SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Arkan e i calci volanti di “Zorro” Boban

Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica, fastidio. Questo perché, nella volontà di scrive, è salda l’idea che ogni scoperta nasce dal conflitto. Perché il confronto più profondo e leale lo si fa con i propri nemici, con i propri fantasmi. Non vi è in questo progetto nessuna pretesa accademica o dottrinale. Ci sono spunti, provocazioni, da discutere insieme, se si vuole.

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ARTICOLO SCRITTO DA FEDERICO POZZONI, CHE HA SPERIMENTATO IL MALE INSIEME ALL’AUTORE DI QUESTA RUBRICA, IL QUALE GLI DEVE MOLTO. SE AL LETTORE INTERESSASSE LA MENTE DI POZZONI, VEDA ANCHE IL SITO

mestolate.wordpress.com

In questa rubrica si è già parlato di una tigre , in riferimento ai cartoni animati. Il gruppo paramilitare delle “Tigri di Arkan”, conosciuto anche come “Guardia volontaria serba” è invece stato uno dei più feroci e temuti della guerra dei Balcani, accusato di aver contribuito attivamente alle operazioni di pulizia etnica attuata in nome della costruzione di una “Grande Serbia”.

Macchiatesi inizialmente di attacchi terroristici, le Tigri si affiancarono all’Armata Popolare Jugoslava (JNA) guidata dal mostruoso generale Ratko Mladić, uccidendo migliaia di bosgnacchi (bosniaci musulmani) e croati, partecipando infine all’infausto genocidio di Srebrenica (avvenuto bellamente sotto gli occhi dei caschi blu dell’ONU presenti sul territorio).

Lungi da me presentare un’apologia di un criminale tanto efferato come Arkan, quello che mi interessa è definire i tratti della crescita e della maturazione di un uomo dalla crudeltà così tangibile. La sua gioventù da gangster traduce una totale avversione per la legge e per la vita civile in generale che spiega come il passaggio agli orrori successivi non abbia rappresentato un cambiamento radicale. La trattazione della biografia di Arkan è concepita come episodica e non lineare, probabilmente colma di importanti lacune. Più che sulla ricostruzione storica, mi sono concentrato infatti sull’evoluzione del personaggio, un’evoluzione che dimostra come la voglia di evadere e di distinguersi dalla massa possa prendere delle pieghe che si spingono fino al limite dell’umanità, ma non abbastanza perché si cancelli la coscienza delle proprie azioni.

La sanguinaria parabola di Željko Ražnatović, il comandante delle “Tigri” serbe meglio noto col nome di Arkan, ha molto a che vedere con il gioco del calcio. Ve lo ricordate Zvonimir “Zorro” Boban, storico campione del Milan negli anni Novanta? Al minuto 24:30 di questo documentario lo si vede prendere la rincorsa e sferrare un calcio in faccia ad un agente della polizia federale jugoslava, per vendicare un tifoso croato manganellato durante un’invasione di campo. Secondo alcuni la guerra che tra il 1991 e il 1995 circa devastò la ex-Jugoslavia ha avuto inizio proprio con questo episodio:

Il filmato ci riporta al 13 maggio 1990. Siamo a Zagabria, dove si svolge un’importante partita tra la squadra di casa, la Dinamo, e la Stella Rossa di Belgrado. Gli ultras locali, i “Bad boys”, si scontrano con gli ospiti “Delije” (gli “Eroi”) in un momento di aperta rottura tra il presidente nazionalista serbo Slobodan Milošević e la Lega dei Comunisti di Jugoslavia, da cui la Slovenia aveva già minacciato di separarsi.

Il capo della sicurezza di Stato di Milošević, Jovica Staniši, era un membro del consiglio della Stella Rossa. A Belgrado serviva un nuovo capo per addomesticare gli hooligan e addestrarli successivamente alla guerra vera e propria. Nel 1989 Staniši arruolò Arkan, che dichiarò ad un cronista: “Insistetti sulla disciplina fin dal primo momento. Si sa come sono questi ragazzi: amano il chiasso, bere, scherzare. Posi fine a tutto ciò in un batter d’occhio. Dovettero tagliarsi i capelli, radersi regolarmente, e smettere di bere. E fu così che cominciò, nel modo giusto” (2009:166).

Figlio di un colonnello pluridecorato, Arkan era dedito alla disciplina fin da ragazzo. Il suo eroe preferito era John Wayne, il viso sempre rasato gli procurò sin da subito il nomignolo di “criminale dal volto di bambino”, i suoi vestiti erano ordinatamente lavati, stirati e impilati anche in carcere. Non ancora ventenne, aveva infatti già ricevuto la sua terza condanna alla pena carceraria. Il 1972 fu quindi l’anno della sua prima evasione, e la fuga lo portò a peregrinare per dieci anni in tutta l’Europa. Parigi, Londra, Svezia, Italia (parlava un italiano perfetto), Olanda, più tardi il Nord America. Cambiava città con frequenza a volte settimanale, rapinando, contrabbandando e giocando d’azzardo in maniera frenetica.

A ventun anni il primo omicidio, durante una rapina in un ristorante di Milano: il proprietario irrompe improvvisamente dalla cucina e viene raggiunto da un colpo di fucile. In quegli stessi anni Arkan entrò nell’UDBA, il servizio segreto jugoslavo. Divenne il killer del gruppo spionistico, apprezzato fin da subito per la sua spietata amoralità. Uccise probabilmente tra i dodici e i quindici sobillatori contrari al regime del Maresciallo Tito.

Nel gennaio 1982 deve assassinare un albanese che vive al quinto piano di un palazzo a Stoccarda. Si arrampica sul tetto dell’edificio di fronte e attende per giorni che il suo obiettivo sia a tiro, coperto da un sacco a pelo ed un passamontagna. Per non farsi scoprire può camminare e mangiare solo durante la notte. Dopo due settimane, alcune macchine si fermarono sotto casa dell’obiettivo, ma ne escono dieci persone. Indeciso sul da farsi, Arkan riesce a scendere in strada senza farsi notare e trovare un telefono per chiamare l’UDBA. “Non ammazzarli tutti, sarebbe un casino troppo grosso”, gli dicono. Più tardi, la stessa sera, l’albanese esce da solo. Arkan ne approfitta immediatamente per freddarlo con una scarica di mitra.

Negli anni Ottanta lo ritroviamo a Belgrado, dove gira per le strade della città al volante di un’appariscente Cadillac rosa, accompagnato da amici o da ragazze succinte. Una sera due poliziotti bussano alla sua porta di casa per interrogarlo a proposito di una rapina. Arkan apre la porta con la pistola spianata e spara in una gamba ad uno dei due, probabilmente con un proiettile di gomma. Invece di scappare immediatamente, rimase nei paraggi e si fece mettere in prigione, da cui uscì nel giro di due mesi grazie all’intervento dell’UDBA. Il messaggio era chiaro: era tornato nella sua città per restarci.

Con due soci, un agente dei Servizi segreti e un abile falsificatore di passaporti, con i quali costituiva in pratica il vertice mafioso della città, Arkan aprì il locale Amadeus, dove trattava di affari nel suo tavolo d’angolo riservato. Ben presto, anche il poliziotto della narcotici Marko Nićović, uno dei suoi più acerrimi rivali del periodo, rinunciò a dargli la caccia. Era diventato troppo importante e temuto in città, protetto dalla polizia e dai poteri forti.

Il passaggio da boss malavitoso a signore della guerra avvenne praticamente in seguito al suo avvicinamento a Milošević con la gestione degli ultras della Stella Rossa, più tardi un bacino prezioso per il reclutamento delle sue Tigri. L’inversione di rotta dall’UDBA jugoslavo al nazionalismo serbo può sembrare un voltafaccia ma rappresentò semplicemente la naturale continuazione di un giro d’affari sempre più grosso.

I serbi bosniaci della città di Zvornik, ad esempio, pagarono alle Tigri 250 mila dollari di “compenso per la pulizia”, ovvero il massacro del 60% della popolazione cittadina, composta da musulmani bosniaci, tre giorni dopo che la comunità internazionale aveva riconosciuto la Bosnia come stato sovrano, il 9 aprile 1992. Questa foto divenuta celebre, dove si vede una tigre colpire con un calcio una donna bosniaca probabilmente già morta, è di qualche settimana dopo, a Bjieljina:

Doloroso e necessario soffermarsi sulle atrocità compiute dagli uomini di Arkan, che mettevano i bambini sulla strada e li schiacciavano con i carri armati durante il passaggio, ma non in questa sede. Tuttavia per atti come questo, e per l’introduzione di una pratica mai effettuata così sistematicamente nel corso dell’umanità, ovvero lo stupro etnico, per “contaminare” la riproduzione delle comunità vittime, Arkan fu accusato di genocidio da un Tribunale internazionale.

Ciononostante nel dicembre del 1992, solo un anno dopo essersi vantato di aver ucciso da solo ventiquattro ustascia croati nella battaglia di Vukovar, Arkan era candidato al parlamento kosovaro. Il 90% degli abitanti, di etnia albanese, decise di boicottare le elezioni, e incredibilmente Arkan conquistò uno dei 250 seggi del parlamento serbo. Nonostante la brevità della sua parabola politica, a causa dello scioglimento del parlamento da parte di Milošević nel 1993, per un anno alternò completi firmati ad anfibi da guerra in maniera del tutto naturale.

In un documentario sul crimine a Belgrado si può sentire la risposta della Tigre a tutte queste contraddizioni, un secco e lapidario: “I don’t give a damn”

http://www.youtube.com/watch?v=xygnuVsU3Y8

Come ogni cattivo che si rispetti anche Arkan aveva un nemico giurato: Hamdu Abdić, signore della guerra musulmano e comandante della Brigata 502 dell’esercito bosniaco, da egli rinominata, manco a dirlo, le “Tigri”. Il 10 ottobre 1995, a poche settimane dall’accordo di Dayton che stabilì la fine della guerra civile jugoslava, le Tigri di Hamdu erano pronte ad affrontare quelle di Arkan nel villaggio di Sanski Most. Hamdu teneva a comandare personalmente l’operazione, nonostante i suoi duecento uomini fossero supportati da altri ottocento circa degli eserciti croato e bosniaco. Asserragliate in un hotel della città convertito a quartier generale e luogo di tortura, le Tigri serbe contavano invece un paio di centinaia di unità. Le strade principali erano controllate e apparentemente lo scontro frontale non poteva essere rimandato. Tuttavia, quando Hamdu entrò nella suite dell’albergo, vi trovò solo una tazza di caffé ancora tiepido. Aveva mancato Arkan per pochi minuti.

Inspiegabilmente, al termine della guerra il nome di Arkan non era sulla lista dei rinviati a giudizio, il che lo fece diventare uno dei pezzi più grossi in circolazione, accolto in casa come un eroe e al centro delle mire di potere. Comprò una squadra di calcio, l’Obilić, e con pesanti metodi intimidatori la fece promuovere dalla serie B alla coppa dei campioni. Durante la guerra del Kosovo non si unì alle forze di Milošević, cercando di allontanare su di sé l’attenzione delle Nazioni Unite, ma quando il presidente serbo fu incriminato per crimini contro l’umanità dal tribunale dell’Aia, Arkan capì che era giunta anche la sua fine.

Cercò di espatriare, ma contro di lui partirono mandati d’arresto in 177 paesi diversi. La giustizia, tuttavia, arrivò proprio come nei film western, probabilmente commissionata dallo stesso Milošević per mettere a tacere un uomo che ormai sapeva troppo. Il 15 gennaio del 2000, in un albergo di Belgrado, un killer sparò diversi proiettili a pochi metri di distanza, colpendo la Tigre all’occhio destro, alla tempia e alla bocca. Inutile la corsa al pronto soccorso, dove gli uomini di Arkan sorvegliarono l’ospedale per ore impedendo a chiunque di entrare o di uscire: Željko Ražnatović morì durante il viaggio tra le braccia della moglie, la bella popstar Ceca.

Bibliografia:

Mary Kaldor, Le nuove guerre: la violenza organizzata nell’età globale, Roma, Carocci, 1999.

Christopher Stewart, Arkan, la tigre dei Balcani, Padova, Alet, 2009.

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Una risposta a SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Arkan e i calci volanti di “Zorro” Boban

  1. mestolate ha detto:

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    Post pubblicato sulla rubrica “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” de La Rotta per Itaca

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