Road to 2013: Pd o muerte?

di Lorenzo Mauro

Sono bastati dieci giorni perché il quadro politico italiano tornasse almeno apparentemente alla normalità. Una normalità che si declina in diverse forme, non tutte ovviamente da rivendicare. Non è una novità purtroppo – tanto da sembrare normalità- l’escalation di indagini e nuove rivelazioni su corruzione e connivenza con ambienti mafiosi da parte dei politici. Reati per i quali, in meno di due giorni, è stato sciolto il Comune di Reggio Calabria, arrestato l’ennesimo assessore lombardo, indagato un ulteriore consigliere laziale(e questa volta dell’Idv). In questo bel quadretto, prova a farsi largo la politica che si considera virtuosa, pur con tutti i suoi acciacchi ed i suoi riti. Stiamo parlando delle primarie del centrosinistra, che sin dal principio tutti definiscono referendum interno al Partito Democratico. Perché il vero scontro è tra Bersani e Renzi, e anche Vendola sembra aver accettato questa deriva. Scagliandosi sempre e comunque contro il sindaco di Firenze, il buon Nichi ha già prenotato la terza posizione, nella speranza che il suo risultato non metta a rischio l’affermazione del candidato premier. E cioè Pierluigi Bersani; il quale ha cambiato marcia con il ritorno, mediatico e da libro cuore, nella sua Bettola, per dare il via alla seconda campagna elettorale più importante della sua vita. La prima, si intende, sarà quella che si conquisterà battendo Renzi nel doppio turno di fine novembre-inizio dicembre. Le sensazioni del post-esibizione alla pompa di benzina sono positive. Pierluigi ha riportato al centro il lavoro, la fatica, promettendo un’attenzione particolare all’economia reale qualora toccasse a lui guidare l’Italia. Una issue lontanissima dal governo dei professori, ma anche dal sindaco fiorentino che continua a battere il tasto della rottamazione. Ed è su questo che si gioca il futuro delle primarie: se dopo le dichiarazioni di Veltroni e di D’Alema, lo staff del segretario riuscirà ad archiviare la discussione, per Bersani si aprirà un periodo positivo. Se, al contrario, i media e Renzi porteranno avanti un tormentone sul toto-nomine, allora Bersani rischia di vedersela brutta. Anche perché per adesso conta proprio sulla mobilitazione nei territori degli uomini dei “vecchi”, che voteranno in massa alle primarie. Se però dovesse arrivare un alt alle loro candidature prima del voto, tutto lascia pensare che le motivazioni per votare Bersani diminuirebbero. E di molto. Ciononostante il Pd, beneficiando della debolezza, per non dire del coma profondo, degli avversari, continua a legittimarsi come unico vero perno del nuovo governo. E i sondaggi lo premiano, perché da un lato gli elettori incazzati danno fiducia a Grillo, dall’altro chi sa che nel 2013 bisognerà governare non può che scegliere l’unico partito in grado di farlo. Il più delle volte, turandosi il naso.
Normalità si diceva, normalità forse apparente. Normalità nel giudicare la manovra finanziaria del governo Monti. Non chiamiamola di stabilità, per favore, perché si rischia di far passare il messaggio che nel nostro Paese, nel terzo millennio, per garantire la stabilità si debbano tagliare le ore di permesso per chi ha un parente disabile a carico, o per chi, disabile lui stesso, deve andare in ospedale a curarsi. Il governo sembra aver posto rimedio, ma la retromarcia non basta: indica nel migliore dei casi un esecutivo di ragionieri (altroché professori), nel peggiore un’accozzaglia della peggiore destra, che considera privilegi dei diritti che neanche Berlusconi aveva osato mettere in discussione. Per non parlare del teatrino ad uso e consumo dei media sulla riduzione dell’Irpef a fronte dell’aumento dell’Iva. Per i lavoratori sarà un pareggio, ma per pensionati, studenti senza reddito sarà un’altra batosta sui consumi. Però sui giornali la notizia è stata la riduzione delle tasse, con un messaggio falsato che ormai si scontra con la prova dei fatti. Tanto squallore governista ha il merito di rendere la carta di intenti del centrosinistra una boccata di ossigeno. Anche se a toglierlo ci pensa il Fiscal Compact, e i 40 miliardi annui di tagli ad esso associati . Meglio che a farli sia un governo di centrosinistra o di centrodestra? Questa è domanda da un milione di dollari. Per cominciare, meglio che a farli non sia Monti.

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