Ongaku no susume #13

Questa volta Ongaku no susume vola in Illinois e Tennessee, e vi parla degli ultimi lavori di Andrew Bird e dei Lambchop.

Stefano Palmieri – Diciamoci la verità: non ci sono ancora novità musicali interessanti in questo 2012, e siamo già a marzo. Di questi tempi l’anno scorso usciva il capolavoro omonimo di James Blake, disco straordinario che ho ascoltato e riascoltato per tutto (ma proprio tutto eh) il 2011. Sarà che ero in un periodo in cui avevo necessariamente bisogno di ascoltare canzoni strappacòre, di quelle che ti fanno stare quasi male come un brano qualsiasi di Cocciante, ma tant’è che un anno fa in questo periodo era già stato pubblicato uno dei dischi dell’anno. Ad oggi, spulciando e rovistando tra siti specializzati, negozi di dischi, riviste, giornali e succedanei niente mi ha veramente colpito. Che poi per carità, magari non ne capisco veramente una sega, ma il mercato musicale ora come ora mi sembra più che fiacchetto. Ovviamente ci sono delle chicche ma niente di nuovo sotto il sole. E allora fuori qualche nome, e se volete segnarvelo a noi de la Rotta ci rendereste orgogliosi: il nuovo disco di Andrew Bird è notevole; se vi piacciono i songwriter americani (avrei potuto scrivere tranquillamente cantautori, ma lasciatemela tirare un po’) e tutte quelle atmosfere che mischiano intimità e piccole cose, politica e natura, semplicità e balle di fieno, fischiettii con la bocca, amore e frustrazione allora credo proprio che faccia per voi. L’album si chiama Break It Yourself ed è uscito giusto due giorni fa per Bella Union / Mom & Pop. A 3 anni dal precedente Noble Beast, il nuovo lavoro è stato registrato in uno studio improvvisato all’interno di un fienile nell’Illinois, vicino alle rive del fiume Mississippi, con un semplice 8 tracce. Andrew Bird a proposito di questa sua ultima fatica musicale ha dichiarato: “E’ un mix di canzoni semplici e concise, con degli assoli selvaggi. Abbiamo iniziato a registrare mentre stavamo ancora imparando le canzoni e sorprendentemente siamo riusciti a registrarle giuste già al secondo take. Penso di essere riuscito ad ottenere una rude, semplice onestà da queste registrazioni”.

Un’altra vera e propria gemma musicale per niente impolverata è il nuovo album dei Lambchop che si chiama Mr. M. Chi sono i Lambchop: originariamente si chiamavano Posterchild, e sono un gruppo che viene da Nashville, Tennessee. Potremmo definire il loro genere “alternative country”, ma vuol dire tutto e non vuol dire niente perché attorno ai Lambchop c’è tutto un mondo misterioso, inesplorato e frastagliato. Se inizialmente il loro genere si poteva benissimo classificare come country, man mano che passava il tempo si delineavano sempre di più delle sfumature post-rock, soul e (passatemi il termine vi prego) lounge. Il sito di musica Allmusic ha detto di loro: “arguably the most consistently brilliant and unique American group to emerge during the 1990s.” E scusate se è poco. I Lambchop non sono mai stati un gruppo con una line up ben definita, ma piuttosto un collettivo molto fluido di musicisti che si alternano attorno attorno al centro creativo della band che è il frontman e songwriter Kurt Wagner (sì, l’ho usato ancora una volta questo termine e allora? Se scrivo cantautore mi viene in mente Guccini e non va bene). Le liriche di Wagner hanno un tratto distintivo molto peculiare: sono estremamente minimaliste anche se hanno un background che non si rifà semplicemente alla tradizione della folk music americana, ma  soprattutto ai musicisti soul come Barry White, Curtis Mayfield e Marvin Gaye, giusto per fare qualche nome. Ma ritorniamo al loro ultimo album, Mr. M: giusto per fare un po’ di gossip, questo lavoro è dedicato a Vic Chestnutt, amico intimo dei Lambchop. E’ un disco bellissimo ed emozionante, molto melanconico. Come ha scritto Mike Powell di Pitchfork, l’ultimo lavoro di Kurt Wagner e soci suona “like something from an old Disney movie”. Vi servono ancora altre parole per cominciare ad ascoltare questa meraviglia? Non credo proprio.

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