À PROPOS DE RAP, à PROPOS de FRANCE – Intervista a Luca Gricinella, autore di “Rapropos”

di Francesco Spè

❝Ripulirò la banlieue con il karcher … Smettete di chiamare giovani questi rivoltosi, sono racaille. Loro stessi si definiscono così. Sono delle canaglie, della feccia. Ribadisco e firmo. (Nicholas Sarkozy, 25 ottobre 2005, Argenteuil)

❝Dove si nasconde questa gentaglia? Per favore ditemi dov’è tutta questa racaille? All’Eliseooo!❞. (Keny Arkana, 15 novembre 2007, Parigi)

In Francia sta spopolando un collettivo di giovani rapper che si fa chiamare “1995”. Perchè hanno scelto quel nome? Perché il 1995 è un anno speciale per il rap francese: siamo in piena golden age dell’hip hop e in Francia escono album che segneranno la storia di questo genere, come Paris sous les bombes degli NTM e L’Homicide volontaire degli Assassin. Fa inoltre il suo esordio solista Akhenaton degli IAM con Métèque et Mat mentre MC Solaar vince il premio Victoire de la Musique come miglior artista maschile. Iam, NTM, Assasin, MC Solaar: 4 nomi imprescindibili, un’ottima base per iniziare a conoscere l’hip hop fatto in Francia, che per seguito e “incidenza” è secondo solo a quello statunitense.                                                                                                                                            E il 1995 è anche l’anno della distribuzione nelle sale de L’odio di Mathieu Kassovitz, film a suo modo epocale che ha avvicinato molti ragazzi all’hip hop anche in Italia, come recita il tweet che apre questo post e come dimostrano le molte citazioni tratte dalla pellicola che troviamo nei testi di rapper nostrani, sia underground che mainstream, come Deda («…fino a qui, tutto bene, come “L’odio”») Lord Bean («protetto dagli sbirri ma da loro a noi chi ci protegge»), Frankie hi nrg («…e aspetto il peggio, che non sta nella caduta, ma nell’atterraggio, come dice Hubert»), Jake la Furia («…se l’importante è l’atterraggio come Vinz ho l’Opinel dentro i jeans») …

Passa una decade e arriva un altro anno fondamentale per il rap francese perché lo è per la banlieue, e la banlieue, la periferia,  è il punto di riferimento del rap francese. Il 27 ottobre del 2005 Bouna Traoré, 15 anni, e Zyed Benna, 17 anni, muiono fulminati nella cabina elettrica in cui si erano introdotti scavalcando una rete metallica per sfuggire dalla polizia che li inseguiva. Morti per niente. La rabbia esplode e il rap è la voce di quell’esplosione ai margini delle metropoli.

Luca Gricinella, in arte @blaluca (nome del suo blog e suo nickname su twitter), su questa roba ci ha scritto un saggio: si chiama Rapropos (“a proposito di rap” nel gergo verlan), è edito da Agenzia x e spacca i culi. Il giornalista freelance (di “Alias”, “Rumore e molto altre riviste) con piglio da sociologo (ma non definitelo così che si incazza) appassionato di musica, cinema  e sottoculture sceglie il rap per raccontare la società francese, perché «non c’è altro genere che la racconti così schiettamente».

“Rapropos”, in copertina Médine (foto di Catherine Mercien)

Dopo averlo ascoltato presentare il libro al Dans La rue di Bologna, Luca mi ha concesso una intervista via mail. Le sue risposte approfondiscono alcune tematiche del libro e ci rivelano qualche aneddoto del dietro le quinte. I prodi lettori che non amano l’hip hop ma che son arrivati a leggere fin qui, non si perdano le seguenti 16 questioni: parlare di rap, sopratutto in Francia, significa parlare anche di molto altro: movimenti, politica istituzionale, cinema, letteratura, sociologia, editoria, rete …

1) «Il rap in Francia è “quello” sia per il ragazzino che si iscrive a un atelier di scrittura rap in banlieue, sia per la signora borghese di 70anni che legge Le Monde». Appena arrivato (in ritardo) ad una tua presentazione di Rapropos a Bologna ho sentito pronunciarti questa frase che mi sono subito appuntato sul taccuino e che ben riassume la pervasività  del rap francese che descrivi nel tuo saggio. Come è riuscito il rap francese a entrare a 360° nella società e perché invece quello italiano ci è riuscito meno?                                                             È la voce degli esclusi e la voglia di conoscere quelle realtà che l’organizzazione sociale ti porta a ignorare può essere figlia sia della curiosità, sia dell’esigenza di vivere in pace, senza cedere agli allarmismi. Stimolati dalla letteratura – penso soprattutto ai romanzi di Izzo – e dal cinema – non solo L’odio -, i francesi da tanti anni sono stati introdotti al rap che racconta una realtà ai più sconosciuta. Se escludi Mc Solaar dai nomi più noti, si è trattato per lo più di rap esplicito, di denuncia, che dà una versione alternativa di un capitolo della storia francese non proprio secondario, ossia il colonialismo (e i suoi effetti). La signora che legge Le Monde – e che ho incontrato davvero – conosce bene la storia di JoeyStarr, per esempio, e non perché compra i suoi dischi o quelli degli NTM ma grazie agli articoli, ai dibattiti tv ecc… Ma conosce anche la storia di Bouda, breaker trentenne arrivato in Francia quando aveva tre mesi e clandestino a vita a causa della cosiddetta legge “double peine”: usciti di prigione, i ragazzi provenienti dall’immigrazione sono stati costretti per anni a rientrare negli sconosciuti paesi d’origine a causa di questa legge. La storia di Bouda l’ha raccontata Jean-Pierre Thorn in uno dei suoi bei documentari, On n’est pas des marques de vélo (2003). Tra l’altro la legge, poi abolita, è stata discussa di nuovo di recente, a marzo. Insomma, in Francia è difficile ignorare il rap e, sin dai suoi esordi, si tratta di una musica che in minima parte intrattiene… all’inizio ha preso forma dai Public Enemy e dal gangsta rap, poi da qui ha trovato una sua strada mantenendo quell’impronta ma adattandosi alla propria realtà storica e sociale. Il rap italiano non mi sembra che faccia ragionare molto sui nuovi corsi della nostra società o dia una visione alternativa della storia. Non mira insomma a coinvolgere il resto del “mondo”. Per ora.

2) «Occorre rendere complessa la banlieue» sostiene Abd Al Malik, uno dei rapper che popolano il tuo saggio. Come si fa a restituire la complessità dei sobborghi francesi e blastare i cliché (cit) a riguardo? Come e perché il rap a volte ci riesce meglio di altre forme d’arte? E secondo te nel film L’odio che citi più volte nel testo sottolineandone anche le critiche ricevute e i punti deboli, fino a che punto è restituita questa complessità?
Per arrivare al grande pubblico il cinema spesso si affida ai cliché, soprattutto perché deve concentrare il racconto in un lasso di tempo piuttosto ridotto. È un compromesso che in alcuni casi porta a dei risultati come Quasi amici, la commedia francese che ha spopolato questo inverno, in cui il personaggio di origine africana sembra il selvaggio da educare e il suo “amico” ricco e bianco il mentore indispensabile. Nel caso de L’odio si tratta di un buon compromesso. Ok, il trio protagonista prende vita dall’espressione popolare che, facendo il verso al tricolore della bandiera francese, sintetizza le tre anime principali della Francia multietnica, “Black Blanc Beur”, ma quando Hubert, Vinz e Saïd sbarcano a Parigi città e sembrano degli stranieri nella loro nazione siamo nel campo del verosimile se teniamo presente la zona da cui provengono. Filippo del Lucchese e Miguel Mellino, i due ricercatori che cito in Rapropos, sostengono che «uno dei pochi meriti di un film ampiamente sopravvalutato come L’odio è stato mostrare l’interno di un commissariato di polizia devastato dal fuoco», un aspetto della rivolta spesso tralasciato per dare spazio invece a macchine rovesciate e vetrine infrante. Un altro merito credo sia stato quello di portare alla ribalta mondiale la questione delle cité francesi, di mostrarle dal punto di vista di tre ventenni che strappano anche il sorriso, nonostante dietro l’angolo di ogni scena ci sia un risvolto tragico. Il rap ha l’opportunità di poter descrivere queste aree del paese con più complessità grazie alla corposità dei suoi testi, grazie agli stili differenti degli artisti, alle loro esperienze personali. E la differenza fondamentale è che queste esperienze sono dirette, perché la grande maggioranza dei rapper proviene proprio dalle cité e ci tiene a dare voce alle storie dei propri nonni e genitori e a quelle di amici, fratelli e sorelle che vivono ancora lì, da decenni nelle stesse condizioni. Il rap in Francia rende complessa la banlieue per forza di cose, per natura, ma sta agli ascoltatori e ai critici cogliere le sfumature.

Abd Al Malik

3) Definisci i riot francesi del 2005 “ben più importanti” di quelli inglesi della scorsa estate. Cosa ha reso particolarmente significativa la rivolta delle banlieue?
Importanti per estensione e durata. Lo dice la storia, non lo sostengo io. Il paragone con i riot inglesi lo ha tirato fuori la stampa francese, quasi per prendersi una rivincita a editoriali e analisi dei giornali inglesi del 2005, quando le banlieue si sono ribellate dopo la morte dei minorenni Bouna e Zyed. La rivolta del 2005, dopo decenni, ha visto le autorità francesi ricorrere al coprifuoco in determinate zone… solo questo provvedimento credo risponda in maniera adeguata alla tua domanda.

4) In Rapropos dai molto spazio al rapporto tra rap e politica francese, tema che hai ripreso qualche settimana fa anche in un post su Carmilla: gli mc francesi hanno una grossa influenza sull’opinione pubblica tanto da essere temuti o corteggiati dai politici, come testimonia il tentativo di Sarkò di “ingaggiare” Doc Gynéco. A tal proposito mi ha colpito un tuo paragone: i rapper stanno alla Francia come i comici più influenti stanno all’Italia …
Nello specifico mi riferisco a chi fa satira, non ai comici in generale. E in Italia negli ultimi anni chi fa satira ha dovuto far fronte alla censura, alle querele dei politici e, anche grazie a questi tentativi di arginamento, ha conosciuto una grande popolarità e dunque scritto libri, girato film e via di questo passo… I rapper francesi sono finiti al centro di dinamiche simili. La persecuzione dei politici nei confronti di questo o quel rapper si è per lo più rivelata un boomerang: verdetti dei giudici a parte, lo spazio che dà la stampa a una canzone contro le malefatte della polizia in queste periferie, per esempio, aumenta quando un politico punta il dito contro l’autore. Ma l’accanimento dei politici verso il rap che dà voce agli esclusi è cieco, più che mai di fronte alla grande popolarità raggiunta – senza contributi esterni – dalle rime a tempo…

Nicolas Sarkozy e Doc Gynéco

5) Rimanendo in ambito politico… ti sei fatto un’idea su Hollande? Pensi che possa realmente rappresentare una svolta per la Francia e per le banlieue?
È presto per dire cosa accadrà o cambierà. Il fatto per esempio che a dirigere il ministero di giustizia ci sia Christiane Taubira, ex radicale di sinistra originaria della Guyana (dipartimento francese che confina con Brasile e Suriname) che tra l’altro ha dato il nome a una legge del 2001 che  riconosce la tratta dei neri e la schiavitù crimini contro l’umanità, mi sembra un segnale. Kader Arif, ministro delegato per i reduci di guerra presso il ministero della difesa, invece è originario di Algeri e per marcare le differenze con le scelte di Sarkozy di recente ha dichiarato a Le Monde: «Rispetto al 2007, il presidente ha scelto uomini e donne che non sono prodotti di marketing». Gli effetti di queste scelte si vedranno nei prossimi mesi. Perché le banlieue cambino radicalmente condizioni invece ci vorranno anni di attento e articolato lavoro, temo.

6) Pochi giorni fa il nuovo tecnico della Serbia, Sinisa Mihalovic, ha cacciato dalla nazionale un suo giocatore, Ljaic, per non aver cantato l’inno. Leggendo la notizia ho ripensato subito alle pagine di Rapropos in cui parli di calcio e in particolare di Anelka che non ha mai cantato la Marsigliese e che ha dichiarato  in un intervista rilasciata insieme al suo amico rapper Booba che “Quando non si vince in Francia si parla subito di religioni e colori”…
Non conosco la realtà serba ma anch’io ho pensato ad Anelka, tra l’altro musulmano come Ljaic. Il centravanti francese però è stato cacciato per motivi mai chiariti e, cambiato l’allenatore della nazionale di calcio, successivamente è venuto fuori lo scandalo delle “quote etniche”, come a dare ragione alle ipotesi più vicine alle “teorie del complotto”. L’unica certezza, mi sembra, è che il calcio francese non è l’oasi felice della convivenza “Black Blanc Beur”, come sostiene certa stampa. Di fatto restituisce un’immagine del paese un po’ più complessa di quanto si voglia far credere.

Il calciatore Anelka e il suo amico rapper Booba. Copertina della rivista “Les inrockuptibles”

7) In copertina compare il volto di Médine, che personalmente non conoscevo quasi per niente. Come mai questa scelta? Cosa ti colpisce di lui e perché pensi che il suo caso sia particolarmente interessante ed emblematico?
Di Médine mi interessa molto la sua maniera di fare controinformazione sull’islam, anche al di fuori dei suoi brani. La Francia è il paese europeo con la più nutrita comunità musulmana e magari è proprio a partire da lì che si potrebbero ridimensionare i luoghi comuni sull’islam, una religione che nell’occidente politico è discriminata senza mezzi termini sia dai cittadini, sia dai rappresentanti che questi hanno eletto. Eppure nell’Unione Europea si stima che vivano tra i quindici e i venti milioni di musulmani, una “minoranza” che, secondo gli studi, dovrebbe raddoppiare da qui al 2025. In altre parole l’Europa è anche musulmana. Ben vengano allora iniziative come quelle intraprese da Médine. Il suo slogan, “I’m muslim don’t panik”, è efficace e diretto e il titolo di un suo album, “Jihad”, è una bella provocazione perché non lo intende nel senso convenzionale di “guerra santa” ma si rifà all’etimologia del termine, ossia “il senso dello sforzo”, e lo completa con un sottotitolo arguto, “la lotta più grande è contro se stessi”. E sto tralasciando che i suoi testi parlano di tante minoranze disagiate, dunque non sono monotematici. L’islam fa parte della vita di Médine ma non è certo una sua ossessione.

8) Statisticamente il numero di rapper femminili non è altissimo nemmeno in Francia (smentiscimi pure), ma personalmente i due “nomi” hip hop francesi che conosco meglio sono femminili: Keny Arkana e Diam’s, la prima più estrema, la seconda più pop seppure entrambe incazzate. Ce le descrivi? Tu chi preferisci? Io adoro Keny e penso che il suo caso sia la dimostrazione di come un rap di “movimento”, strettamente legato a lotte sociali, possa riuscire a finire in classifica.
Anche in Francia le donne dedite al rap sono poche rispetto agli uomini, vero. Ma due di loro, proprio quelle che citi, figurano tra i rappresentanti più popolari e validi del rap. Diam’s credo sia nota quanto Booba e Rohff, vende centinaia di migliaia di copie e sì, il suo rap suona molto pop. Ciò non le impedisce di accanirsi contro Sarkozy (che ha definito anche fascista) o di essere “conscious”. Anche se proprio Keny Arkana sembra aver deplorato lo scarso impegno di Diam’s a sostegno di cause “giuste” (così sostiene Libération), quanto mai efficace, si sottolineava in quell’articolo, quando si è così popolari. Keny Arkana è vicina ai movimenti e si può definire militante ma – presunta morale sui colleghi a parte – spesso si è dimostrata libera dall’ideologia e attenta osservatrice del percorso del rap. Per esempio ho trovato interessante il suo spunto sull’ascesa dei Sexion d’Assaut, mega crew venuta alla ribalta anche per i suoi versi politicamente scorretti:  dopo anni di dominio di rapper solisti, anche “individualisti” a giudizio di Arkana, per la marsigliese di origine argentina è solo positivo che il rap riguadagni la sua dimensione collettiva. Il fatto che per fare una simile osservazione, secondo me acuta, riesca a prescindere dal messaggio che veicola il rap, trovo dica tanto sulla sua libertà di pensiero.

Keny Arkana

Diam’s

9) Domanda secca. Non ti chiederò né i 3 rapper più importanti di Francia secondo né 3 dischi inderogabili: sparami solo 3 singole canzoni da far ascoltare subito ai nostri bramosi lettori/ascoltatori.


10) Parliamo  di come il rap francese viene ascoltato e recepito in Italia. Mi pare di notare come si tenda ad amarlo o snobbarlo. faccio un esempio tra i tanti citando nomi illustri: so che Danno del Colle proprio non piace mentre Leleprox lo spinge tantissimo. Al di là dei singoli rapper e dei gusti personali penso si tratti proprio di questioni di come suona all’orecchio di ciascuno la singola lingua prestata al rap. Che dici? Per te il francese si presta particolarmente?                                                                                                                        Affermare “non mi piace il rap francese” mi ricorda tanto chi dice “non mi piace il cinema francese” (aggiungendo magari frasi del tipo “non capisco quella roba da intellettuali”). Ok, ogni paese dà un’impronta alla propria produzione artistica: ma cosa significa giudicarla in blocco? È possibile? Forse questa chiusura dipende dalle antipatie nutrite dall’italiano medio nei confronti della Francia? In questo caso la capirei ancora meno. Addirittura quando Sarkozy e Merkel hanno deriso in pubblico Berlusconi – e lasciamo perdere la provenienza di quei sorrisi ironici -, a sinistra c’è chi si è risentito, tanto che sui social network si leggevano frasi antifrancesi. Un po’ una reazione da provincia offesa. Ma tornando alla questione rap: il francese è una lingua latina, parente della nostra, dunque c’è anche la possibilità di arrivare al senso di certe parole senza averlo studiato. Aggiungi a questo che la Francia è qui, di fianco a noi, per giunta da qualche anno raggiungibile a bassi costi: mi sembra una buona opportunità per gli appassionati di rap, magari proprio per chi vuole farsi un’idea sul grande successo che le rime a tempo hanno raggiunto oltralpe.

11) Oltre la Francia, conosci molto bene Buenos Aires. Com’è la scena rap argentina? Tornando all’Europa, pensi ci siano rapper talentuosi in altri paesi come Spagna e Inghilterra? Che ne pensi dei vari Violadores del Verso, La Mala Rodriguez, Dizzee Rascal, The Streets …?
Ho viaggiato qualche volta in Argentina, sì, dove il rap è ancora molto di nicchia. La scena si sta formando ma sarà dura affermarsi da quelle parti: lì il “rock nacional” e i ritmi latini spadroneggiano. Il rap è costretto alla “mezcla” per sopravvivere… Della scena europea mi piace molto il grime, Dizzee Rascal a parte, a Londra e dintorni è pieno di rapper che hanno talento.

12) “Il rap comunque più che un genere musicale è un movimento … va oltre la musica, è uno stato d’animo. Addosso non ho nulla che risponde al cliché hip hop ma mi sento parte del movimento. Proprio ora stiamo festeggiando trent’anni di rap in Francia. Il rap non è una moda. Tempo fa tutti parlavano della tecktonik di qua, della tecktonik di là. Ma quanto è durata questa tecktonik? Sei mesi. Il rap c’è da trent’anni e tra trent’anni ci sarà sempre”. Hai scelto queste parole pronunciate dal giornalista Gregory Curot come chiosa del tuo saggio. Presumo quindi che sei d’accordo con lui: il rap non morirà a differenza di altri generi. Quale pensi sia il perché della sua longevità?
Il rap al momento è quanto mai vivo, questo è un dato di fatto. Che i ragazzini di mezzo mondo ci si dedichino mi sembra una buona garanzia rispetto alla longevità. Il motivo? Mi viene da dire che è facile fare rap, nel senso che rimare su un ritmo è una cosa accessibile alla stragrande maggioranza, anche se non si hanno mezzi economici. Poi farlo bene è un altro discorso, ma l’ immediatezza è un tratto fondante del rap, nel bene e nel male. Non credo però si tratti del solo genere che resisterà nel tempo. Tra quelli esplosi negli ultimi trent’anni di certo è quello più vivo e in vista.

13) Il tuo saggio si focalizza sul rap, mi viene da chiederti se segui con interesse la situazione francese delle altre discipline dell’hip hop. Ad esempio anche in quanto al writing la Francia se la regna rispetto agli altri grandi paesi europei?                                                                                                                                    Anche se quando passo in Francia il writing, o la street art che dir si voglia, spesso cattura la mia attenzione, continuo a seguire il rap e la sua “diaspora” in altre forme d’arte e altri mezzi di espressione e comunicazione. Ormai ogni disciplina hip hop, se ci riferiamo alle quattro originarie, merita un’attenzione tutta sua per essere discussa con un minimo di cognizione. Dunque al momento preferisco continuare a concentrarmi sul rap che è già difficile da seguire a modo, vista la miriade di produzioni in uscita ogni settimana.

14) Rapropos è uscito per Agenzia X, una casa editrice molto vicina ai movimenti e interessata alle controculture (in qualche modo ci ho “collaborato” anch’io visto che hanno inserito un mio storify nell’istant book Nervi saldi – Cronache dalla Val Susa). Come ti sei trovato a lavorare con loro? Un paio di mesi fa ho ascoltato Philopat presentare il suo Rumble bee e tutto il progetto di questo “laboratorio editoriale” al Csa Sisma di Macerata : dalla sue parole si evinceva il tentativo di dedicare cura artigianale al “fare libri”. Hai avvertito anche tu questo tipo di approccio? Parlaci un po’ delle singole figure editoriali che hanno collaborato alla realizzazione di Rapropos e l’importanza che hanno avuto per far sì che questo libro funzionasse.
Agenzia X nel mio caso non è stato solo un editore, considerando che sono arrivato da loro avendo scritto poco… Tra tutti i contributi, cito con piacere quello della prima persona che ha letto interamente il mio saggio, Alberto Dubito, scomparso di recente. Non so quante altre realtà editoriali siano capaci di far incontrare un giornalista vicino ai quaranta che segue il rap da più di vent’anni e uno studente ventenne che scrive e rappa con un talento incredibile, facendo in modo che collaborino senza alcuna controindicazione, anzi con una buona dose di complicità.


15) Ogni tanto su twitter mi imbatto un link di una tua presentazione: stai girando tantissimo e negli ambienti più trasversali, dai centri sociali alle librerie fino alle università. Come sta andando questo tour? Quale tipo di ambiente stai trovando più stimolante in questa fase di promozione?
Di certo la lezione sul rap nel corso di francese della facoltà di lingue di Urbino è stata l’esperienza più gratificante. Forse proprio perché non ho mai frequentato l’università, a differenza dei centri sociali o dei circoli Arci (altra realtà che mi sta invitando a più riprese). Il tour procede bene, le discussioni sono partecipate. La sorte di una presentazione poi dipende dal moderatore e dalla composizione della serata. Ma non essendo certo un autore noto, non posso che ringraziare sempre e comunque chi mi invita per parlare di “Rapropos”. E grazie anche a te di questo spazio!

16) Ti ho conosciuto grazie al tuo blog, Blaluca. Come è nato e come si sta sviluppando questo progetto? E più in generale come giudichi la qualità dei vari blog e siti che parlano di hip hop in Francia e in Italia, sempre più importanti dopo la chiusura di tante riviste specializzate.
Hip hop o non hip hop, il paradosso delle webzine musicali è che in media pubblicano una recensione di un disco due mesi dopo che ne hanno parlato le riviste mensili. A monte credo ci sia lo stesso problema che vivo io con Blaluca: la difficoltà di trovare il tempo necessario per dedicarsi a un “progetto” extra-lavorativo. Però se pensiamo alla retorica sul web che anticipa la carta stampata, nel caso della critica musicale si può dire che non funziona proprio così… Per il resto, tra i siti francesi segnalo “Sur un son rap” di Karim Hammou che, dopo una tesi di sociologia del 2009, ha continuato a occuparsi di rap (e non solo rap): l’autore non si preoccupa solo di stare sulla notizia ma approfondisce anche aspetti storici. E mi sembra ci riesca bene. Questo approccio mi interessa più dell’ansia da opinione personale sui fatti del momento.

Luca Gricinella (foto di Katia Corvezzo)

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12 risposte a À PROPOS DE RAP, à PROPOS de FRANCE – Intervista a Luca Gricinella, autore di “Rapropos”

  1. Pingback: B.e.a.s.t.i.e Boys (e io) | La rotta per Itaca

  2. LaStrisia ha detto:

    Grazie a questo post sono andato in scimmia di rap francese e ho trovato alcune chicche mica da ridere. In particolare questi 3 pezzi ignorante di La Fuine http://www.youtube.com/watch?v=ObjpPljnTwI Soprano http://www.youtube.com/watch?v=cZ8RA4jnJR4&feature=related e Salif http://www.youtube.com/watch?v=mmsBXr6q6fc

    ps sul tedesco devo invece dare ragione a ZP

    • akaONir ha detto:

      Grazie a te @lastrisia. Pure a me RapRopos è servito tantissimo per appasionarmi al rap francese e penso sia un esempio virtuoso di come si possa parlare con competenza e stile “a proposito del rap”. Dopo e durante la lettura mi sono messo ad ascoltare con gusto rappers che non avevo sentito nominare, ma sopratutto mi è piaciuto conoscere le storie di questi personaggi e il loro impatto con la politica e la società francese. I miei preferiti per adesso rimangono però gli Sniper e Keny Arkana che conoscevo bene già da prima. Sui 3 pezzi linkati, che dire 3 “cartelle” di rara ignoranza, anche se nessuno delle 3 mi ha fatto dire Wow!
      SUl rap tedesco, al di là delle battute, mi piacerebbe farmi guidare all’ascolto da qualche appasionato prima di dare in giudizio. Ma la vera questione (che altro non è che la domanda n10 dell’intervista) è se esistono o meno lingue piiù adatta di altre al rap. Dato per scontato che si possa reppare benissimo in tedesco e malissimo in inglese (non è di questo che stiamo parlando) mi pare evidente che esistano lingue a piu altro potenziale rappuso. E comunque sarei ben felice di trovare un super mc teutonico che mi smentisca🙂

    • El_Pinta ha detto:

      Inglese, francese, tedesco a confronto in un pezzaccio che tronca http://www.youtube.com/watch?v=FDhpujojJ9I&feature=related

  3. Luigi ha detto:

    spettacolare. complimenti. gigi

  4. menoned ha detto:

    da giovincello, complice la televisione satellitare, ascoltavo un po’ di rap tedesco.
    eccovi un po’ di link dei miei preferiti dell’epoca (devo ammettere di non essere molto aggiornato a riguardo):
    Absolute Beginners – Hammerhart

    (consiglio anche altre tracce di quel disco, tipo Rock On)
    Afrob feat. Ferris MC – Reimemonster

    ma soprattutto questa:
    Mellowbag & Freundeskreis Feat. Gentleman – Tabula Rasa

    lo so, tutta roba anni 90, ma io resto legato a quei suoni.

    riguardo alla lingua, segnalo che prorpio i Freundeskreis in alcune loro cazoni rappano in esperanto.

    • akaONir ha detto:

      Non pensavo arrivasse davvero e subito l’esperto di rap tedesco! Come ci hai trovato? Grazie! E la traccia n.2 spacca (le altre due mi piacciono meno).

      • menoned ha detto:

        visto che afrob e’ piaciuto, rilancio con questa:

        afrob e sekou (dei Freundeskreis) nel disco “The World According To RZA”,
        che ospitava anche altri rapper tedeschi.

  5. menoned ha detto:

    Non sono certo un esperto!
    faccio fatica a mantenermi al passo col rap italiano, figuriamoci col tedesco.

    I beginner erano i miei preferiti, pero’ effettivamente certe tracce non sono invecchiate bene. Altri nomi che mi vengono in mente sono Samy DeLuxe, Stieber Twins e Die Fantastischen Vier (piu’ commerciali degli altri). Comunque, se cercate “viva freestyle” su youtube trovate parecchi video della trasmissione che seguivo io. Poi vabbe’ c’erano gli Advanced Chemistry che da noi erano conosciuti grazie a La Connessione.

    Vi conosco via Giap, ma vi lurko su twitter😉

    • akaONir ha detto:

      Conosco “According to Rza” fu un bel progetto, questa traccia risentendola spacca davvero tanto, grazie che me l’hai ricordata, l’avevo rimossa😉

  6. menoned ha detto:

    ok, ultimo rispolvero,
    dj tomekk, GZA, Prodigal Sunn e gli Stieber Twins:

    giusto per mostrare che anche il rap tedesco aveva una dimensione
    internazionale, tanto quanto quello francese.

  7. Pingback: ONGAKU NO SUSUME. Keny Arkana a Bologna. Rabbia e poesia al | La rotta per Itaca

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