Tra la vita e la morte con un cocktail di pillole (filosofiche)

di Matteo AntoninJacques-Louis David, Morte di Socrate

Un attimo solo e puff, non ci siamo più.

Così, all’improvviso, come siamo arrivati, ce ne andiamo.

Giornatina allegra, eh?

Nessuno (a parte emo più o meno depressi sull’orlo di un suicidio liberatorio) ama pensare alla propria morte: la fine della vita è ormai diventato un argomento tabù, il quale viene relegato tra quelle cose a cui non si vuole pensare mai (…e giù di smaneggiamenti apotropaici nelle parti intime…«Non sono scaramantico, eh…, mica ci credo a ‘ste cose, eh… ma per sicurezza…non si sa mai…»).

Alcuni non ci pensano e la sentono sempre lontana, vedendola quasi come un orizzonte che a ogni passo si sposta e che non si raggiunge mai. Per altri essa diviene qualcosa che terrorizza, e che cercano attivamente di allontanare il più possibile: insomma, nei tempi moderni la morte è generalmente un argomento spiacevole o che fa paura.

Eppure nell’antichità non era affatto così: vi era infatti una tradizione filosofica (orfico-pitagorica, ripresa da Platone) che vedeva nella morte una liberazione, in quanto essa separava l’anima dal carcere del corpo, permettendole di elevarsi nell’intelligibile, ovvero in quella dimensione superiore che per natura le è propria.

Pertanto, secondo Platone, il vero filosofo pratica una filosofia che è «esercizio di morte»: egli cerca, finché è ancora in vita, di elevarsi con la propria anima verso quel mondo delle Idee che l’anima raggiungerà definitivamente soltanto dopo la morte :

È vero dunque che i veri filosofi si esercitano a morire, e che essi temono di morire molto meno degli altri uomini (Fedone).

Per Platone quella che i più considerano vita, per l’anima è in realtà prigionia e malattia (quindi morte), mentre invece la morte del corpo è per l’anima la guarigione, e quindi la vita vera: è questo il motivo della serenità con la quale Socrate accetta di bere la cicuta.

Vi è un altro modo di intendere il concetto di filosofia come «esercizio di morte». All’interno delle pratiche di esercizio spirituale dei filosofi antichi era frequente l’idea della «meditazione e premeditazione dei mali» (quindi anche della morte).

Non soltanto la filosofia può liberarci dal timore della morte (Epicuro) ma, attraverso l’immaginazione di una morte imminente, è possibile vivere appieno e più consapevolmente la propria esistenza:

La morte non è dunque nulla per noi, perché quando noi siamo, non c’è la morte, e quando c’è la morte, noi allora non siamo (Epicuro).

Che la morte ti sia davanti ogni giorno, e non avrai nessun pensiero basso e nessun desiderio eccessivo (Epitteto).

 Bisogna compiere ogni azione della vita come se fosse l’ultima (Marco Aurelio).

Avere sempre ben chiara la nostra finitezza e la caducità della nostra esistenza può portare a preoccuparsi meno del passato (rimpianto o rimorso) e del futuro (ansia, angoscia, incertezza), concentrandosi sull’attimo presente:

Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso

cogli l’attimo (carpe diem), fidandoti il meno possibile del domani (Orazio).

Il tema della morte come strumento per accedere alla vita autentica è stato ripreso in tempi molto più recenti dal filosofo tedesco Martin Heidegger.

Per Heidegger l’uomo (Dasein) si caratterizza nella sua normale natura per un tipo di esistenza che il filosofo chiama inautentica.

Essa è l’esistenza basata sulla passività di decisione, sulla spersonalizzazione e sul conformismo del “sentito dire” (ciò che in tedesco si esprime con man, equivalente dell’italiano si: faccio così non perché lo penso e lo voglio io, ma perché si dice….perché si fa così…):

Nella quotidianità nessuno è se stesso […]. Nessuno, eppure tutti insieme, senza che nessuno sia se stesso. Questo Nessuno […] è il “si” (man).

Attraverso una particolare disposizione esistenziale, che il filosofo chiama Essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode), l’uomo può tuttavia, e non senza grave sforzo, passare dall’esistenza inautentica a quella autentica.

Per Heidegger l’esistenza è autentica quando è pervasa dalla consapevolezza che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine (= prendere coscienza della morte): questo è ciò che egli chiama l'”essere-per-la-morte”, che ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita:

L’esserci (Dasein) ha in sé la possibilità di incontrare la propria morte come l’estrema possibilità di se stesso […]. L’Esserci è autenticamente presso se stesso, è davvero esistente, se si mantiene in questo precorrere.

La vera esistenza, quella autentica, non evita la morte, anzi, se ne fa carico, la precorre, aprendo così un vasto orizzonte di senso alla nostra vita.

Come si diceva in apertura: giornatina allegra, eh? E leggera….

Tuttavia, siate platonici, stoici, epicurei o heideggeriani, e comunque sicuramente in bilico tra la vita e la morte dopo questo cocktail di pillole (filosofiche), di certo converrete che, anche di fronte alla morte, è sempre utile stemperare con una risata.

In un certo senso, prenderla con filosofia:

Una donna malata di una grave malattia va dal suo dottore, che le dice: «Mi spiace doverglielo dire, ma siamo alla fine. Le restano solo otto ore di vita: vada a casa e cerchi di impiegarle meglio che può».

La donna va a casa, dà la notizia al marito e gli dice: «Tesoro, facciamo l’amore per tutta la notte».

E il marito: «Hai presente che a volte ti va di fare sesso e a volte no? Beh, a me stasera non va».

«Per favore caro» lo supplica la moglie. «È il mio ultimo desiderio».

«Non ne ho voglia» dice il marito.

«Ti supplico, tesoro!»

«Senti,» fa il marito «per te è facile. Tu domattina mica ti devi alzare per andare al lavoro!»

T. Cathcart, D. Klein, Platone e l’ornitorinco. Le barzellette che spiegano la filosofia, Rizzoli, 2007

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Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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