Athletic Bilbao: un altro calcio è possibile

di Matteo Antonin

«La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. […] La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e molta forza che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio».

Così scrive Eduardo Galeano nel suo bellissimo libro Splendori e miserie del gioco del calcio (Sperling & Kupfer, 2009), splendido e audace tentativo di spiegare con le parole l’inenarrabile poesia del calcio.

E poiché per definizione la poesia è libera e non può essere imbrigliata, è evidente che il gioco del calcio non può ridursi a mera tecnocrazia.

Ce lo insegna la bella favola dell’Athletic Bilbao, squadra autarchica di soli baschi arrivata contro ogni pronostico, dopo aver dato lezioni di calcio a squadre del calibro di Schalke 04 e Manchester United, in finale di Europa League.

Sembra una delle tante storie di un calcio diverso raccontate nel libro di Galeano: «Per quanto i tecnocrati lo programmino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

È andata proprio così. Un altro calcio è possibile.

L’Athletic Bilbao è una delle ultime realtà calcistiche a tentare di resistere al calcio moderno. L’attaccamento alla maglia prima dei soldi: rosso, bianco e verde sono i colori della bandiera della comunità che abita Euskal Herria, un insieme di regioni pirenaiche tra Spagna e Francia che si affacciano sul Golfo di Biscaglia.

In un mondo dove gli imprenditori vendono, comprano, prestano i giocatori come una qualsiasi altra merce al mercato, l’Athletic sceglie la strada dell’autarchia: solo giocatori baschi.

In oltre cento anni di storia del club nessuno straniero ha mai vestito la maglia biancorossa. I componenti della rosa fanno infatti tutti parte della comunità di Euskal Herria: sono nati nei Paesi Baschi, o sono figli di genitori da lì emigrati. Uniche eccezioni sono gli stranieri che da piccoli hanno cominciato a giocare a calcio nelle giovanili di una squadra basca, come gli spagnoli Ezquerro e Aranzubia o il brasiliano Biurrun , o i figli di baschi nati all’estero, come il giovane Amorebieta, nato in Venezuela.

Ancora nel 2010 il 94 per cento dei soci del club ha votato contro il cambiamento della regola dello statuto che impedisce di tesserare giocatori non baschi.

In un mondo dove il potere degli sponsor e delle televisioni domina incontrastato, la squadra sceglie fino all’ultimo di non svendere la propria camiseta zurigorriak ad alcun marchio commerciale.

La squadra non aveva nemmeno uno sponsor tecnico, avendo deciso di auto-produrre una linea di abbigliamento sportivo propria (“marca Athletic“).

Il primo tentativo di “macchiare” la maglia con uno sponsor causò proteste e una manifestazione dei tifosi allo stadio San Mamés: 30 mila spettatori si presentarono sugli spalti con le maglie della squadra macchiate da una nastro nero sul petto. Poco dopo il Presidente di allora si dimise.

Per più di cento anni la maglia dell’orgoglio basco rimase immacolata, ma nel 2008 l’assemblea dei soci fu costretta ad arrendersi e firmò un contratto con la compagnia di raffinazione petrolifera (ovviamente basca) Petronor, suscitando la furia e le ire dei tifosi.

La maglia non si vende.

L’autarchia e il nazionalismo dell’Athletic affondano le loro radici storiche nell’indipendentismo basco e nell’aperta ostilità verso il centralismo di Madrid, oltre che in una radicatissima tradizione di anarco-sindacalismo, solidarietà sociale, comunismo libertario e resistenza partigiana al franchismo, sopravvissuta fino ad oggi.

Autarchia e democrazia diretta.

Tutte le decisioni vengono prese dall’assemblea dei soci. La squadra ne ha circa 30 mila (sorta di azionariato popolare), i quali sono tutti anche abbonati allo stadio San Mamés. Tutti possono votare il presidente e le decisioni vengono prese tramite consultazione popolare, applicando a una squadra che rischia di vincere la seconda più importante competizione europea gli stessi meccanismi decisionali delle tante assemblee dei sindacati anarchici che negli anni della guerra civile deliberavano sulle modalità di resistenza armata al franchismo.

Alla guida del club, anche se non basco ma argentino, c’è il tecnico Marcelo Bielsa, che pur di prendere parte all’avventura basca ha rifiutato la panchina, e i milioni, dell’Inter, e che ha portato una squadrea di ragazzini nella zona alta della liga e in una finale europea .

Bielsa è un perfetto personaggio da Athletic, noto con il soprannome di el loco, il pazzo.

E questo basti.

Di poche parole, di sinistra, dal carattere difficile e completamente avverso al calcio moderno, Bielsa è il perfetto profeta della filosofia di resistenza dei leoni biancorossi.

Un pazzo per una società di pazzi.

I giocatori dell’Athletic sono noti in Spagna con il soprannome di los leones, poiché lo stadio di San Mamés è situato vicino a una chiesa dedicata a San Mamante , un antico cristiano del quale si racconta che i leoni, ai quali era stato dato in pasto dai Romani, si rifiutarono di mangiarlo.

E allora a Bucarest forza leoni, forza Athletic Bilbao.

In questo calcio tutto soldi e zero poesia ci piace il sogno di chi, nonostante le irrimediabili miserie di questo mondo ormai malato, tiene alto «lo splendore di questo gioco, che è festa per gli occhi dello spettatore e allegria delle gambe che sfidano la palla» (E. Galeano).

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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13 risposte a Athletic Bilbao: un altro calcio è possibile

  1. Fatjona ha detto:

    Posso dirla una cosa però? La dico.

    Sono contenta che l’Athletic Bilbao sia in finale, però al di là della contrapposizione di un’esperienza simile rispetto a quello a cui siamo abituati, della poesia dell’attaccamento alla maglia e del fare piripiiiiiiiiiiiii al MERCATO, non vedo in questo orgoglio basco una cosa così positiva. Perché lo è?

  2. matteo ha detto:

    Cara Fatjona,
    quello che a me affascina dell’Athletic Bilbao non è il fatto che siano tutti baschi, quanto il discorso dell’autarchia, ovvero del coltivare i giovani in casa propria, cercando di svincolarsi dalle logiche di compra-vendita del mercato e dell’economia che comanda ormai nel calcio.
    Lo vedo un po’ come un discorso di “chilometro zero”, di coltivare le buone verdure di stagione da sé, solo nel proprio orto, senza andarle a comprare chissà dove alimentando il mercato dell’assurdo…forse sono un po’ romantico, ma lo trovo interessante, e lo troverei ancora più interessante se il discorso della “cantera” venisse esteso a tutti i giovani, non solo ai baschi…(come tu credo intenda far notare…in questo sono d’accordo con te…)
    Che poi tutta questa autarchia venga declinata in un ottica di “nazionalismo”, ciò sicuramente accade, anche se a me scrivendo l’articolo non interessava porre l’accento sull'”orgoglio” di niente, ma solo su un altro possibile modo di fare calcio…..
    In ogni caso il “separatismo” basco, così come quello catalano, non ha nulla a che fare con realtà come la nostra Lega Nord o con i nostri partitelli separatisti, ma va ricondotto alla tradizione di autonomia anarco-sindacalista di quelle regioni rispetto al centralismo di Madrid, pertanto non lo definirei nemmeno “nazionalismo” o “orgoglio” nel senso destrorso in cui noi lo intendiamo….
    In ogni caso concordo con te che parlare di “orgoglio di qualcosa” sa un po’ di pericoloso e evoca immagini negative, ma come avrai capito non era di questo che volevo parlare nel post….
    grazie di aver posto la questione, che è importante…non sei stata l’unica a porre la questione e magari ne può nascere un dibattito….ciao ciao

    • Dimitri ha detto:

      Con tutto il rispetto per le tradizioni anarco-sindacaliste e per una storia fatta di oppressioni, soprusi e massacri (e risposte esplosive), temo che quello basco sia un nazionalismo bello e buono, come ce ne sono tanti in giro per l’Europa. Non per forza bello e non per forza buono. Certo non è un monolite: al suo interno si spazia dagli anarchici agli ultracattolici. Ad ogni modo, personalmente non ho mai visto di buon occhio l’orgoglio localistico. Un parallelo con l’Alto Adige è forse interessante: qui come nei paesi baschi l’autonomismo ha ottenuto negli anni importanti pezzi di sovranità dal potere centrale, ed entrambe sono regioni caratterizzate da diffuso benessere. Il basco e il tirolese non sono più lingue vietate, com’era ai tempi di Franco e Mussolini, e i “popoli” che furono perseguitati oggi si autogovernano. Eppure ancora si spinge forte sulle rivendicazioni identitarie, quando non separatiste. Gli adesivi in giro per Bilbao: “You’re in the Basque Country, not in Spain”, fanno il paio con quelli sparsi per la provincia di Bolzano: “Südtirol ist nicht Italien”. A metà tra la constatazione della realtà di fatto e lo slogan populista, politicamente parlando questi messaggi non rappresentano alcunché di costruttivo, secondo il mio modesto parere. Non credo proprio che il revanscismo localista sia la risposta giusta per questi tempi di capitalismo agonizzante. E però temo anche che sia una delle poche risposte che la gente è pronta ad ascoltare, e per questo assai pericolosa. Il solito scherzetto identitario, l’ennesima creazione (in questo caso riesumazione) del nemico.

      Ma mi sono perso nella politica, in realtà io volevo parlare di calcio. Sì perché ogni tanto qualche buon’anima scrive di pallone qui sulla rotta, e per questo Matteo ti ringrazio! Questo Athletic tutto basco ricorda un po’ il Piacenza tutto italiano della promozione del ’93 (Gigi Cagni), non tanto nei risultati quanto nell’omogeneità anagrafica. Che l’autarchia sia un elemento positivo è tutto da vedere (in un campo conta quanto corri e come calci il pallone, poi eventualmente se sai leggere l’azione, che carattere hai, svariate altre qualità imponderabili, e forse alla fine conta anche dove sei nato…), ma di polemica ne ho fatta già abbastanza. Mi limiterò a far notare che nella finale di Bucarest i tuoi beniamini sfideranno i loro cugini dell’Atletico Madrid, che non a caso vestono allo stesso modo: fondato da studenti baschi trapiantati a Madrid, l’Atletico è nato come succursale del Bilbao, e tale è rimasto per i primi vent’anni della sua storia (quante cose che s’imparano sfogliando Wikipedia!). In disaccordo fino alla fine, ti comunico anche che tiferò per il Madrid del cholo Simeone!

  3. Fatjona ha detto:

    Siccome mi interessa perché sono una giocatrice (un po’ acciaccata ormai), allenatrice e soprattutto fantallenatrice dirò delle cose a caso che probabilmente non c’entrano niente, che tu per cortesia e per pietà leggerai per un po’, affronto il mio destino serenamente dunque non ti preoccupare. 😛
    Tu inizi l’articolo con una citazione che trovo azzeccatissima e che mi piace molto. È vero che nel calcio moderno, nel calcio che siamo abituati a vedere, non c’è spazio per la fantasia, che è un gioco molto fisico, che siccome bisogna tenere incollati davanti alla televisione milioni di telespettatori allora è meglio avere delle difese ridicole perché altrimenti la gente si annoia.
    Però quando io penso a mancanza di poesia e di arte nel calcio non faccio il collegamento che fai tu, almeno non è quello il principale. Mi sembra, infatti, che il problema non sia tanto del mercato (che comunque è una creazione umana) e nelle società che sono cattive e mirano al profitto quanto nell’atteggiamento di chi una squadra la segue che è quello di volere vincere ad ogni costo, come se fosse importante solo quello. Tifosi a cui non importa altro, persone disposte a seguire una squadra ovunque solo per vederla vincere subendosi delle partite terribili, bruttissime.
    Per spiegarmi un po’ meglio faccio un esempio: lo vedo con i miei bambini quando cerco di insegnare valori come la lealtà sportiva, giochiamo per divertirci, giochiamo tutti anche quello che è un po’ meno bravo, cerchiamo di stare bene insieme, vedo, dicevo, quanto fatica faccio a farlo accettare a loro, ma soprattutto ai genitori. Perché se noi dobbiamo vincere una partita, perché è scritto che noi la dobbiamo vincere, noi siamo lì solo per vincere, allora è giusto che io cada a terra pur non essendo stato toccato da nessuno, che l’arbitro non veda e mi dia un calcio di rigore, che io entri in scivolata e faccia male al mio avversario. È giusto che io che sono un po’ più bravo quando vengo sostituito urli a quello che mi sostituisce che non sa giocare, e che mio padre dagli spalti faccia lo stesso.
    In questo io trovo mancanza di poesia, diciamo l’origine, il peccato originale. Il come si è perso il gusto del giocare, del divertirsi, del bello; ed è un discorso questo che abbraccia, mi pare, la società in tutti i suoi aspetti. In questo trovo che ci sia il problema “vero”, non nell’autarchia, nel chilometro zero, per questo mi torna poco il tuo discorso per quanto io apprezzi questo essere anti-sistema a suo modo dell’Atletico. Non so come gioca, non ricordo di averlo visto giocare recentemente, quindi lo vedrò con piacere e se vedrò anche un atteggiamento diverso di stare in campo ne sarò felice.

  4. tina ha detto:

    Odio il calcio, ma questo post mi è piaciuto e trovo in un certo senso azzeccato il paragone di Matteo con il Km0. E in effetti quando mi sono trovata a discutere con dei baschi sul significato del termine “abertzale”, che io riconducevo al nostro “patriottico”, mi hanno detto che non è esattamente così (devo ammettere tuttavia che la spiegazione mi risulta tuttora un po’ sfocata) e che il termine implicava un rapporto con la terra e il territorio diverso da quello implicito nel nazionalismo. Quello che mi ha aiutato a chiarirmi un po’ le idee in proposito è stato il notare come nella società basca sussista ancora una componente (secondo me consistente) della società matriarcale, in cui il legame con la terra ha un senso molto diverso da quello che assume nel nazionalismo. Per quanto riguarda poi la sinistra abertzale (ed è dalla sinistra che tale termine viene prevalentemente utilizzato) c’è da tener presente che questa ripudia nella maniera più assoluta una serie di teorie per così dire “della razza” più tipiche del PNV (tipo quelle sulla prevalenza di un determinato gruppo sanguigno tra la popolazione basca)

  5. matteo ha detto:

    Io sono completamente d’accordo su tutto quello che dici, e in tal senso ti consiglio ancora di più il libro di Galeano a cui accenno sopra, che affronta molti argomenti in una prospettiva vicina alla tua.
    In realtà credo che stiamo dicendo più o meno la stessa cosa: tu dici che per te (e anche per me) il problema del calcio di oggi sta “nell’atteggiamento di chi una squadra la segue che è quello di volere vincere ad ogni costo, come se fosse importante solo quello”.
    Io credo che nel momento in cui una società sceglie di non comprare i giocatori da fuori (più costosi, ma per forza di cose – potendoli scegliere in tutto il mondo – più forti, campioni che magari ti fanno vincere da soli una partita) metta per forza qualcos’altro davanti al “voler vincere a tutti i costi”, perché in questo modo difficilmente vincerà (in questo senso sono molto contento che l’Athletic rischi davvero di vincere la coppa, chi l’avrebbe mai detto?)
    A mio parere rinunciare al mercato esterno, alla base del calcio odierno (giocatore famoso – tv – sponsor – merchandising…) = rinunciare a voler vincere a tutti i costi = avere in generale un’altra idea di calcio, una che a me piace di più.
    Che poi magari l’attaccante dell’Athletic, se lo sfiorano in area cada come se lo avessero ucciso per avere il rigore, proprio come tutti gli altri, beh questo questo è un altro discorso…lì la questione è ancora più complicata…Quello della reale possibilità di un’etica sportiva vera, legata al divertimento e non alla vittoria, è un problema talmente vasto, che riguarda tra l’altro tutti gli sport, che – pur dandoti perfettamente ragione – non saprei proprio affrontare qui…
    Non credo comunque che le nostre due concezioni (utopie?) di un vero calcio siano poi così diverse….
    …alleni una squadra maschile o femminile?
    In-bocca-al-lupo per la tua squadra allora, ti auguro di riuscire a insegnare a ragazzi e genitori il gusto di giocare per giocare.

  6. matteo ha detto:

    commento qui sopra @ fatjona, Dim ti rispondo appena ho un attimo di tempo, non avevo visto che avevi commentato anche tu…

  7. matteo ha detto:

    @dimitri
    io non volevo addentrarmi in discussioni su “nazionalismo”, “separatismo” o quant’altro, anche perché prima di dare un giudizio pensato dovrei andare lì a vedere e a parlare con le persone.
    Quello che forse non è chiaro è che la mia stima all’Athletic non è data dal fatto che sono tutti baschi, ma da come la società gestisce le decisioni, lo sponsor (finché non ce lo aveva: in questo senso stimavo anche il Barcellona finché ha resistito o anche – ma solo e unicamente su questo – la Lazio, quest’anno senza sponsor), l’ingaggio e la crescita dei giocatori.
    Autarchia per me non è ingaggiare solo giocatori baschi o italiani (infatti a me del Piacenza di Gigi Cagni……), bensì una certa politica di “cantera” che in parte ha anche il Barcellona, se poi non spendesse i milioni di euro per le stelle patinate, o tante altre squadre….
    Insomma a me piacciono le squadre che escono un po’ dagli schemi del calcio capitalistico-moderno, che hanno i tifosi soci (potremmo parlare anche del St. Pauli, in modo da svincolarci da questa storia del nazionalismo), che agiscono con democrazia diretta, che si crescono i loro giovani, che hanno tifoserie impegnate, che siano baschi o non baschi….
    A questo punto non posso che invitarti a vedere insieme la finale di Europa League, così potremmo continuare il discorso davanti alla partita!

    @ tina
    grazie per le preziose informazioni…
    per quanto concordi con Dimitri quando dice che “l’orgoglio localistico” sia da guardare con diffidenza sono convinto anch’io che il caso basco sia decisamente “sui generis” e che non sia da declinare in un’ottica fascisto-leghista-nazionalista all’italiana…
    Mi toccherà andare a fare una gita a Bilbao per vedere con i miei occhi….!!!
    grazie infine per l’apprezzamento da “avversa” al calcio…..

  8. El_Pinta ha detto:

    Sinceramente io non so se si possa davvero considerare una cosa positiva, da un punto di vista strettamente calcistico, una politica autarchica come quella dell’Athletic Bilbao. A me sembra che nel calcio la mobilità internazionale dei calciatori sia un fattore di contaminazione che arricchisce il gioco notevolmente. Bisognerebbe chiedersi, e forse qualcuno lo ha fatto, che impatto hanno avuto, ad esempio, i giocatori africani sul calcio europeo? Come lo hanno cambiato? Come si sono adattati e cosa hanno portato indietro?
    Così via per tanti altri fattori che una politica autarchica cancella completamente. Che calcio si giocherebbe in Italia se non avessimo ospitato gente come Van Basten o Ronaldo?
    A me sinceramente questa retorica della “cantera” – iniziata grazie alla maestosa macchina propagandistica del Barcellona (che io considero la più antipatica squadra europea dai tempi del “sorriso di Ronaldinho”) – mi sta un po’ sulle balle perché non è che il Km 0 sia poi così sostenibile come si pensa. Il Barcellona ha investito fior di milioni per avere il suo settore giovanile e per ogni top player in grado di giocare nella prima squadra ci sono decine di altri giocatori che mai riusciranno a imporsi nel calcio professionistico pur avendo dedicato gran parte della loro vita nel tentativo. Anche questo è capitalismo, magari meno appariscente o imbellettato da un marketing molto abile, ma sempre capitalismo resta.

    • Marco ha detto:

      Se tutte le squadre facessero come l’athletic, anzi, esasperando ancora di più il concetto: se nel Bologna potessero giocare solo i calciatori nati nella provincia di Bologna, e così via, si otterrebbero i seguenti risultati: 1) si darebbe un senso al campanilismo che è all’origine del tifo. 2) si eliminerebbe l’handicap economico che favorisce i milionari che possono comprare le squadre e giocatori che vogliono, riducendo il calcio a circo e a business.

  9. marco ha detto:

    attaccamento alla maglia prima dei soldi: lol credigli agli ufo…

  10. marco ha detto:

    Milan unica squadra nel mondo altro che bilbao

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