Aspetti semiotici e comunicativi del poker

di Flavio Pintarelli

Negli ultimi anni il poker è stata un’attività capace di destare la mia curiosità in molti modi. Complice la moda del gioco veicolata dalle televisioni ho cominciato a interessarmi a questa particolare disciplina, di cui si poteva cogliere l’immaginario in quel momento di transizione che ha portato il gioco ad abbandonare le sue connotazioni criminose per diventare una disciplina dal carattere sportivo. Il poker è un gioco complesso e affascinante su cui esiste una vasta bibliografia tecnica che, spinto dal desiderio di comprendere meglio alcune meccaniche di gioco, ho approfondito. Naturalmente non posso dire di aver dedicato allo studio del poker così tanto tempo da averne appreso i dettagli nel profondo, ma mi sono documentato sufficientemente da poter ragionare su alcuni aspetti del gioco.

Di formazione sono un semiologo e quindi sono abituato a muovermi tra segni e sistemi comunicativi con una certa disinvoltura. Da questo punto di vista il poker è un oggetto d’analisi di grande interesse in quanto tutto il gioco è basato sulla capacità di analisi e decodifica di un certo numero di segni o, meglio, di segnali.

In che senso dico che il poker è un gioco che si basa sull’abilità di analizzare, decodificare e reagire a un certo numero di segnali? Proverò a spiegarmi descrivendo velocemente alcune caratteristiche della più diffusa versione del poker, quella che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: il Texas Hold’em. In questa versione ogni giocatore ha diritto ad avere in mano due carte coperte (pocket cards) che servono a chiudere delle combinazioni con le carte scoperte (board) presenti sul tavolo. Queste carte vengono rivelate dal dealer in tre fasi dette flop, turn e river. Ad ogni fase corrisponde un giro di puntate.

Se ne deduce che ogni giocatore condivide con gli altri un certo numero di informazioni e allo stesso tempo deve cercare di intuire (leggere) quelle informazioni che gli sono precluse. Per esempio un giocatore può sapere se sia possibile realizzare un colore semplicemente contando il numero di carte dello stesso seme presenti sul board ma non può sapere con certezza se il suo avversario ha completato il punto con le sue pocket cards e neppure l’entità di quel punto.

Se ci fermassimo a questo primo livello di informazione dovremmo concludere che il poker è un gioco interamente basato sull’azzardo in cui, di fronte a un’informazione incompleta, è necessario prendere decisioni sostanzialmente al buio.

Non è così.

A questo punto interviene un secondo livello di informazione che è rappresentato dalle chips ovvero i dischetti colorati che indicano il valore monetario detenuto da un giocatore a un dato momento della partita.

Le chips comunicano in due modi: con la loro semplice presenza identificano immediatamente, e sul piano visivo, il valore monetario di un giocatore a un dato momento della partita. Se un giocatore ha molte chips i suoi avversari, quando si troveranno a scontrarsi con lui, tenderanno a giocare solo mani sicure per evitare di trovasi obbligati (committed) a giocarsi tutto il loro valore residuo, in quanto chi possiede un maggior valore ha anche più possibilità di comandare il gioco. Al contrario, quando si affronta un giocatore con poche chips da una posizione di vantaggio, si tenderà a metterlo in difficoltà con puntate continue che lo obblighino ad abbandonare la mano.

Qui ci troviamo già sul secondo piano comunicativo rappresentato dalle chips. Queste infatti hanno un ruolo determinante nella dinamica di gioco. Quando un giocatore decide di puntare una certa quantità di chips lo fa per rappresentare al suo avversario la propria condizione. Ad esempio si può simulare una situazione di debolezza quando invece si è forti per costringere l’avversario a scoprirsi e poi metterlo in difficoltà oppure il contrario.

L’abilità di un giocatore risiede, da questo punto di vista, nella sua capacità di valutare le informazioni presenti e di reagire a esse creando a sua volta un’informazione che possa conferirgli un vantaggio strategico nei confronti dell’avversario e cercando nel contempo di sfuggire alla rappresentazione che quest’ultimo allestisce per lui. Questa dimensione non è soltanto una dimensione visibile e “concreta”, ma è anche una dimensione psicologica in cui la capacità di pensare su più piani di ragionamento (psicologia multilivello) fa spesso e volentieri la differenza.

Il poker è un campo di battaglia semiotico, in cui a fare la differenza è la capacità di prendere decisioni, analizzando e decrittando i segnali che vengono di volta in volta generati dai vari attori del sistema.

Vorrei concludere questa nota spendendo due parole su quello che ritengo essere un terzo livello di informazione presente nel poker. Un livello di informazione che ha a che fare non solo con lo spazio, ma anche con il tempo. Nella versione da torneo del Texas Hold’em, i bui (blinds) – ovvero quella sorta di “pedaggio” che si deve pagare per partecipare a una mano – aumentano a intervalli regolari creando così un meccanismo che alla lunga favorisce i giocatori capaci di generare un maggior valore e screma quelli che non rimangono al passo. Questo scorrere del tempo è indicato dal movimento di un segnalino (button) che indica il giocatore che si suppone dovrebbe mescolare il mazzo e distribuire le carte a partire dal giocatore alla sua sinistra. Il button inoltre determina l’ordine di parola, ovvero determina quale dei giocatori è obbligato a effettuare la prima puntata a ogni fase di gioco e dunque la posizione di forza relativa di ogni partecipante (dove il primo a parlare è svantaggiato, perché costretto a prendere una decisione in una situazione meno ricca di informazioni rispetto a quella che dovrà valutare l’ultimo giocatore nel giro di parola).

Il movimento del button è uno dei fattori di democraticità del gioco del poker. A prescindere dalla propria situazione personale, sul campo di battaglia, ogni giocatore potrà, regolarmente, occupare le posizioni più favorevoli. A lui il compito di sfruttarne i vantaggi.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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5 risposte a Aspetti semiotici e comunicativi del poker

  1. michelebarbaro ha detto:

    Caro Flavio, leggendo il pezzo, mi bazzica per la testa una domanda un pò provocatoria:
    In virtù dell’analisi che fai e cito “Il poker è un campo di battaglia semiotico, in cui a fare la differenza è la capacità di prendere decisioni, analizzando e decrittando i segnali che vengono di volta in volta generati dai vari attori del sistema”, un buon semiologo sarebbe un giocatore migliore della media? o ancora,
    La semiologia offre dei vantaggi diretti al gioco del poker?

    Ciao, grazie

    • El_Pinta ha detto:

      Michele un buon semiologo sarebbe un giocatore di poker migliore della media se approfondisse le sue abilità nel calcolo matematico, nella comprensione dei meccanismi di gioco e nella lettura psicologica e del linguaggio del corpo.
      E no, la semiotica e la semiologia non offrono vantaggi diretti nel gioco del poker, perché la loro natura è quella di metodi di analisi delle pratiche di comunicazione e semiosi, sono discipline che nulla hanno a che fare con le meccaniche dirette del poker.
      Quando dico che il poker è un “campo di battaglia semiotico” intendo dire che una partita di poker si basa su uno scambio di segnali in cui la massima bravura del giocatore consiste nel nascondere la propria condizione facendo credere al proprio avversario che questi non può in nessun modo batterlo (vincere la mano uncontested). La semiotica ci aiuta a capire questo aspetto del gioco, il suo essere basato su uno scambio comunicativo in cui è la natura delle informazioni a fare la differenza (sai meglio di me che un rilancio x3 o x5 dice qualcosa di diverso a seconda dei casi).
      Inoltre tutto il lessico del poker tradisce la natura semiotica del gioco: un punto lo si rappresenta, compiendo un atto di enunciazione, un avversario lo si legge, compiendo un atto di decodifica e, infine, ci si tradisce dicendo (tell) qualcosa col proprio corpo…

  2. mattpumpkin ha detto:

    Bel pezzo e interessante prospettiva di analisi.

    Anche se rischi di farmi ricadere in una passione mai del tutto sopita per il poker, ora che son con un gesso alla gamba e con molto tempo a disposizione davanti al pc (in realtà, per me giocare davanti a un monitor rappresenta, fortunatamente, uno dei più forti fattori di dissausione e nausea per la sterilità del gesto e la mancanza di gran parte delle componenti semiotiche legate alla strategia di gioco). Una partita vera è quella fatta al tavolo, il resto è compulsione.

    Approfitto per chiederti una cosa: per caso nei testi che hai affrontato, hai per caso trovato riferimenti alla teoria del Minimax? Sto leggendo il romanzo di P.K.Dick A Solar Lottery dove ne parla, riconducendola, tra le altre cose, proprio al poker. Se hai libri da segnalarmi che la approfondiscono te ne sarei grato.

    a presto, m.

  3. Dario ha detto:

    @ michele barbaro

    Quando Newton descrisse la gravità, non diventò improvvisamente più pesante, né iniziò a rimbalzare di qua e di là🙂

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