Dromomania: viaggio in Italia

Dimitri El Madany

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Dopo molto anzi troppo tempo passato senza scrivere per l’amata rotta, riecco che finalmente trovo il tempo e il modo per tornare a sproloquiare, non senza gaudio, di ciò che casualmente mi passa per la testa.

Oggi voglio plagiare la rubrica dell’amico Matteo e proporvi una puntata anomala e del tutto personale di Dromomania, che ha come protagonista – ebbene sì – la “nostra” “bella” Italia.

Dunque, partiamo.

Approfittando di una settimana di ferie, parto da Bolzano per un viaggio di piacere che mi porterà verso sud, dopo un paio di soste intermedie, fino alla Capitale. Come i romanitici (che però arrivavano fino a Napoli – Goehte addirittura fino a Palermo), anch’io sono munito di taccuino ma soprattutto di ombrello, perché quando monto in carrozza piove che pare l’apocalisse. La carrozza è in realtà un’automobile guidata dal pluricampione di Le Mans con un passato nel mondo dei rally, Flavio Pintarelli (scusate la rima). Al suo fianco fa da navigatore il dromomaniaco per eccellenza, Matteo Antonin. La prima tappa è Modena, anzi per la precisione Formigine, dove ha luogo nientepopodimenoche Indidee 2012.

Quivi, ospitati in una rocca del secolo XIII, ci uniamo ad un manipolo di altri giovani nerd accomunati dall’amore per l’editoria indipentente e dalla passione per il lambrusco. Ci danno pure un tavolo tutto per noi con tanto di targhetta di riconoscimento con sopra scritto a chiare lettere “La Rotta Per Itaca”. Vedere per credere.

Poscia, la redazione partecipa senza successo ad un contest di racconto creativo  (N.B.: rigorosamente manoscritto sul buon vecchio foglio protocollo), denominato Tagliacorto! Nessuno di noi arriva nemmeno sul podio, e lo sgomento si gonfia fino a divenire sotterranea accusa di brogli. Non facciamo però in tempo a cavalcare la polemica, perché l’ottimo Michele Barbaro deve proseguire verso sud, ed io con lui. Lasciamo quindi Flavio e Matteo ai loro aperitivi editoriali e prendiamo la strada di Modena, riscontrando come la locale segnaletica stradale si contraddistingua come una delle peggiori di sempre. La vecchia Panda mille di Michele si premura di raccogliere altri due compagni di viaggio, facendo tappa a Bologna. Poi per un attimo ci getta nel panico, illuminando la spia del radiatore. Una breve sosta ed un litro e mezzo di minerale risolvono prontamente il guaio tecnico, ed ecco che la gagliarda utilitaria si cimenta nel valico appennino. Destinazione: Siena.

La pioggia battente e la strada tortuosa non impediscono all’equipaggio di affrontare discussioni di altissimo livello, che durante l’itinerario variano da Rembrandt ai piccioni morti. Arriviamo nel borgo medievale chiedendoci che fine facciano i suddetti volatili una volta defunti, e perchè nelle nostre città se ne vedano così pochi. Forse, come gli elefanti, poco prima di morire vanno ad isolarsi, affinché la loro dipartita non costituisca spettacolo per alcuni animali, lauto pasto per altri. Questo ci commuove un poco, e con un magone appena appena accennato ci salutiamo fraternamente, nella notte senese fradicia di pioggia.

Raggiungo quella che per anni è stata la mia casa, dove ad accogliermi trovo, fra gli altri, il compagnio di una vita, che risponde al nome di Giuseppe P.

Lontano parente di Melissa P., Giuseppe sta facendo quello che starei facendo anch’io ormai da eoni, ovvero scrivere la tesi. Per riuscire nel suo intento, nel corso degli anni egli ha eliminato uno ad uno i propri coinquilini (me compreso), ricorrendo ai mezzi più subdoli e quindi più efficaci. Il risultato di queste graduali ma inesorabili purghe è che ora Giuseppe vive praticamente da solo, ed ha eletto quelle che un tempo erano le camere degli altri a sue personalissime depandances: lo studio, la palestra, la lavanderia, e via dicendo. Più che imborghesirsi, si è aristocratizzato.

Quando ci stavo io, per risparmiare sulla bolletta non accendevamo mai i termosifoni, e giravamo per casa con guanti e cappotto. Ora invece, con la scusa della tesi, i riscaldamenti vanno a palla, e in quella che una volta era la stanza degli ospiti è stata costruita una spiaggia artificiale con tanto di cascate (piove dentro) e baracchino dei cocktails. Io rimango attonito di fronte a cotanta versatilità, e decido di trascorrere la notte nella stalla, dove gli scudieri Humbert M. Humbert e Veronica Pastorelli Testabürger si vantano dei loro nomi bizzarri e si prendono cura dei pregiatissimi cavalli pezzati di proprietà di Giuseppe. L’indomani, dopo aver fatto il pieno di biada, riparto alla volta di Roma.

 

Non ho però fatto i conti con la furia degli elementi, che nel frattempo non hanno mai smesso di riversare ettolitri d’acqua sul centroitalia. E qui c’è poco da ridere. La Maremma è in ginocchio, le persone annegano. Nessun preavviso e nessun aiuto, da nessuna autorità. Mentre prendo il bus per Roma, ancora non posso rendermi conto del dramma. Me ne faccio una vaga idea quando, arrivato al raccordo di Bettolle, leggo sulle insegne luminose che l’Autosole è chiusa per allagamenti. Il bus non demorde e prende una via alternativa, come la Compagnia dell’Anello dopo Caradhras. Le nostre miniere di Moria si chiamano E45, ovvero si passa da Perugia. Per fortuna non incontriamo alcun Balrog, e dopo sei ore di code a tratti sotto il diluvio arriviamo finalmente nella Capitale.

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Scendo a Tiburtina, e mi sembra di essere entrato in un’altra dimensione. Non solo non piove più, ma fa anche un caldo inspiegabile. Da maniche corte. Ringalluzzito da cotale asciutto tepore, raggiungo una compagnia di cineasti con cui ho avuto la fortuna di lavorare quest’autunno, e ci riuniamo attorno ad un’amatriciana che, così bbona, solamente a Roma. Segno sul taccuino che il Pigneto è un posto niente male, e poi, come un novello Audrey Hepburn, mi lascio trasportare in motorino per la notte romana da un caro vecchio amico, notorio cineamatore e centauro provetto. Sfilano di fianco a noi l’Anfiteatro Flavio e i Fori Imperiali, e poi San Giovanni, il Vaticano, e via dicendo. L’alluvione non esiste. La vita vera, e amara, non ci tange.

La notte trascorre placida, cullata dal russare del mio ospite, un rarissimo animale mitologico dal nome impronunciabile, venerato da alcune sperdute popolazioni della foresta amazzonica, le quali lo temono in quanto divoratore di bambini. In realtà è un essere pacifico, ma ora non divaghiamo.

 

L’indomani, con la scusa di rivedere altri cari vecchi amici, vago senza meta per la città, perdendomi a Villa Borghese, e ritrovandomi, fuori luogo, nei quartieri bene di Prati e Parioli. Poi, in uno spiazzo imprecisato che assomiglia a Piazza Vittorio, ritrovo un certo agio, e tutt’a un tratto incontro una donna bellissima e glaciale, che mi lascia basito e anche un po’ turbato. Qui i ricordi si fanno confusi. La sua voce di sirena deve avermi gettato in un vacuum spaziotemporale, nel quale ho fluttuato per parecchie ore, prima di ridestarmi. Riprendo coscienza nel rione Monti, giusto in tempo per l’aperitivo. È una zona decisamente fighetta, eppure, a dispetto del nome che porta, davvero molto bella. Da buon interista, segno sul taccuino Via del Serpente, e poi mi lancio senza tema su un bel piatto di saltimbocca alla romana. Non biasimatemi: sono in vacanza!

 

Nonostante un’altra notte trascorsa in compagnia del mostro mitologico di cui sopra, la realtà stenta ad entrare in questo viaggio di piacere. La caotica bellezza di Roma dilata le giornate, e il caldo suggerisce ingannevolmente che l’autunno debba ancora iniziare. Nella grande città nessuno sta fermo, eppure tutto è immobile. Come in un Decameron postmoderno, vengo accolto da dame e cavalieri al decimo piano di un palazzo anonimo in un quartiere ininfluente, dove le vie portano i nomi delle antiche province dell’Impero. Si banchetta amabilmente conversando di arte e bellezza, mentre là fuori la città brucia e affoga. Il Tevere minaccia la piena, e sulle sue rive giovincelli inermi vengono bastonati con la più cieca brutalità. Uno schermo sproporzionatamente grande trasmette le immagini di entrambi i nefasti eventi, e noi, ormai arrivati al dolce, aspettiamo il caffè. Nell’attesa, in me matura tutto il senso di colpa derivante dalla distanza dagli eventi reali. Ripenso a quando, l’anno scorso, in piazza c’ero anch’io. Eppure il caffè è buono lo stesso, e il senso di colpa rifluisce molto più velocemente della piena tiberina.

Il cinismo è un atteggiamento da non sottovalutare.

 

Questo post personalistico potrebbe continuare ancora molto, ma è già decisamente troppo lungo. Vorrei parlarvi di molte altre cose, ma non c’è più tempo. Vorrei narrarvi dei baffi improponibili di Michele Longo (vecchia conoscenza de La rotta); vorrei raccontarvi del mio guru personale, che riconobbi un giorno all’ombra delle piramidi, e che mi ha ospitato nella sua magione con vista tangenziale; vorrei condividere con voi le mie impressioni sul Teatro Valle occupato; vorrei sconsigliarvi fortemente la metro all’ora di punta, e consigliarvi altrettanto fortemente il baccalà fritto, tipico stuzzichino romanesco. Vorrei, ma non posso. Devo chiudere, amici lettori e amiche lettrici, perché devo ripartire. Ho trovato un passaggio che mi riporta verso nord, e queste sono fortune che non ricapitano.

Arrivederci Roma, a chissà quando.

Arrivederci a voi, al prossimo post!

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Braccia rubate all'agricoltura
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4 risposte a Dromomania: viaggio in Italia

  1. michelebarbaro ha detto:

    Sempre molto piacevole leggere. Bravo Dim!

  2. veronica ha detto:

    Dim consoli la mia freddissima mattina Bellunese in compagnia del male ai denti.

  3. Dimitri ha detto:

    Piezz ‘e core…
    Grazie ragazzi!

  4. robertinn ha detto:

    Bravo bel post..molto piacevole…ovviamente mi aspetto un post su “Roma-Bolzano il Ritorno!”

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