La terza stella della Juventus. Un approccio epistemologico

Dimitri El Madany
 

Antonio Conte

Lodevoli lettori e notevoli lettrici de La rotta per Itaca, ben ritrovat* nell’ora del polleggio dedicata agli svarioni, non quelli difensivi bensì quelli filosofici. Oggi vogliamo parlare di sport e nel contempo affrontare problematiche un po’ equivoche ma logicamente pertinenti. Possiamo già anticiparvi che non crederete ai vostri occhi.

Veniamo subito al dunque: quando noi guardiamo una cosa, per esempio una stella, che cosa vediamo? Siamo certi che quello che sta davanti ai nostri occhi stia davvero davanti ai nostri occhi, e non solamente nel nostro cervello, come per esempio un’allucinazione o un miraggio? Chi ci garantisce che non stiamo sognando? Quello che vediamo esiste davvero? E che cosa vuol dire esistere?

Lasciamo un attimo la stella, che come esempio implica una serie di questioni complesse che tenteremo di dipanare alla fine (è cadente, cometa o marina? Se è morta da secoli, allora perché noi la vediamo ancora? Se è stata revocata per frode, perché la cuciono sulla maglia lo stesso?), e prendiamo l’esempio del miraggio. Indubbiamente esiste più di un’oasi, da qualche parte in mezzo al deserto. Ora, poniamo il caso che voi siate nel suddetto deserto e che di oasi non vi sia la minima traccia. Eppure vedete nitidamente palme datteri acqua fresca e tutto il resto. La domanda è: quello che vedete esiste? È una domanda a tradimento, naturalmente. Dipende dal significato che si vuol dare al verbo esistere. Possiamo intendere una cosa fisica, individuabile, che stia là fuori, ma possiamo anche riferirci a un oggetto mentale, uno stato interno, quello che in gergo filosofico è noto come “viaggione”. Esiste? Non esiste? Dove sta?

Uno tra i primi a interrogarsi su questi interessantissimi e utilissimi quesiti per nulla capziosi fu l’ottimo Renato Delle Carte, volgarmente noto col nome di Cartesio. Rinomatamente ghiotto di Roquefort, il buon Renato ne mangiava talmente tanto che poi aveva le visioni. Mistica alimentare, da non prendere sottogamba. Ma ecco che, in preda all’ennesimo svarione caseario, il Delle Carte aveva un’illuminazione, destinata a cambiare definitivamente il corso del pensiero occidentale.

L’illuminazione è la seguente. Se io ho mangiato talmente tanto Roquefort da avere le allucinazioni, posso dubitare di molte cose (non ultime le mie abitudini gastronomiche), tranne una: sono io che ho le allucinazioni. Lascia stare se quello che vedo esiste, non esiste, oppure sta solo nella mia testa. Potrebbe anche essere tutto un sogno. E magari nemmeno un mio sogno. Delle Carte a questo punto introduce un personaggio formidabile, che molt* di voi siamo certi avranno incontrato almeno una volta su qualche manuale delle superiori: il genio maligno. Dice Renato, potrebbe essere tutto un sogno di questo genio cattivissimo, che ha mangiato ancora più Roquefort di me e si diverte a sognarmi sognare, che sta lì a guardare se me la bevo, se credo ai miei occhi, oppure se mi rendo conto di sognare, o addirittura se capisco che a sognare è lui al posto mio. In ogni caso, e soprattutto in quest’ultimo, che è il più allucinato ma anche il più avanzato (e infatti Renato ci arriva facile), c’è una cosa di cui non si può logicamente dubitare: io.

René Descartes

Sì amici e amiche de La rotta, è proprio il famoso cogito ergo sum. Penso e dunque sono. Il fatto stesso che dubitiamo implica che siamo noi a dubitare, indipendentemente da ciò di cui dubitiamo. Il dubbio sistematico si fa iperbolico e noi schizziamo alla velocità della luce nel mondo delle pippe mentali. Ma siamo noi a farlo, su questo non ci può proprio piovere. Sul resto, in compenso, potrebbe anche diluviare.

Quella del cogito è infatti una tattica catenacciara, che blinda il soggetto (potremmo anche dire la mente), il quale esiste di sicuro potete scommetterci, e lascia invece sguarnito il mondo (potremmo anche dire il corpo), che per quanto ci riguarda potrebbe anche non esistere. Questa strategia è nota agli addetti ai lavori come soliplismo. Un modulo ultradifensivista che manco il Trap. Logicamente inattaccabile.

Le conseguenze di tutto ciò sono ovviamente deleterie. A livello epistemologico, giusto per fare un esempio, grazie al solipsismo io non posso assolutamente capire quello che sta succedendo intorno a me. Se vedo un interista che rosica, non capisco il perché. A rigor di logica non posso nemmeno capire se stia rosicando o meno. Come posso io accedere ad uno stato mentale non mio? Vedo questo interista che rosica e non posso realmente sapere che rosica. Posso mediare le sue espressioni esterne con la mia esperienza interna del rosicare, e mettendole insieme la cosa potrebbe pure funzionare. Ma è tutta una supposizione. Non vi è alcuna certezza, non ci sono garanzie. Se quel medesimo interista poi gufa sordidamente e infine gioisce per la vittoria del Napoli, siamo punto e daccapo. Io non lo posso sapere che lui ci gode in silenzio.

E veniamo infine alla benedetta terza stella. La vedono in molti, e non in sogno. La vede e non la sogna il genio maligno, Antonio Conte. L’hanno stampata su improbabili tessuti e poi venduta alle folle festanti i baracchini fuori dallo stadio, perché voglio vedere a scrivere 28 chi è che ti compra la maglietta taroccata. Ma Delle Carte insegna che potrebbe essere tutto un sogno. Un lungo, brutto, bruttissimo sogno. Potrebbe essere l’allucinazione di una società che non rispetta le regole, anche se sono parole pesanti per un mondo di demoni e sterco. E miliardi. Ad ogni modo, non ce ne vogliate. Seppur interisti ci siamo quasi commossi, perché un capitano non si mette alla porta così. Anche questo potrebbe essere il brutto sogno di qualche genio maligno.

Alessandro Del Piero

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4 risposte a La terza stella della Juventus. Un approccio epistemologico

  1. Daniela ha detto:

    L’epistemologia come la fai tu non la fa nessuno!

  2. Dimitri ha detto:

    Grazie! Tutto merito del Roquefort 🙂

  3. Laspesa ha detto:

    Io non me ne preoccuperei poi molto, di quel capitano. In fin dei conti ci sono buone possibilità che lo stesso non esista.. Comunque, in barba al buon Giulio Cesare Giacobbe (che evidentemente deve molto a Delle Carte ma soprattutto al Roquefort (ma poi esiste il Roquefort?! Aiuto!!) ..), questo articolo conferma che farsi le “seghe mentali” è spesso una gran goduria..!

  4. Marbell ha detto:

    Ho letto fino in fondo tutto l’articolo solo per merito della foto di Conte in maglia azzurra!

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