La ceretta di Occam e altre amenità

Dimitri El Madany

Questa settimana la redazione si è trovata un tantino in difficoltà e così vi tocca sorbirvi due post dello stesso autore. Ciò non ci sconfinfera particolarmente, perché dovete sapere che teniamo molto alla varietà della nostra offerta culturale. Tuttavia gli impegni della vita reale sono quelli che sono, e quindi ci affidiamo alla vostra magnanima comprensione nell’offrirvi un altro capitolo della neonata rubrica Ancilla dementiae, che si propone di affiancare immani cazzate a escursioni filosofiche di dubbissimo valore. Superfluo aggiungere che, se siete delle persone serie, forse è meglio che non clicchiate oltre.

Avete cliccato, e ora sono affari vostri. La vexata quaestio che vogliamo affrontare oggi è quanto mai spinosa. Lo sapete bene voi, ispidi lettori, e lo sapete ancora meglio voi, irsute lettrici: stiamo naturalmente parlando del problema epilatorio. Fior di filosofi ci si sono impelagati nel corso dei secoli, finché in epoca moderna il dibattito è divenuto appannaggio pressoché esclusivo della casta degli estetisti. Quivi come in molti altri campi del sapere, la filosofia ha lasciato il campo a saperi ultraspecializzati e riduzionisti, che hanno ridotto la questione a mera pratica da risolvere. Oggidì le nuove tecnologie consentono certo di estinguere alla radice pressoché qualsiasi problematica di natura pilifera, ma questo comporta una grave perdita dal punto di vista filosofico. Il cosiddetto pelo ha ormai definitivamente perso il suo statuto di oggetto di conoscenza ed è divenuto soltanto qualcosa da estirpare, senza più nessuno che si interroghi sul suo orizzonte di senso più profondo.

Platone e Socrate

Per capire quanto la questione epilatoria possa essere invece gravida di interessanti speculazioni, risaliamo fino agli albori del pensiero greco e vediamo che cosa ne pensava il filosofo per eccellenza, ovvero Socrate. Il panciuto ateniese è noto ai più grazie alla sua passione per le bevande amare ma giuste, nonché alle sue celebri frasi a effetto. Tra queste, tutti ricorderanno il celeberrimo Γνῶθι σαυτόν, “conosci te stesso”, che Socrate aveva – diremmo oggi – rebloggato dall’Oracolo di Delfi. Quello che non tutti però ricordano è il più sottile “depila te stesso”, che Socrate andava ripetendo ai suoi concittadini con altrettanta tafanesca insistenza. Eppure, nei Dialoghi Platone glissa1 su questa massima di vita che tanto stava a cuore al suo maestro. Ci possiamo legittimamente chiedere dove risieda il motivo di un tale silenzio. Del resto, non aveva anche Platone un debole per i glabri giovinetti (paideuticamente, s’intende)? Perché dunque censurare l’invito socratico a combattere i propri peli non meno dei propri vizi?

Alla luce dei più recenti studi, possiamo affermare senza tema che il silenzio platonico abbia una ragione ben precisa. Questa è spiegata con lampante chiarezza nella nota conclusiva dell’ultimo Convegno Mondiale Unitario degli Estetisti e degli Studiosi Socratici, tenutosi a Mola di Bari e conclusosi l’altro ieri. La nota, firmata da oltre un centinaio tra luminari, eruditi ed esfolianti, recita seraficamente: “Platone ci aveva visto giusto”. Certo, ai non addetti ai lavori potrebbe suonare un tantino dogmatico, ed è proprio per questo che noi de La rotta, pur non invitati, abbiamo preso parte al suddetto convegno e veniamo brevemente ad esplicarvene i risultati.

La conclusione cui giunge il simposio è da mettere in relazione con un vulnus di natura logica, incorporato nel monito socratico “depila te stesso”. È probabile che Platone si fosse reso conto di tale debolezza strutturale ed avesse per questo deciso di non attribuirla al proprio maestro. Ad ogni modo, l’aporia in questione sarebbe stata espressa con piena chiarezza solamente moltissimo tempo dopo i Dialoghi, agli albori del secolo XX. I lettori più anglosassoni e le lettrici più analitiche avranno già capito che stiamo parlando del paradosso di Russel, meglio noto come paradosso del barbiere o, nel nostro caso, paradosso dell’estetista. Trasposta ai tempi di Socrate, tale antinomia sarebbe suonata così:

“Ad Atene vi è un solo centro estetico, gestito dal tale Eradìco. Egli depila tutti e solo gli uomini ateniesi che non si depilano da soli. Sua moglie, nonché collega, Epilàtte fa lo stesso con le donne ateniesi. Ora la domanda è: Eradìco ed Epilàtte si depilano oppure no?”

Bertrand Russell

Di fronte a questo paradosso è chiaro che il centro estetico non avrebbe potuto far altro che chiudere i battenti. Come può Eradìco seguire il monito socratico e quindi depilare se stesso, se egli depila solo chi non si depila? Il medesimo cortocircuito vale naturalmente anche per la brava Epilàtte. I due coniugi si trovano così di fronte ad una palese violazione del principio di non contraddizione, una violazione foriera di conseguenze a dir poco nefaste, come per esempio il crollo dei fondamenti della matematica, e forse anche il crollo del settore del wellness.

Insomma, vedete che Platone ha fatto bene a tacere sull’azzardata massima socratica: aveva intuito che gli avrebbe portato un sacco di problemi. In questo suo modus operandi è individuabile un’altra intuizione pionieristica, che sarebbe stata esposta con esaustiva precisione solamente molti secoli dopo – precisamente nel XIV – dal frate francescano Guglielmo di Occam. “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, era solito ripetere Guglielmo al fido Adso. Nel farlo, il doctor invincibis introduceva un principio metodologico fondamentale per il pensiero scientifico moderno, e nel contempo regalava ai posteri una perla di rara saggezza: “Non aggiungete altri problemi a quelli che già avete.” Come dargli torto? Questa regola guglielmina è passata alla storia come “il rasoio di Occam”. Evidenti sono le collusioni con il nostro tema odierno, e per nulla casuali. Ci piacerebbe esporvele dettagliatamente, ma ci siamo dilungati già troppo, il tempo stringe e sappiamo che dovete andarvi a preparare per un week-end impegnativo. Ci limitiamo quindi a una breve conclusione.

Se gli enti non sono da moltiplicarsi senza necessità, e i peli sono a tutti gli effetti degli enti, allora possiamo dire che i peli non siano da moltiplicarsi senza necessità. Tenete presente che questa è una regola generale, da modulare a seconda dei gusti vostri e volendo anche dei vostri partners. Ancora più importante tuttavia, è che non tanto i peli, quanto piuttosto i problemi non vadano a moltiplicarsi senza necessità. Se i peli sono per voi un problema, allora non c’è nulla da aggiungere a quanto asserito finora. Se però il vostro problema non sono i peli, bensì l’epilazione stessa (si potrebbe dire un meta-problema), allora forse non vale la pena di soffrire e angustiarsi. Lasciate che i vostri peli crescano liberi e rigogliosi, e sarete nondimeno assai felici.

1 Unica eccezione il Parmenide, in cui tra le altre cose si parla anche di peli.

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Braccia rubate all'agricoltura
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