Ongaku no susume #20

Stefano Palmieri – Che voi ci crediate o meno, non sapevo fino a ieri che album avrei recensito questa volta. Fondamentalmente la scelta ricadeva su due dischi, ma perché scegliere uno piuttosto che l’altro? Poi, alla fine, ho deciso che avrei agito a seconda dell’esito della finale degli Europei di calcio che vedeva fronteggiarsi Spagna e Italia: un disco per la vittoria dell’Italia e uno per la vittoria della Spagna. Sapete benissimo com’è andata, non c’è bisogno che ve lo ripeta. Non siamo sul tetto d’Europa e il chorizo l’abbiamo preso in quel posto, quindi questa volta parleremo del nuovo album di Rufus Wainwright intitolato Out of the Game (mai titolo fu più appropriato).

Ma facciamo un passo indietro. Rufus Wainwright nasce a Rhinebeck, nei pressi di New York; figlio della coppia di cantanti folk Loudon Wainwright III e Kate MacGarrigle, inizia a suonare il pianoforte all’età di sei anni. A tredici anni era già in tour con la sorella Martha (anche lei cantautrice), la madre Kate, e la zia Anna, con il nome “McGarrigle Sisters and Family” (le sorelle McGarrigle e famiglia). Rufus cresce in Canada, comincia a farsi le ossa nei piccoli club di Montreal finché non viene notato da un executive della Dreamworks. Osannato dalla critica, non scalerà mai la hit chart statunitense anche se molti dei suoi colleghi come Morrisey (ex cantante degli Smiths) o Sting lo adorano. Molte delle sue canzoni infatti vantano arrangiamenti complessi e armonie con centinaia di parti individuali. Wainwright è un appassionato di opera lirica, e ciò è evidente nelle sue influenze, oltre al suo amore per i Lieder di Schubert; la sua musica è stata chiamata “Popera” (fusione tra pop e opera) o “Baroque pop”. I suoi testi sono pieni di allusioni all’opera, alla letteratura, alla cultura pop, e, recentemente, alla politica (in canzoni come “Gay Messiah” o “Waiting for a Dream”). Rufus è un omosessuale dichiarato fin dall’adolescenza e la sua musica contiene diversi temi ricorrenti, da storie personali sull’essere gay e single (“Oh What a World”) a dichiarazioni sulla decadenza della California.

Ma torniamo al presente, ossia ad Out of the Game. Il disco è stato interamente prodotto da Mark Ronson già produttore di Amy Winehouse giusto per fare qualche nome, e dei Black Lips (già recensiti su La Rotta) e l’ha definito il disco pop più bello da lui confezionato. Ci sono molte influenze in questo lavoro, dai Queen a David Bowie a Elthon John, e una volta schiacciato play le canzoni filano l’una dopo l’altra senza intoppi, come mangiare le ciliegie dopo pranzo. Anche quest’ultimo album è stato osannato dalla critica, il Guardian l’ha definito senza troppi giri di parole disco dell’anno, e Paste Magazine, il mensile musicale americano, ha ricoperto di elogi la premiata ditta Ronson-Wainwright. Arne Wilander, giornalista di Rolling Stone, ha scritto come chiusa alla recensione del lavoro di Wainwright: “The sheer brilliance leaves us exhausted: We have listened to a genius.”

Che dire insomma, molto probabilmente è il disco dell’estate. Buon ascolto.

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