SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Vincenzo Peruggia, di monogamia e dar le spalle

Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica, fastidio. Questo perché, nella volontà di scrive, è salda l’idea che ogni scoperta nasce dal conflitto. Perché il confronto più profondo e leale lo si fa con i propri nemici, con i propri fantasmi. Non vi è in questo progetto nessuna pretesa accademica o dottrinale. Ci sono spunti, provocazioni, da discutere insieme, se si vuole.

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Ho scritto e riscritto questo pezzo. Le variazioni sul tema sarebbero infinite. I protagonisti sono: La Gioconda, Il ladro che la rubò, e nell’ombra, un amico caro che di Gioconde, Louvre ed esercizi intellettuali ne sa più di me e voi. Perciò l’idea era: approfitto del vecchio Peruggia (il ladro) per gettare fumo e disordine, come piace a me, sui simboli cari al nostro piccolo mondo.

Ho rinunciato.

Due le ragioni: primo è che a parlar di Gioconda vengon vertigini, e nausee (a dir il vero), troppe parole spese per risultar intelligenti; secondo, il vecchio Peruggia merita il ruolo principale in questa storia, gli altri saran comparse.

Questi i fatti: il 21 Agosto del 1911 Vincenzo Peruggia, stuccatore e decoratore italiano emigrato a Parigi, ruba la Monna Lisa. Per due anni, il nostro, terrà il quadro, in una piccola cassa di legno, incastrata sotto il tavolo di casa sua.

Il lunedì il Louvre di Parigi era chiuso al pubblico. Solo gli addetti ai lavori avevano libero accesso. Il giorno prima, Domenica notte, il Peruggia la passa in un localaccio della Parigi Italiana, suonando il mandolino e cantando le canzoni che scaldano il cuore degli immigrati di tutto il mondo. Si finge ubriaco e se ne torna a casa. Questo sarà il suo alibi.

Lunedì esce presto di casa per evitare gli occhi indiscreti di Madame Delò, la comare che c’è in ogni edificio di ogni quartiere di ogni città. Entra indisturbato nel Museo. D’altronde in quel museo il buon Vincenzo ci stava lavorando, con una ditta di imbianchini e stuccatori. Inosservato, prende dal muro il quadro, si nasconde in un sottoscala dove lascia vetro e cornice, avvolge la signora Gherardini nel pastrano, torna a casa, accomoda Monna Lisa sotto il tavolo e poi, salutata madame Delò, con la quale si lamenta della sbronza del giorno prima, ritorna al lavoro.

Il Louvre è vuoto.

È sparita la Gioconda”.

Ad accorgersene un certo Beroùd, che voleva dipingere un quadro su una dama che si specchia nel vetro della Monna Lisa. Qualche giorno prima, un tale era entrato al Louvre, e per ripicca rispetto alla recente decisione di mettere i vetri alle opere, si era fatto barba e baffi specchiandosi in un Giorgione.

Insomma, sparita. Il sottosegretario alle belle arti di Francia, prima d’andare in vacanza, (era Agosto) disse: “disturbatemi solo se brucia il Louvre o rubano la Gioconda”. Lo disturbarono. Richiuse l’ombrellone e tornò veloce in città.

La Polizia indagò Apollinaire e Picasso, gli avanguardisti tiran sempre brutti scherzi, avran pensato.

Il commissario della polizia ordinò pure una perquisizione a sorpresa nella piccola casa del nostro Peruggia. Lui, da far suo, offrì il caffè al commissario proprio sul tavolo che nascondeva il quadro, il commisario ricambiò firmando proprio su quel tavolo il foglio che scagionava del tutto il Peruggia.

Per due anni Monnalisa ebbe una relazione monogama con Vincenzo Peruggia. Poi, la patria, ah l’Italia!

Convinto che il quadro fosse bottino Napoleonico, il nostro decide di portarlo a Firenze, sicuro di render servizio allo stivale derubato. Ma Leonardo lo cedette di proposito ai francesi.

La storia finisce che i francesi si ripresero il quadro e il buon Peruggia passò un anno e mezzo nelle sacre galere.

Peruggia poi fece la guerra, una figlia, chiamata da tutti la “Giocondina”, e forse il suo scherzo più bello. Morì e fu seppellito in Francia sotto falso nome. Sotto la terra della nazione che l’aveva espulso e marchiato come “Indesiderato” Vincenzo Peruggia passerà l’eternità.

Si dice che il furto fosse commissionato, che il Peuggia volesse farci dei soldi, chissà.

Quel che penso io, è che per due anni Monnalisa ebbe vita privata. Fu moglie devota, aspettava lieta che il suo uomo tornasse dal lavoro, o dal localaccio italiano. A tarda notte le mani callose, che nulla hanno delle mani dello studioso, prendevano per i fianchi la Madama, ed al lume di una candela i due, stavano a guardarsi fino all’alba. Romanticismo, e così sia.

Ora la storia è finita, Monna Lisa è tornata ad essere svergognata, impudica si mostra a tutti e a tutti concede il sorriso.

Penso anche che se il capolavoro sia tornato al suo posto, bisogna ringraziare la beata ignoranza. Il povero Peruggia credeva che il quadro fosse bottino Napoleonico, e quindi in ultimo, fu spinto da livore patriottico nella riconsegna oramai inattesa. Che cosa sarebbe successo se il nostro avesse letto meglio i libri? Che cosa sarebbe successo se avesse saputo che la sua donna non era stata rapita dal vile conquistatore, ma svendutasi per qualche soldo al nobile di turno?

Bene, Vincenzo Peruggia, è indubbio, accrebbe a dismisura la fama del quadro più famoso del mondo. Dicono quelli che studiano, che proprio negli anni nei quali il quadro era assente, si costruì e si rafforzò l’immagine e l’icona del quadro stesso.

Non è difficile crederlo. La mancanza conferma la presenza. Vale per tutte le storie d’amore.

Penso a tutte le teorie, le parole, le schiene ingobbite sui libri, che con rigore parlano del quadro. Immagino cosa avrebbe pensato Vincenzo Peruggia di tutte quelle parole. Mi chiedo se il suo giudizio su quel quadro, giudizio intimo, privato tra i privati pensieri, non valga mille libri di mille biblioteche. Me lo chiedo e non so rispondere. (facendo l’occhiolino a quell’amico che sa di tutte le Gioconde).

Un ultimo pensiero va al Veronese. Al grande quadro che sono le “Nozze di Cana”. Quadro che è ora collocato di fronte alla Gioconda. I visitatori accorrono a vedere Monna Lisa, e non a torto si potrebbe dire che “Le Nozze di Cana” sono il quadro al quale son state date più le spalle nella storia.

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3 risposte a SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI: Vincenzo Peruggia, di monogamia e dar le spalle

  1. CG ha detto:

    naturalmente anch’io (che sono l’amico che ne sa di gioconde) avevo pensato di rispondere in modo totalmente diverso a come sto per fare. pensavo di prendere la parte dei còlti ingobbiti, della punteggiatura rispettata, dell’uso intelligente delle nozioni. e invece no: mangiando frettolosamente delle salsiccie al sugo, prima di correre in treno a Pisa, nel mio monolocale fiorentino, mi sento molto più vicino a Peruggia che alla parte che mi è stata assegnata dal copione. Aggiungo solo che non capisco perché interessino di più i pensieri del ladro e non quelli del ‘nobile di turno’, che fra l’altro è il re di Francia Francesco I. L’arte, anzi, certa arte, fra cui la Gioconda, nasce, resta e muore come cosa privata e privati – e affascinanti in quanto tali – sono i pensieri che ciascuno può spendervi sopra. Il museo, e passiamo al sogno, e il Louvre con la Gioconda non lo è, dovrebbe essere in grado di restituire questa dimensione, intima, carezzevole, ai milioni di milioni, con opere d’arte del genere, che è, ricordiamiolo, quello ritrattistico. Certo, la Gioconda non è più solo quello, e lo sanno bene al Louvre dove peraltro idee espositive più intelligenti dell’attuale erano state pensate, tipo collocarla, da sola, sotto la piramide di vetro, di modo da evitare ingorghi nelle gallerie. In quel modo, chi veniva per vedere solo il feticcio sarebbe stato libero di andarsene subito. chiudo dicendo che le ‘mille parole di mille libri’ su Leonardo stanno più antipatiche a me (che sono costretto a leggerle per deontologia) che a chi ne parla per sentito dire. Un abbraccio forte al pungnete autore di questa mia amata e geniale rubrica,

  2. michelebarbaro ha detto:

    Non vorrei, innanzi tutto, che questo diventi un dialogo privato tra me e C.G. Ne abbiamo già molti. Tuttavia risponderò. Questo articolo, come gli altri peraltro, parla di suggestioni, di pensieri deboli, inattaccabili perché indifendibili. Il pensiero di C.G. è positivo (nel senso di rigoroso, strutturato), e son felice che appaia in calce all’articolo. Faccio notare che non ho mai detto che un pensiero privato debba interessare più di quello pubblico, non è un discorso esclusivo il mio. Parlo di uno sguardo privato, perché lo sguardo privato affascina. Perché parla di intimità, di porte chiuse. Di storie di esistenze. Ecco, se il Peruggia avesse scritto un libro sulla Gioconda lo avrei letto. Non ho interesse, (o almeno, non ho interesse ora) a leggere quei libri che conosco solo per sentito dire. Se poi uno volesse leggere fra le righe, parlo di fine dei musei, di proprietà privata e fascismo, ma queste son cose criptiche, che non ho capito bene nemmeno io.
    E in ultimo, ma questo non lo so giustificare, l’idea della Gioconda nella casa sporca e impolverata nella periferia di parigi, di un manovale italiano mi sta più simpatica, mi acquieta, più del quadro esposto sotto la piramide del Louvre.
    Ma questi son pensieri parsi, che nulla possono contro la logica e il rigore. Così sia.

  3. Ellen C. Contreras ha detto:

    Le indagini della gendarmeria francese furono un vero e proprio flop investigativo. Anzi, i francesi cercarono strade tortuose andando completamente fuori strada: la responsabilità del fatto fu via via attribuita all’Impero tedesco, a Guillaume Apollinaire (che aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all’arte nuova), e al suo amico Pablo Picasso (subito rilasciato). Intanto il nostro “rapitore” nel dicembre del 1912 ha l’ardire di scrivere una missiva all’antiquario di Firenze Alfredo Geri, sostenendo che “il quadro appartiene all’Italia dato che Leonadro da Vinci era italiano”, firmandosi appunto con il nome dell’artista rinascimentale. Nella lettera il ladro affermò che afferma di avere con sé il quadro e di volerlo restituire alla cifra modica di 500.000 £ “per le spese”. Si giunse poi ad una trattativa tra Geri e il direttore degli Uffizi Giovanni Poggi con il ladro a Firenze, il 12 dicembre, al terzo piano della pensione “Tripoli”, che adesso si chiama, appunto, “La Gioconda”. Ingenuamente Peruggia consegna il quadro ai due per una verifica dell’autenticità e finisce arrestato per le strade della bella città medicea.

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