Road to 2013: Neve sotto elezioni, nebbia sulle alleanze

di Lorenzo Mauro

Oggi 14  dicembre, Elezioni (sotto la neve) 17 febbraio. Mancano poco più di 60 giorni al voto, eppure non v’è ancora nessuna certezza. Le trattative sono in corso e non si conoscono neanche gli schieramenti.  Proviamo a fare una panoramica.

I politici di oggi mi ricordano quella categoria di persone, di cui faccio ahimè parte, che quando hanno qualcosa da fare rimandano, rimandano, rimandano fino all’ultimo minuto utile. D’altro canto, si dice che siano lo specchio della società. I partiti nostri hanno avuto un anno di tempo per dialogare tra di loro mentre Monti picchiava sull’Italia, ma non sono riusciti a produrre nessuna alleanza ben definita. E adesso, le ore si susseguono convulse e l’agitazione prende piede nelle segrete stanze. 
Casapound e i fascisti. Difficile per loro entrare in Parlamento, a meno che Grillo non si decida a dargli una mano con voti e firme. Quello degli ultimi giorni pare sulla buona strada. Storace invece è uno dei pochi che festeggia, perché l’accordo con il Pdl è cosa fatta e basterà davvero poco per rivarcare le porte di Montecitorio con il suo partitino.
Lega bell’enigma. La logica direbbe apparentamento con il Pdl, ma Berlusconi è impresentabile a un elettorato già scosso da Belsito e The Family. Meglio sarebbe Alfano, ancor meglio forse andare da soli. Ma salterebbe Maroni in Lombardia.
Berlusconi. Non a caso ho evitato la sigla Pdl. E’ lui il protagonista di tutto. Scendo in campo, anzi no, datemi il sondaggio. Va detto che rimane uno stratega, ma stavolta completamente isolato. Se si candida lui, un pezzo di partito se ne va, la Lega potrebbe non allearsi, rischia insomma la debaclé. Ieri ha lanciato messaggi a tutti, da Monti a Casini passando per Alfano e i suoi ribelli. Ma pur di contare anche nella prossima legislatura sarebbe capace di allearsi anche con Vendola e Di Pietro. Capitolo a parte meritano i suoi peones: l’altro giorno si sono scandalizzati per quella dichiarazione resa a La Telefonata. No, non quella sullo spread, ma quella sulla ricandidatura del 10 per cento del corpo parlamentare. Bonaiuti è stato costretto a smentire, evitando dolorosi attacchi di ulcera nelle sezioni nazionali. E poi c’è lui, Dell’Utri, che ricevuta la notizia di non poter essere più candidato, ha smentito Berlusconi, con una specie di “semmai, decido io”.
Terzo Polo. Sarà perché sono al centro e gli vien facile, ma stanno trattando in diversi tavoli contemporaneamente. A destra Casini cerca di pescare i transfughi del Pdl lasciandolo implodere, in mezzo il leader Udc chiacchiera con Montezemolo e alcuni suoi amichetti, a sinistra il dialogo con Bersani è ancora aperto, checché ne dica Vendola. E poi c’è SuperMario, che come un Berlusconi qualsiasi si sta abbuffando di sondaggi per capire se abbia un senso correre, e soprattutto con quali parole d’ordine e dove.  Che ci stia facendo un pensierino, lo si capisce dal tentativo(non riuscito) di apparire simpatico a Uno Mattina, quando ha confidato che suo nipote lo chiamano spread. Vauro è riuscito a scoprirne il motivo: “è il più alto di tutti”.
Pd-Sel. In un certo senso stiamo aspettando l’inculata, perché fino ad ora i progressisti non stanno sbagliando una mossa, e questo non è possibile per chiunque conosca anche minimamente le dinamiche a sinistra. Mentre Grillo espelle malamente due suoi pezzi grossi, Bersani e Vendola annunciano le primarie dei parlamentari per ovviare al Porcellum. Grandissima mossa mediatico-elettorale. Dietro le quinte, però, la verità è che Pierluigi non può ancora dormire sonni tranquilli. L’incertezza delle scelte di Monti si fa sentire. Se il professore scendesse in campo, il centrosinistra potrebbe allora veramente giocarsi la carta della critica al governo dei tecnici, allargando l’alleanza agli arancioni di De Magistris. Altrimenti, basterebbero Pd e Sel, si scommetterebbe sul ridimensionamento di Casini nelle urne, per poi rispolverare l’accordo ma da posizioni di assoluto vantaggio. E con il sigaro di Bersani a Palazzo Chigi.
Rosso sbiadito(arancione). E’ sceso in campo anche il magistrato De Magistris. Per lanciare il magistrato Ingroia. E se si riesce riciclare il magistrato Di Pietro. La chiamano solidarietà togata. Ieri poi abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrà essere: Dell’Utri insulta Ingroia, Ingroia insulta Dell’Utri. Dal Tribunale di Palermo, passando per il Transatlantico, fino all’emiciclo, una partita è destinata ad andare avanti.Per ora di collocazioni non se n’è parlato, e non perché non si sappia che alle elezioni manca uno sputo. Piuttosto, perché le trattative sono in corso. Molto dipenderà dalle necessità di Bersani, che ora è in grado di dire “tu si, tu no”.
Ne’ destra, né sinistra, Peppe Grillo. Certo, l’autoritarismo non è di destra né di sinistra. Però dobbiamo dire che un po’ stona. Oppure ci dice semplicemente quello che già sapevamo: la politica è uguale per tutti, anche per gli autoproclamatisi “diversi” e la democrazia non è facile da salvaguardare.
PS. Non so se c’entri qualcosa con questo discorso ma ho trovato un interessante ragionamento in un post su Facebook. In pratica si sosteneva che l’elettorato italiano più che essere mobilitato, verrebbe contro -mobilitato. E così gli attacchi a Berlusconi porterebbero i destrorsi a votare il loro leader, mentre le parole di Berlusconi mobiliterebbero l’elettorato più a sinistra. Una specie di trasferimento di quel tifo contro che ben conosciamo applicato al calcio. Non so se può essere una chiave di lettura. Però vi confido che Berlusconi scendendo in campo mi ha convinto. Voto il centrosinistra.
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