Ongaku no susume #25

Adrian-younge-DelfonicsCi sono dei generi musicali che sembrano destinati ad una particolare epoca ma poi ritornano. Basti pensare come si sta rivalutando il folk e come stia diventando sempre più di moda. I semi erano già stati piantati con i Fleet Foxes che sotto l’etichetta Sub Pop (quella che ha lanciato il grunge e i Nirvana negli anni ’90) avevano dato una scossa al piattume del cosiddetto – e lasciatemi passare il termine – panorama underground; poi sono arrivati i Mumford&Sons che hanno mescolato i cori da stadio, le ritmiche degli Arcade Fire, mandolini e benjio vari. Ora le sonorità folk sono da spot pubblicitario: è abbastanza esemplificativo cosa sta accadendo con la canzone dei Lumineers (che tra l’altro ieri erano ospiti a Quelli che il calcio), avete capito quale su, questa. Insomma, pare che ora il folk piaccia al grande pubblico, agli adulti e ai ragazzini, emoziona e fa canticchiare. Più o meno la stessa cosa sta succedendo con il soul, almeno a mio parere, poi potrei benissimo sbagliarmi. L’anno scorso il disco di Frank Ocean, Orange, ha avuto un successo più che inaspettato per un genere di nicchia si può dire, accogliendo i favori di addetti ai lavori, critica e pubblico, soprattutto negli Stati Uniti. Dall’uscita di Orange i dischi pubblicati con queste sonorità qui si sono moltiplicati. Insomma, pare che sia l’hype del momento. Tutta questa pappardella per dire che il disco protagonista di Ongaku no susume è Adrian Younge presents the Delfonics.

Adrian Younge è un musicista soul e ingegnere del suono che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della musica nera, quella classica della Motown Records per capirci. Col passare del tempo inizia a spaziare tra diversi generi e si spinge sempre oltre: comincia a smanettare con l’MPC e impara a suonare diversi strumenti in modo tale da poter realizzare la sua visione musicale. Inizia dapprima con le tastiere, poi la batteria e arriva al basso passando per lo studio del sassofono e della chitarra. Folgorato dai suoni di Ennio Morricone, Younge lavora alla colonna sonora di Venice Dawn, mischiando le sonorità degli Air e dell’Ennio nostrano. Nel 2008 è al centro del progetto Black Dynamite zeitgeist, dove si occupa dell’intero sviluppo sonoro del film: ripescando le sonorità anni ’70 di Curtis Mayfield e Isaac Hayes, costruisce attorno al film un core musicale davvero notevole, un capolavoro moderno di blaxpoitation. Nel 2011 pubblica un lavoro solista intitolato Something About April, un miscuglio cupo di soul psichedelico con un’accentuata estetica hip hop, un frullato di King Crimson, Morricone, Portishead, Wu-Tang Clan e Otis Redding. Ma facciamo un attimo un passo indietro perché il protagonista del disco di questo post di Ongaku no susume non è solo Adrian Younge ma anche il cantante e William Hart dei Delfonics.

I Delfonics sono un gruppo pioniere del Philadelphia Soul, molto popolare dagli anni sessanta agli anni settanta. I loro brani sono stati ripresi e interpretati da numerosi artisti, tra cui Aretha Franklin, The Jackson 5, Patti Labelle, New Kids on the Block, Todd Rundgren, Prince, Swing Out Sister, Manhattan Transfer e addirittura la Mina nazionale. Due delle loro canzoni più famose, La-La (Means I Love You) e Didn’t I Blow Your Mind, sono state utilizzate nella colonna di Jackie Brown, diretto da Quentin Tarantino, essenziali nella trama per scoprire la relazione tra Jackie e Max Cherry.

Adrian Younge presents the Dalfonics, come si può facilmente intuire, è un tributo al gruppo di Philadelphia anche se non ha le tipiche sonorità dei Dalfonics. Younge – che ha prodotto l’intero album scrivendo tutte e tredici le canzoni assieme ad Hart – ha dato nuova vita ai Dalfonics, rifacendosi agli ultimi lavori di J Dilla e Madlib. Arrangiamenti idiosincratici di clavicembali, xilophoni e sitar elettrici forniscono al disco confini psichedelici estranei ai Dalfonics, a volte sfiorando persino il kitsch. Ma a parte questi accorgimenti un po’ barocchi l’album fila liscio, si fa ascoltare molto bene e in loop. L’approccio moderno al progetto di Adrian Younge fa risplendere di nuova vita le vecchie formule del soul, rendendole attuali e misteriose.

Stefano Palmieri

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