Il cielo stellato sopra di me, un certo subbuglio dentro di me. Considerazioni su di una morale avariata

Dimitri El Madany

Pronipote del meno lascivo Immanuel

Svernati lettori ed averne lettrici de La Rotta per Itaca, ben ricongiunt* a questa mensa dello spirito gentilmente offertavi dalla nostra redazione filosofica. La specialità della casa è, com’è noto, lo spezzatino di idealismo tedesco, ma il menu di oggi ha il suo pezzo forte nel carrello dei bolliti, customizzato per l’occasione e lanciato a folle velocità verso il vostro tavolo. Preparatevi all’impatto, perché seduto a cavalcioni sul suddetto carrello sta, come un fantino del pensiero, il vecchio Emanuele Kant, il quale rimane, con buona pace della salsa verde, uno dei filosofi più importanti della storia. Nonché dei più pallosi.

Ad ogni modo non riteniamo che possiate avere il tempo necessario per rendervi conto della reale rilevanza dell’ottimo Emanuele e nemmeno della sua pur contestabile tediosità, e questo non certo per vostro demerito, bensì perché il carrello dei bolliti sul quale lo abbiamo posto viaggia a velocità folle (più o meno la stessa alla quale viaggerà quel prodigio della tecnica e meraviglia del progresso che sarà il TAV – ma questa è un’altra storia) verso la vostra postazione, non lasciandovi altra scelta se non un repentino scarto laterale onde evitare la fragorosa collisione.

Ecco, proprio questo atletico balzo a latere, frutto di una scelta presa in itinere, ci dimostra ex post la vostra invidiabile forma fisica, in primis per quanto riguarda la prontezza di riflessi (per altro già nota a fortiori), e ci pone ex abrupto di fronte al problema che vogliamo affrontare oggi, ovvero: perché abusare di latinismi senza motivo? Ebbene, non abbiamo una risposta, e siccome ignorantia non excusat, passiamo alla domanda di riserva, ovvero: ma la morale è ancora buona o la buttiamo? Da quanti giorni è in frigo? Non conveniva forse congelarla?

Questi corollari non sono privi di importanza, specialmente per noi che scriviamo e che abbiamo un’insofferenza quasi hitleriana per tutti coloro che, razze inferiori, fanno andare a male le cose, o in generale buttano via il cibo. Da queste parti il bidone dell’umido è qualcosa su cui non si tratta, la tolleranza è zero, non c’è alcun margine di dialogo (un po’ come sulla costruzione di quel miracolo dell’industria e baluardo dello sviluppo che sarà il TAV – ma questa è di nuovo un’altra storia). Ora, se avete lasciato una legge morale in frigo tutti questi giorni e pensate di cavarvela così, gettandola via come fosse una fettina di pollo puzzolente, non avete capito niente. State palesemente violando l’imperativo categorico in tutte le sue formulazioni. Siete caduti in quel madornale errore metodologico che già nell’ambito della Scuola di Marburgo era stato definito come “cercare di fottere il messicano sbagliato”. Si tratta di uno sbaglio molto grave, perché se vi vediamo fare una cosa del genere, noi vi corichiamo di mazzate, senza nemmeno bisogno di dismettere il plurale di maestà.

Ma non perdiamoci in minacce. Questa vi basti, tenetevela lì come se fosse un postulato, proprio come fa l’ottimo Emanuele Kant con le idee trascendentali di dio, anima e mondo. Non serve che andiate a verificare, potete fidarvi sulla parola. E non cercate giustificazioni da pusillanimi del tipo “me la sono dimenticata”, o ancor peggio “pensavo di averla messa nel congelatore”. Non siete credibili. Non ce la date a bere. Voi adesso quella legge morale la fate vostra. Ve la introiettate. Le fate aderire la vostra condotta quotidiana. Insomma, pure che è avariata, ve la mangiate lo stesso.

E poi che succede? Beh, quando uno mangia qualche cosa che non era proprio fresca fresca, ci sta che poi non si senta tanto bene. Era facile per Kant dire la famosa frase: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.” Ma il cielo di Conisberga era molto più terso dei nostri cieli odierni. Non c’erano scie chimiche né lacrimogeni al CS. E la morale dell’epoca era anch’essa decisamente un’altra cosa. Se la masticaste oggi, potreste sentirvi sgradevolmente in subbuglio. Un subbuglio tutto interiore, s’intende. Ve bene le metafore, ma qui si sta a parlare di morale, non di fettine. Che poi abbiate anche qualche problema intestinale, beh in quello la filosofia ancora non vi può aiutare. Tutt’al più quella orientale. In ogni caso è preferibile del riso in bianco.

Ma come mai quella legge, come si dice in gergo filosofico, ve se rimpone? Donde proviene la sua inattualità? Qual è la fonte di questa intolleranza? Beh, basta andarsela a vedere nelle sue tre formulazioni (faziosamente semplificate):

  1. Comportati come se tutti quanti e tutte quante dovessero comportarsi come te;
  2. Non usare gli altri e soprattutto le altre come se fossero oggetti;
  3. Rispetta la natura e, nel dubbio, fai quello che farebbe lei.

Ecco che, come spesso accade, La Rotta per Itaca viene incontro alle vostre preziosissime facoltà mentali, risparmiandovi la lettura (pur consigliabile, naturalmente in originale) della Critica della ragion pratica. Questo perché La Rotta per Itaca è vostra amica. Ricordatevelo quando sarà il momento.

Dunque, leggendo le massime sopracitate si resta un po’ interdetti, ma se andiamo a guardare l’etichetta di questa legge morale troviamo impresso a chiare lettere “da consumarsi preferibilmente entro il secolo XIX”. Ecco spiegato il subbuglio interiore. Ecco perché non ci andava giù. Il punto 1 appare immediatamente del tutto inefficace: al giorno d’oggi con i “come se” non si va più da nessuna parte. La gente non li ascolta. Fanno tutti un po’ come gli pare. E il punto 2? Facile a dirsi, ma riparliamone dopo una cocente delusione d’amore. O magari durante una sbornia. Più una sbornia è categorica, meno lo sono gli imperativi. Il punto 3 poi è il peggiore di tutti: della natura, è lapalissiano, non gliene frega niente a nessuno (a parte qualche residua sacca di resistenza composta da pericolosi terroristi e vecchi fricchettoni – ma questa è per la terza volta un’altra storia). Inoltre, se dovessimo comportarci come fa la natura ultimamente, beh dovremmo possedere la spietata distruttività di Cthulhu. Ma appunto non è cosa da tutti.

Insomma, vedete che la faccenda è tristemente rassegnata. In questa sede, l’unico postulato che ci sentiamo di assumere è che oggi non abbiate grossi impegni. Altrimenti non si spiega perché stiate leggendo questo blog. Magari ieri sera avete fatto tardi, oggi verso mezzogiorno vi siete svegliat* dal vostro sonno dogmatico, avete acceso il computer e vi siete avventatamente mess* alla ricerca di una regola di condotta da adottare quando la sera fate tardi. Avete letto tutta questa sequela di cretinate sperando di trovarci un barlume di saggezza, non dico un gandhiano “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, ma almeno un più modesto “fai come ti senti”. E invece niente. Tutto quello che avete trovato è un carrello dei bolliti con sopra Emanuele Kant. Carne magra come la consolazione.

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Braccia rubate all'agricoltura
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5 risposte a Il cielo stellato sopra di me, un certo subbuglio dentro di me. Considerazioni su di una morale avariata

  1. Franz Bey ha detto:

    Non lasciamoci condizionare dalle contingenze. L’imperativo del buon Emanuele – soprattutto nella prima e originale formulazione – resta una valida bussola anche in tempi di miagolii nel buio.

  2. Fatjona ha detto:

    Parentesi:
    a me è venuto un po’ di mal di testa e un pizzico di tristezza, ti dirò. forse devo cambiare le impostazioni di illuminazione dello schermo.
    Chiusa.
    🙂

  3. Dimitri ha detto:

    Cara Fatjona, dai la colpa al tuo schermo ma onestamente temo che il vero responsabile sia il mio cinismo. In ogni caso grazie della parentesi.

    Venendo invece all’amico Franz Bey, voglio premiare la sua celerità nel commento nominandolo rappresentante primo nonché più insigne del mio prezioso e sparuto uditorio. In altre parole Franz, sei un testa di nicchia.

  4. yuri ha detto:

    Certo DIm, i commenti post partita del Lokomotiv erano un’altra cosa. Ma tutta la verbosa eleganza e la lucida sagacia sono ancora perfettamente intatte. Perdona la davvero casuale interferenza. Speranzoso di addivenire un giorno ad un novello colloquio, ti abbraccio (grandemente).

  5. Dimitri ha detto:

    Immenso Furia! Ricambio l’abbraccio virtuale e la speranza reale di rivederti presto, per rimembrare insieme i tempi che furono, il glorioso (sic!) Lokomotiv e le battaglie nel fango agli ordini di quel grand’uomo venuto da Salonicco, che soleva intimare a gran voce: “Yuriii, facci saliii”…

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