DROMOMANIA: il Marocco in cinque sensi

di Matteo Antonin

VISTA

Il Marocco è il regno dei colori. Colori accesi: rosso, porpora, vermiglio, arancio, giallo, ocra, oro, celeste, indaco, verde.

Colori di sole, cielo, mare, sabbia, tappeti, moschee, fiori, legno, stoffe, olio, terra, olive, miele, arance, zafferano, giada, menta, ceramica, avorio, papavero, cobalto, lavanda, peperoncino, argan.Nelle concerie di Fez uomini e ragazzi lavorano sotto il sole per tutto il giorno immersi nel colore. Le pelli vengono tinte e lasciate asciugare sui tetti variopinti, per poi diventare giacche, borse o scarpe dai colori sgargianti vendute a caro prezzo ai turisti nelle botteghe.

In un negozio un uomo mi mostra come si lavora al telaio, sprigionando per un attimo quella misteriosa forza magica che fa nascere uno scialle o un tappeto da un ammasso di fili e lana.

Le mura esterne della Kasbah degli Oudeia a Rabat sono di un color giallo ocra acceso, come se il sole le bruciasse ogni giorno e il vento clemente dell’Oceano alleviasse il loro dolore; l’interno della cittadina fortificata, con i suoi caratteristici vicoli stretti e tortuosi, è invece bianco e turchese, come il cielo di Rabat che proprio sotto la Kasbah incontra l’Oceano Atlantico.

Neri come la notte più scura sono i baffi degli uomini, di mille colori i lunghi vestiti delle donne, variopinti gli hijab che spesso coprono loro il capo; d’oro e d’argento i gioielli che ornano le loro mani; neri o marrone molto scuro – e profondi – gli occhi delle persone.

UDITO

In Marocco il silenzio non esiste: la mattina presto un fornaio annuncia casa per casa che il pane è pronto; un uomo grida sotto la mia finestra per chiamare un amico e andare insieme al lavoro; al mercato un venditore giura convinto, gridando e sbracciandosi, di avere il pesce più fresco di tutto il paese; la musica risuona nelle stradine; una mamma chiama il figlio per la merenda e, naturalmente, quel bambino non si fa trovare, troppo impegnato a urlare di gioia per aver segnato la rete decisiva nella finale della Coppa del Mondo del cortile.

I vicoli del quartiere, il mercato, le strade affollate, i caffè dove gli uomini si trovano a bere qualcosa e a chiacchierare sono tutti luoghi caotici, rumorosi. Di una confusione affascinante, quasi folkloristica agli occhi di un turista, ma alla quale difficilmente mi potrei davvero abituare.

Nemmeno nell’interno della casa c’è mai quiete: i numerosi bambini presenti in ogni famiglia giocano, la porta di ingresso è sempre aperta, e continuamente entrano parenti di ogni sorta, vicini di casa, bambini del quartiere che per qualche spicciolo di mancia sono andati al mercato a comprare la menta per il tè.

Gli unici posti nei quali regna un silenzio quasi irreale sono l’interno della moschea e l’hammam.

Devo confessare che a volte in questo vortice quotidiano mi mancavano il silenzio e la solitudine dell’avere un momento tutto per me. Curioso che, parlando con un amico marocchino trasferitosi in Italia, scopro che anche per lui è lo stesso, ma al contrario.

Quando è in Italia soffre il silenzio, le porte chiuse, i vicini che nemmeno ti salutano, il quartiere deserto. E quella sorta di nostalgia che io associavo al silenzio per lui ha i tratti di una festa chiassosa e di grida rumorose.

OLFATTO e GUSTO

I profumi mi avvolgono nel souk delle spezie: cannella, cardamomo, chiodi di garofano, cumino, sesamo, zafferano, peperoncino, curcuma, pepe, tamarindo, zenzero.

Odori, sapori, colori.

Nel mercato è quasi impossibile passare: ovunque pile di datteri, meloni, angurie, albicocche, cipolle, patate, mazzetti di menta profumata.

Sul banco del macellaio sono appese in bella vista zampe di vacca e di capretto; le teste di agnello sono ammassate l’una sull’altra, mentre i corpi degli animali probabilmente già ribollono nei tajine sul fuoco delle case. La famiglia si riunirà intorno al tavolo e mangerà dallo stesso grande piatto con le mani, usando il pane al posto delle forchette.

Su carretti sgangherati si improvvisano griglie per la kofta, sorta di polpetta di carne macinata insaporita da spezie e cipolla tritata. Il fumo avvolge la piazza, e il profumo invita ad avvicinarsi.

Durante il Ramadan poco prima del tramonto le strade si permeano del profumo di harira, tradizionale zuppa marocchina che viene preparata in ogni famiglia. Alle otto di sera, non appena il sole è scomparso all’orizzonte, la vita si ferma, qualsiasi attività viene sospesa, e insieme si rompe il digiuno.

TATTO

In un hammam, quello che noi chiamiamo “bagno turco”, sto per provare il trattamento.

Dopo un iniziale momento di rilassamento un inserviente delle terme mi laverà, mi strofinerà con una spugna ruvida per rendere la mia pelle liscia e mi farà un massaggio rinvigorente.

Compare un vecchio, avrà settant’anni: smilzo e sdentato. “Con che forze mi farà il massaggio?” mi chiedo divertito.

Poi il vecchio inizia: una secchiata d’acqua in faccia e mi insapona, seconda secchiata e mi ha già risciacquato. Con movimenti forti ed energici inizia a strofinare con la spugna: piedi, gambe, schiena, petto e viso. Terza secchiata, mi posiziona pancia in su e spazzola con la spugna sempre più forte: lo scopo è quello di sfregare via la pelle morta. Alla fine del trattamento ho la pelle tutta rossa, ma liscia come quella di un neonato.

Quarta secchiata, pancia in giù. Mi sale sopra, prende le braccia e le tira verso di sé. Con la sapienza dell’esperienza tira fino a un passo dalla rottura dell’arto, e appena inizio a sentire davvero il dolore molla. Crok. Le giunture scrocchiano, i muscoli si allungano: dopo il fastidio iniziale la sensazione è incredibilmente piacevole. Ripete i movimenti anche per gambe, piedi e schiena. Conclude con due pugni a mano aperta sui nervi a lato del collo che mi fanno prima male, ma dopo un po’ di tempo mi sento benissimo. Comico, ma gli dico shukran: grazie per avermi menato.

Il vecchio sorride, mi dà due baci sulle guance e se ne va.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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Una risposta a DROMOMANIA: il Marocco in cinque sensi

  1. Abdel ha detto:

    Una belissima descrizione di una realta che mi manca davvero…leggendo il testo mi sono fatto un viaggio nel mio paese:)))
    Abdel

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