra che questa felicità sia strettamente connessa all’assenza di uno scopo monetizzabile e al prendere la vita a piene mani, gustandosi con soddisfazione la propria esistenza.

Scrive ancora Kreider:

È difficile trovare qualcosa da dire sulla vita se non ci si immerge nel mondo […] L’ozio non è solo una vacanza, un’indulgenza o un vizio: è indispensabile al cervello come la vitamina D al corpo, e in sua assenza viviamo una sofferenza mentale deformante come il rachitismo. Lo spazio e il silenzio offerti dall’ozio sono una condizione necessaria per fare un passo indietro e osservare la vita nella sua interezza, effettuare connessioni inaspettate e attendere il repentino lampo estivo dell’ispirazione. Paradossalmente, è necessario se si vuole combinare qualcosa. “L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo”, scriveva Thomas Pynchon nel suo saggio sull’accidia.

Mentre Cicerone, nel De Officiis:

Si deve considerare come qualcosa di basso e di vile il mestiere di tutti coloro che vendono la loro fatica e la loro industria, poiché chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso e si mette al livello degli schiavi.

 

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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