Sventurata la terra che ha bisogno di eroi: Leni Riefenstahl – II parte

di Michele Barbaro e Cataldo Tridico

*Questo articolo è stato pubblicato in due parti, Venerdì 30 Marzo e Lunedì 2 Aprile. Gli autori l’hanno concepito come un unico articolo. Segue da qui.

Questa rubrica mensile intende discutere volta per volta la vita e le azioni di personaggi poco edificanti. Persone che suscitano o hanno suscitato scandalo, polemica, fastidio. Questo perché, nella volontà di scrive, è salda l’idea che ogni scoperta nasce dal conflitto. Perché il confronto più profondo e leale lo si fa con i propri nemici, con i propri fantasmi. Non vi è in questo progetto nessuna pretesa accademica o dottrinale. Ci sono spunti, provocazioni, da discutere insieme, se si vuole.

Sono abbastanza note le vicissitudini che dovette affrontare Leni Riefenstahl dopo la caduta del nazismo.

La prigionia, il processo di Norimberga (in cui sarà scagionata da ogni accusa e giudicata solo simpatizzante dell’ex regime), la fame, la perdita o la distruzione degli originali di molti suoi lavori. A fare da sfondo, il matrimonio infelice con Peter Jacob, un ufficiale nazista.

Ecco perché qui, non si vuole condannare o assolvere Leni Riefenstahl dalle responsabilità legate al Nazismo. Ci sono giudici e tribunali per questo, e una quantità enorme di libri. Quello che qui importa, è comprendere fino in fondo il suo linguaggio, farsi sedurre dal suo sguardo e meravigliarsi di un esistenza tanto ricca di conflitto e bellezza.

Tracciare per grandi linee la lunga vita di Leni Riefenstahl comporta una grossa cernita degli episodi che la videro protagonista, se se ne scrive in un articolo.

Perciò ci si limita adesso a “Verdi Colline d’Africa” di Hernest Hemingway. Venne letto dalla Riefenstahl in una sola notte del 1955. Le parole che Hemingway aveva scritto nel suo diario durante la prima notte africana risuonarono continuamente nella sua mente: “Mi svegliai di notte, e giacqui immobile ad ascoltare, già preda del mal d’Africa”. Queste parole furono il biglietto di Leni Riefenstahl per l’Africa.

L’intento iniziale era quello di girare in quella terra un film che si sarebbe dovuto chiamare “Schwarze Fracht” (trad. Carico Nero). Il progetto fallì dopo avere impresso molti metri di pellicola, a causa di numerosi motivi, fra cui un attacco cardiaco della regista. In degenza all’ospedale di Nairobi, Leni Riefenstahl venne catturata da una fotografia di George Rodger su un vecchio numero di Stern.

L’istantanea ritraeva un giovane lottatore Nuba con un amico sulle spalle.

Questa la descrizione della Riefenstahl:

“I corpi dei due giovani neri somigliavano alle sculture di Rudin e Michelangelo. Era accompagnata da una didascalia piuttosto laconica: “I Nuba del Kordofan “.

Sono pregne di fascino e passione le pagine dell’autobiografia in cui Leni Riefenstahl descrive il primo viaggio in quelle zone allora quasi inesplorate ed il primo incontro con il popolo dei Nuba.

Più di 15 anni di frequenti contatti e soggiorni nella terra dei Nuba permisero di stringere forti rapporti umani con questa gente, nonché fruttarono tre libri fotografici (Die Nuba – I Nuba 1973; Die Nuba von Kau – Gente di Kau 1976; Mein Afrika – La Mia Africa 1982) e molti metri di pellicola che non arriveranno mai alla realizzazione in una opera definitiva.

É nell’aspra polemica che in questi anni si costruisce attorno ai lavori fotografici di Leni, che possiamo scorgere l’alfabeto del suo pensiero. Ecco che in un celebre articolo, Susan Sontag parla di estetica fascista. Le fotografie che Leni pubblica, di questa fiera tribù di guerrieri, veicolano lo stesso messaggio che veicolavano i lunghi piano sequenza di Trionfo della Volontà e Olympia. L’elogio del corpo bruto, della forza. Quella che per la Sontag è una critica, si risolve nell’ultima e più palese assoluzione della nostra. Certo che sì, il fascino del corpo, della potenza, della forza bruta, sono il genoma dell’arte della Riefenstahl. I Nuba combattenti, potenti corpi nudi che esprimono la vitalità nella forma più elementare, seducono l’occhio di Leni tanto quanto gli olimpionici o la voce imponente di Hitler. Seducono Leni, prima del messaggio stesso che quel corpo o quella voce veicolano.

A dispetto delle violente critiche rivolte ai suoi lavori sui Nuba, le riflessioni personali dell’artista su questa gente lasciano scorgere le stesse emozioni di una madre per un figlio appena nato.

Dopo la metà degli anni settanta, quando l’opinione mondiale iniziava a vedere con occhi diversi la sua produzione cinematografica (i suoi lavori venivano proiettati in molte università), Leni Riefenstahl vira decisamente rotta.

Così come con l’esperienza in Africa, anche qui l’incipit è un libro: si trovò a sfogliare This Living Reef di Douglas Faulkner (1974).

Questo libro, una raccolta di foto sottomarine scattate a Belau (Micronesia) fra il 1965 ed il 1973, è un’intensa e poetica sequenza di attimi fermati per sempre da Faulkner sotto il livello del mare.

La Riefenstahl, a quasi ottanta anni, prese il brevetto da sub e, con la sua istintiva tenacia, carattere distintivo della sua vita, si immerse negli oceani per fotografare e poi filmare il fascino subacqueo.

Volendo usare le sue stesse parole, il culto estetico del bello (inteso in termini di fascino), aveva trovato la sua forma nella storia di Junta – la protagonista nella Bella Maledetta, recitata da lei stessa, in Hitler, nella lotta olimpica, nel corpo perfetto e nei rituali dei Nuba, ed alla fine sott’acqua.

Anche nel caso dei lavori marini (protrattisi per circa 20 anni), comparvero due libri fotografici (Korallengärten – Giardini di Corallo – 1978; Wunder unter Wasser – Meraviglie sott’acqua – 1978). C’è di più. A 101 anni, nel 2002, un anno prima della sua morte, Leni Riefenstahl ultima Impressionen unter Wasser (Impressioni dal profondo), un toccante documentario sulla vita negli oceani.

Il lungo periplo di Leni l’ha portata dai palcoscenici di Berlino, alle vette delle Alpi, dalle adunate di Norimberga, alle radure del Sudan. Ed infine, per i mari del Sud. E questo lungo viaggio, in nome di un amore che l’aveva colta ancora bambina. Non è un caso che gli ultimi soggetti ritratti da Leni siano gli abitanti del mare. Finalmente le forme, colorate e vivaci dell’oceano, non rappresentano che loro stesse. Il suo linguaggio ha sempre suscitato polemica, l’ha costretta all’esilio, prima intellettuale che fisico. Il suo ultimo sguardo si posa su corpi cangianti e silenziosi, che parlano solo di se stessi. Forse il suo sguardo diventa finalmente astratto e dei corpi non coglie che l’impressione elementare.

Sicuramente di quel fascino che la prese da giovane, di quell’amore per il corpo e tutte le sue possibilità, è stata, nel corso della sua lunga vita, una amante fedele.

Leni Riefenstahl oggi riposa nel Münchner Waldfriedhof, uno dei 29 cimiteri di Monaco.

Corollario (alcuni punti)

+ Leni Riefenstahl confessò che sia Fanck che Hitler fossero innamorati di lei

+ La “Danza sulla Riva del Mare” venne girata ad Helgoland, sulla scogliera dove le onde si infrangevano con maggiore violenza. Fancke voleva che i movimenti di Diotima fossero in perfetta sintonia con lo sciabordare delle onde e con il suono della Quarta Sinfonia di Beethoven:

il risultato venne raggiunto con riprese al rallentatore, un accurato lavoro di montaggio, e con l’aiuto di un violinista calato fra Diotima e la scogliera – dando così modo alla ballerina di seguire la musica.

Joseph Von Sternberg era profondamente affascinato dalla Riefenstahl. Il ruolo di protagonista nell’Angelo Azzuro era stato proposto in origine a lei, ma rifiutò per dedicarsi esclusivamente alla regia.

+ Il Trionfo della Volontà vanta anche la modesta collaborazione di Walter Ruttmann. Inizialmente la regista rifiutò la proposta di girare un documentario sul congresso del partito, indicando appunto W. Ruttmann come possibile sostituto.

+ Subito dopo la sua cattura Leni Riefenstahl venne sottoposta a numerosi elettroshock da parte dei militari francesi.

+ Leni Riefenstahl girò tra il 1934 e il 1954 – fra varie difficoltà – Tiefland (Bassopiano, 1954). Per questo lungometraggio, la regista trovò le comparse – minori ed adulti di etnia Rom e Sinti – nel campo di concentramento Zigeunerlager e alcuni di loro, sopravvissuti all’eccidio nazista, riferirono di essere stati maltrattati durante le riprese. Feroci furono le critiche negli anni successivi all’uscita del film.

Le si difese sempre ritenendosi ignara del fatto che queste persone fossero state poi inviate ad Auschwitz.

+ Per tutta l’esperienza africana fino alla sua morte, Horts Kettner – un cineoperatore di quaranta anni più giovane di lei – fu compagno e assistente artistico della Riefenstahl.

+ Nel 2000, oramai centenaria decise di tornare in Sudan per salutare il popolo dei Nuba, con il quale aveva condiviso momenti preziosi della sua vita. Erano 23 anni che non ritornava tra i Nuba.

+ Mentre riprendeva le terre dei Nuba, l’elicottero sul quale Leni si trovava, precipita. Leni Riefenstahl sopravviverà, passando diversi mesi in ospedale.

+ Mentre si trovava in ospedale a Monaco, a seguito dell’incidente con l’elicottero, alla domanda dell’amico regista Ray Muller: “C’è qualcosa di cui ti penti?”, Leni rispose “Il terzo Reich”. Muller incalzante le chiese “ Se questa fosse la tua ultima intervista, quale messaggio ameresti lasciare dietro di te?”, Leni Riefenstahl disse: “ Dite “Sì’” alla vita”.

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9 risposte a Sventurata la terra che ha bisogno di eroi: Leni Riefenstahl – II parte

  1. emmapretti ha detto:

    E’ più nazista la Riefenstahl o Helmut Newton? ( nella domanda è già sottintesa la mia opinione )

  2. emmapretti ha detto:

    …comunque mi piacerebbe sapere il vostro parere..

  3. michelebarbaro ha detto:

    Prima di tutto grazie per aver letto questo articolo. Io sono Michele, quindi ciò che leggerai è la mia opinione, non necessariamente identica a quelle dell’amico Cataldo che ha scritto con me questo pezzo.
    A dire il vero conosco davvero poco la storia di Helmut Newton. Ciò che però mi preme ribadire, è che nell’ottica di questa rubrica, non si cercano giudizi morali di sorta, ne si lavora alla ricerca di una verità storica assoluta. In virtù di questi presupposti risulta davvero difficile esprimere giudizi così definitivi. Sicuramente Leni ha la sua parte di responsabilità, quanto ingombrante, sta ad ognuno deciderlo. Per quanto mi riguarda posso risponderti dicendo che la sua collusione con i nazisti non preclude minimamente l’interesse che provo per la sua vicenda. D’altronde come abbiamo già ribadito in altri articoli, (vedi la polemica su Borghese e gli SLC), qui subiamo il fascino di azioni e vite. Un fascino scuro, che si dimentica di cosa sia bene o male, ma ricorda, eccome si ricorda di cosa sia sublime. LA vita di Leni è sublime.
    Per quanto riguarda Newton (già il cognome è un indizio importante!) poco ne sapevo, ma il tuo spunto è davvero ben’accetto, approfitterò per approfondire. Quindi mi auguro di averti risposto, mi dispiace non poter parlare meglio del fotografo, ma se un senso ha questa rubrica, è proprio quello di confrontarsi, offrire spunti l’uno all’altro.
    Il tuo intervento restituisce senso a quanto scritto. al di la di tutto. grazie.
    saluti.
    Michele Barbaro

  4. Cataldo Tridico. ha detto:

    Ciao Emma.
    Grazie anche da parte mia per aver letto il nostro scritto ed aver suscitato il dibattito.
    Se la Riefenstahl fosse stata meno nazista di Newton o diversamente più radicale – in ciò – di Goebbels questo articolo non avrebbe avuto una virgola diversa.
    Perciò quoto pienamente l’osservazione di Michele.
    Un saluto.
    Cataldo.

  5. emmapretti ha detto:

    Io non mi riferivo alla vicenda privata dei due fotografi quanto ai risultati del loro lavoro. Quali dei due risulta più “nazista” nelle immagini che scaturiscono dalla loro macchina fotografica?
    Chi dei due risente di più dell’ideologia del super-uomo ( sempre riferito alla loro produzione fotografica) ?. Ciao.

  6. Dimitri ha detto:

    Polemica troppo ghiotta per non inserirsi.
    Innanzitutto complimenti a Michele e Cataldo per l’articolo. “Sventurata” regala sempre prolifiche contraddizioni – che tra l’altro avevo cercato di focalizzare in uno sgangherato post di qualche tempo fa (https://larottaperitaca.wordpress.com/2011/10/31/la-bellezza-e-lorrore-appunti-su-sventurata-la-terra-che-ha-bisogno-di-eroi/).
    Purtroppo di H. Newton non so nulla, però di Nietzsche qualcosina sì, e mi permetto di far notare a Emma che le parole sono importanti, specialmente per una poetessa. Pur tralasciando la traduzione errata, ma ormai digerita come vulgata popolare, di Übermensch con “superuomo” (laddove sarebbe assai meglio parlare di “oltreuomo” e meglio ancora non tradurre affatto), non posso però accettare l’uso della parola “ideologia” per la filosofia nietzscheana. Il “superuomo” come concetto nazista è un minestrone inacidito messo insieme dalla sorella Elizabeth e condito con abbondante “volontà di potenza”. Una ricetta indigesta, che Nietzsche non ha mai scritto. Il baffutissimo pensava piuttosto a un concetto-limite, a un ideale normativo, a una pratica di trasformazione interiore. Non a un’ideologia. Parlarne in questi termini non gli rende giustizia. Accettare il trittico Nietzsche-superuomo-nazismo significa premiare l’ignoranza – per non dire la mala fede – dei suoi proditori epigoni.
    Detto questo chiedo a Emma: cosa intendi per immagine nazista? Una foto che esalti il corpo perfetto (in questo senso superuomo?) o la purezza delle forme o la perfezione o cos’altro?
    Perdonate una certa arroganza nei toni. Sia chiaro che l’intento resta sempre quello della critica costruttiva…

  7. Cataldo Tridico. ha detto:

    Emma,
    innanzitutto volevo chiarire l’equivoco sorto.
    H. Newton si allontanò dalla Germania a causa delle leggi razziali (se non erro era ebreo di madre).
    Prestò successivamente servizio nelle forze militari australiane nella seconda guerra mondiale.
    E’ chiaro che senza specificare ulteriormente, così come hai fatto, il tuo commento si presta
    ad interpretazioni particolari.
    Detto questo vado al nocciolo.
    In una mail durante le consultazioni (fra me e Michele) precedenti all’articolo che hai letto, enfatizzavo l’attenzione sulle osservazioni nate in questi commenti.
    Perciò, grazie alle tue parole, tutto ciò è di eccezionale utilità ai nostri fini.
    Negli episodi reali – più propriamente nelle immagini e nelle sequenze nel nostro caso – ognuno, più o meno con una formula pertinente, può trovare un riflesso particolare. Nulla da eccepire su questo.
    Allo stesso modo però, la faccenda in questa sede rimane tutta qui.
    Una forte parentesi come quella nazista non poteva escludere meccanismi tali per cui, in un modo o nell’altro, si sviluppassero delle “sindromi simboliche” con radici piantate nell’estetica delle forme.
    Il necessario specchio degli accadimenti relativi al regime, per vari motivi, ha trovato il suo
    eroe nella produzione artistica della Riefenstahl.
    Tali motivi si rifanno a numerose variabili che mi rendono difficile dirti chi sia più o meno vicino (fra Newton e la regista), così come scrivi, al nazismo. Detto in soldoni, non ho un concetto definito da cui possa muovere un rapporto fra i due soggetti.
    Diversamente ha molto più senso una differente osservazione.
    Avevo intenzione di sollevare anche io la questione Nietzsche.
    A questo punto concordo pienamente con Dimitri (che ringrazio anche per il suo apprezzamento).
    In maniera molto forzata, per niente obiettiva, le parole del tedesco (in particolare Zarathustra) sono state veicolate al solo fine di trovare un referente accreditato per l’ideologia del regime.
    E’ inevitabile porre quindi l’attenzione sul fatto che i due meccanismi (oltreuomo-nazismo e nazismo-Riefenstahl) abbiano molti territori in comune e molte pulegge intercambiabili.
    Estremizzando, o forse esplicando in maniera più obiettiva, trovo invece una correlazione positiva fra la Riefenstahl stessa e Nietzsche. L’aberrazione nazista sul tema dell’oltreuomo veniva a mio parere cancellata dalla stessa propaganda cinematografica firmata dalla regista.
    In maniera ovviamente non voluta la logica hitleriana si coglieva in castagna da sola:
    aveva dimenticato la cosa più importante: l’aspetto umano che Nietzsche avallava.
    A distanza di parecchi decenni, la critica verso l’arte della Riefenstahl è ancora vittima di ingranaggi comuni al nazismo ed a forme totalitarie.
    A mio parere, uno dei presupposti di questo articolo è appunto svincolare, cogliere il fascino –
    parafrasando Nietzsche: “al di là del bene e del male” (in senso lato chiaramente) – della dilatazione spazio-temporale operata dalla Riefenstahl nelle sue immagini e nelle sue sequenze.
    Non è un caso che le ultime righe dello scritto siano queste:
    “Finalmente le forme, colorate e vivaci dell’oceano, non rappresentano che loro stesse (…)
    Forse il suo sguardo diventa finalmente astratto e dei corpi non coglie che l’impressione elementare”.
    Grazie, un saluto.
    Cataldo.

    Perciò

  8. Cataldo Tridico. ha detto:

    scusatemi! il perciò alla fine non ci andava

  9. emmapretti ha detto:

    Lasciando stare il termine ideologia ( non mi sono espressa bene, troppo frettolosamente) quello che volevo dire è che, a mio avviso, l’opera di Newton ( fuggito alle persecuzioni naziste) in realtà si basa sull’estetica della triade bellezza-sesso-potere esaltandone il fascino conturbante e sensuale, quindi appetibile, attraverso immagini patinate e attraenti. Tanto i travestimenti delle modelle quanto le loro pose di fatto diventano un’apologia del “nazismo” popolarmente inteso.
    Al contrario nelle foto di Leni R. l’estetica della bellezza-forza primigenia sfonda la dimensione naturale nel tentativo di raggiungere la fonte di una radice cosmica ( l’universo che tende all’armonia e alla bellezza). Bizzarro scambio di risultati, non credete?
    Questo mi conferma come l’artista non sia mai del tutto padrone della sua opera e di quale direzione essa alla fine possa prendere – di cosa in sostanza l’arte mostrerà della sua anima.

    Una domanda un po’ prosaica e un po’ pettegola: di cosa ha vissuto ( in termini di denaro) la Riefenstahl dalla la fine della guerra in poi?

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