Diari Canadesi #4

Questo sarà l’ultimo diario canadese. Fra una settimana un aeroplano mi riporterà là da dove vengo. Terra di pianura, ai piedi di un monte chiamato Orfano. Terra a me ancestralmente cara, che è mancata in questi mesi, ma che ora temo calpestare.

Dunque Canada, per l’ultima volta Canada.

Dall’ultimo pezzo, sono successe molte cose. In ordine sparso: Mamma Papà e amici cari a New York, manifestazioni studentesche che c’è chi dice essere il “68, lavoro in ostello, risse nei bar, tornei di scacchi, partite di pallone. Incontri misteriosi, stazioni del bus di notte, neon. Poi il Nord.

Questo è il resoconto di un viaggio a Nord Nord-Est

IMPRESSIONI

E allora il Nord. Parto per Tadoussac il 19 di maggio. Tadoussac è la prima cittadina della Cote-nord (costa nord). Affacciata sul fiordo di Sagunay, di fatto sancisce l’inizio del golfo del San Lorenzo, fiume a me caro. Terra di balene e orsi, aquile e alci. Ci arrivo che è notte, un traghetto collega i due lati del fiordo. Un cartello annuncia l’inizio della route des Baleines, la 138, strada che percorre la costa nord, si incrociano più balene che persone. Così si dice.

Koko è un vecchio dai capelli e la barba bianca. Koko non è il suo vero nome, Koko era il nome del suo cavallo quando era piccolo. Koko è il maestro dei castori. Lo incontro di notte, mentre monta un grande fuoco per giovani con le chitarre. Mi promette che l’indomani mi porterà a vedere castori. Sono 35 anni che li osserva. Partiamo verso le cinque del pomeriggio, è l’ora in cui i castori cominciano a lavorare. Camminiamo sul bordo del lago, scaliamo le montagne e sorpassiamo le paludi. Koko mi mostra dighe, alberi centenari caduti a forza di morsi, castori che nuotano. Per ogni grande lago c’è una famiglia, fossero di più, collasserebbe la foresta. Gli chiedo perché si interessa di castori, mi risponde :“perché sono un bell’animale.”

Un vecchio marinaio racconta di quando cacciavano le foche. Dice che la carne di foca sa di mandorla. Dice che la protezione delle foche è un disastro, mangiano tutto il pesce, e non si pesca più nulla. Attribuisce il problema al fatto che sembra che ridano, che pare brutto ammazzare qualcuno che ride, così dice mentre beve birra e ride a crepapelle.

Le balene stanno per il novanta per cento del loro tempo in acqua. Bisogna avere pazienza per vederle. Sono loro che decidono quando mostrarsi. A me hanno fatto aspettare tre giorni tre sugli scogli a scrutare l’orizzonte. Poi la balena emerge, per qualche secondo. Sulla bilancia, tre giorni di attesa valgono quei pochi secondi.

Sept-iles, la comunità autoctona non sta bene. Gli Indiani non portano più piume sulla testa ma cappelli da baseball, niente mocassini di pelle d’alce, ma scarpe da ginnastica con i palloncini d’aria. Non cacciano più l’orso, ma mangiano panini al fast-food, non si fuma più nessun calumet, si sniffa benzina tra le strade polverose. Questa è un’impressione, tra le molte possibili. Le realtà sono infinite, le interpretazioni ancora di più.

Al Chilometro 1202 della strada 138, quella delle balene, c’è un cartello. Una casetta ed un pino. Sulla sinistra tundra, tundra marittima, sulla destra boschi e il San Lorenzo. Quel cartello è l’unico segno dell’uomo. Il pescatore di granchi che mi aveva dato un passaggio mi lascia in mezzo alla strada. Resto solo, quando solo vuol dire solo. Cammino verso il bosco. Seguo il sentiero. Arrivo ad una casa di legno costruita sulle rocce sul bordo del fiume. Dietro di me la foresta, al mio fianco un torrente veloce. I salmoni rimontano. Senza dubbio, il posto più bello in cui io abbia mai dormito.

COLORI

Alle ore 10.47 di Venerdì 8 Giugno 2012 avvisto per la prima volta nella mia vita un Iceberg. La barca che da ormai tre giorni mi porta a nord, la dove nessuna strada arriva più, passa accanto ad un iceberg. Io dormo quieto, approfittando del sole. Son tre giorni che passo la notte sdraiato su due sedie accanto ad un grasso Inuit. Qualcuno urla: “ un Iceberg à gauche”. Svelto mi desto ed esco sul ponte. Lontano avvisto l’iceberg. Sulla bilancia, i miei venticinque anni valgono momenti come questo.

Ad Harrington Harbour le strade sono in legno. Ci sono trecento abitanti. Ci si arriva per mare o per aria. Io ci arrivo per mare. Qui ci hanno girato un film (La grande séduction). L’unico negozio del paese vende di tutto. Il proprietario del negozio mi dice che lui in quel film ci sta. Dal ginocchio al piede. Poi un paesano entra e si lamenta del camminatoio in legno di fronte casa sua. Di fatto quel negoziante è il sindaco ed il negozio il suo ufficio.

Nella comunità autoctona de La Romaine si caccia e si pesca ancora. Ho la fortuna di parlare con un capo della comunità. Dice che a Marzo, i maschi della comunità vanno verso nord. Per circa due mesi si spostano su un area di 300 chilometri a piedi per cacciare i caribù. Ci vanno anche i loro figli. Una volta erano nomadi e i caribù li seguivano tutto l’anno, una volta c’erano più giovani che partivano. Adesso i giovani sono meno perché devono andare a scuola. Una volta non c’erano scuole.

Sempre più a nord. Attorno a me Iceberg. Siamo a – 5 gradi. Io ho addosso tutti i pochi vesti che ho portato con me. Accanto a me due ragazzini Innu corrono sul ponte della barca, col vento che fischia, in maglietta a maniche corte. Cerco di chiedergli se hanno freddo. Divertiti ridono. Pare proprio di no.

Arriviamo a Blanc Sablon, ultimo paese della costa Nord. Sono a 1900 chilometri da Montréal, a circa 4000 chilometri da Coccaglio, Brescia. Cerco un bar per bermi una birra meritata. Di bar non ce ne sono. Un amico del viaggio, ha ancora un paio di birre in valigia. Me ne offre una. Beviamo felici.

Sulle spiagge di Blanc Sablon ci sono pezzi di Iceberg. Io traffico qualche minuto per spaccarne uno. Svuoto la mia bottiglia d’acqua, e la riempio di piccoli pezzi di ghiaccio. Ghiaccio che viene dal circolo polare artico. Mi brucio le mani. Quel ghiaccio ora si è sciolto. Conservo quella bottiglietta, sperando che alla dogana non mi facciano storie.

# Questo è stato il racconto del mio tempo canadese. Tante cose non sono scritte, tante le porterò con me, altrettante le scorderò. Mi auguro che a qualcuno questo racconto personale e soggettivo sia piaciuto. Quelle che per i lettori sono parole, per me sono esperienze. Grazie a tutti quelli che hanno letto.

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2 risposte a Diari Canadesi #4

  1. valerio bonsi ha detto:

    immenso e commovente come gli altri racconti…grande miki!! ti auguro un bel viaggio di ritorno nella nostra terra…à bientot mon ami!!

  2. michelebarbaro ha detto:

    Un abbraccio amico mio! Grazie, spero di vederti presto, spero per me, non per te! Un abbraccio forte grande Vale!

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