Ongaku no susume #17

E finalmente dopo un bel po’ di post in cui non ce ne era traccia, si ritorna a parlare di dischi su Ongaku. L’album in questione è il primo lavoro del talentuosissimo chitarrista Nick Zammuto, intitolato proprio Zammuto. Che fantasia.

– Stefano Palmieri – Chi è Nick Zammuto: Ve li ricordate The Books? Bene, Nick Zammuto è stato il chitarrista e cofondatore della band assieme al violoncellista Paul de Jong. The Books si sono formati a New York nel 1999 e hanno realizzato in tutto, prima di sciogliersi, quattro album, sempre per l’etichetta tedesca Tomlab. I primi tre dischi pubblicati sono stati accolti dalla critica con un urla di gioia e trepidazione. The Books sono universalmente riconosciuti dai critici come una delle poche band che ha saputo sviluppare un genere intimo e proprio. Nick Zammuto ha descritto il suono di The Books come “collage music”. Paul de Jong invece ne ha dato una spiegazione un pochino più metafisica:

“the new folk music…[w]e make our own instruments, use our own libraries of sound bites while trying to create something universally human.”

Tante sono le influenze musicali che si possono intravedere nel progetto che fu di Zammuto&de Jong: da David Bowie ai Nirvana, dalla new wave alla musica classica, da Squarepusher ad Aphex Twin, passando per Boars of Canada. Ma la cosa più incredibile del duo è che tutto questo mischione musicale viene fuori dall’uso di strumenti acustici (benjo, violoncello, chitarra) combinati perfettamente con samples che vengono poi digitalmente processati ed editati.

Una pemessa era più che necessaria prima di cominciare a parlare del primo album da solista di Nick Zammuto. C’è da fare prima una doverosa precisazione: in questo disco, Zammuto ha abbandonato la chitarra e si è dato “anima e core” al Synth. Il lavoro ricorda per alcuni istanti gli ultimi Flaming Lips (che tra l’altro suoneranno a luglio o a giugno, non mi ricordo bene, a Torino) e quel modo giocoso di modificare il suono. Una caratteristica costante in tutto l’album è l’uso del vocoder, che all’inzio potrà sembrare piacevole, ma poi dopo un po’ diventa stucchevole. E’ un esercizio di stile quello di Nick Zammuto, ma la cosa sorprendente, è che non diventa mai fine a se stesso. Ascoltando via via le tracce ci si accorge sempre di più che c’è un filo conduttore che le lega, come un dj che sa quando essere cattivo, forzare e quando essere d’ambiente. Il disco nel complesso è molto piacevole e fresco, potremmo quasi definirlo un disco per l’estate per dire finalmente addio alla patina invernale e alle facce grigie  Un’altra peculiarità del lavoro è l’uso di samples di batterie jazz per melodie essenzialmente pop,  e a me, sinceramente, basta solo questo.

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