Nazim

Nazim Hikmet, poeta turco (Salonicco, 1901 - Mosca 1963)

di Matteo Antonin

Quanti anni sono ormai passati da quando vedesti per l’ultima volta la riva del Bosforo o i colori accesi dell’Anatolia?

Troppi.

E tu sai che non li rivedrai più quei colori, né le acque insidiose dell’Ellesponto, sulle quali in un tempo lontano si infransero i sogni di gloria del grande re persiano Serse.

Mai più.

Fa male guardarsi indietro, Nazim? O, nonostante tutto, ci credi ancora nella forza dell’uomo? Come quando – incarcerato e terrorizzato dall’idea di non vedere più Mehmet, il tuo bambino – gli scrivesti comunque, in una lettera piena d’amore e fiducia,

credi al grano al mare alla terra

ma soprattutto all’uomo.

Ci credi ancora, Nazim?

Ne sono passati di anni…

Ti ricordi quando eri bambino, a Salonicco? Una volta hai detto, ricordando quei tempi: «In casa mia, la poesia era sugli altari…» Il nonno ti leggeva i componimenti dei poeti sufi dell’Islam, i dervisci che roteano alla ricerca dell’estasi; la mamma ti leggeva Baudelaire e i poeti francesi, il papà ti parlava dei poeti turchi contemporanei… Che cosa potevi diventare, se non un poeta?

Ma mica uno di quelli staccati dal mondo, arroccati nella loro algida e austera fortezza di intellettuali , no… tu volevi parlare del tuo popolo, e soprattutto al popolo.

Così sei partito e ti sei unito a Mustafa Kemal nella lotta dei turchi per l’indipendenza… Avevi solo 18 anni…

Fu allora che per la prima volta li vedesti, i contadini dell’Anatolia: stavano sempre col capo chino nella polvere, quando da bambino passavi nella carrozza dei tuoi nonni ricchi e importanti. Il loro volto povero ma fiero non lo avevi mai visto. Ma col tempo imparasti il loro linguaggio, cantasti insieme a loro della loro miseria e della loro ribellione…

Ripensi mai ad Atatürk, il “padre di tutti i turchi”? Dopo aver vinto la guerra contro gli occupanti, divenuto Presidente della neonata Repubblica Turca, s’è mangiato un bel un po’ di promesse, non trovi…? Aveva paura, Nazim, perché a due passi dalla Turchia una grande rivoluzione popolare aveva preso il potere, e così ha preso i suoi provvedimenti: repressione, censura, controllo, polizia, isolamento, assassinii dei dirigenti del Partito Comunista Turco. La vostre strade si sono presto divise e, chissà come, ti sei ritrovato ad Ankara a fare l’agitatore, ad aizzare gli operai alla rivolta, a recitare versi rivoluzionari nei caffè e nei cantieri.

“Vattene, cambia aria”, ti aveva detto il padre dei turchi, l’amico di un tempo, che sapeva che la polizia ti teneva d’occhio. E tu sei partito, ma non per uno sperduto villaggio a fare il maestro elementare, come lui ti aveva consigliato, bensì per Mosca, dove ti sei iscritto al KUTV, l’Università comunista dei lavoratori dell’Oriente.

Era il 1921. Che anni quelli!

Mosca era il fulcro esplosivo della cultura nuova, della nuova arte del popolo… A Mosca accorrevano giovani artisti e rivoluzionari da tutto il mondo per conoscere la nuova poesia, il nuovo cinema, il nuovo teatro…

E quando portasti sulla spalla il feretro di Lenin insieme agli altri compagni? Quanta commozione quel giorno… Fu forse questa grande emozione che ti fece decidere di tornare in patria, Nazim? La voglia di intraprendere una nuova battaglia, il desiderio di lottare con il tuo popolo?

Fatto sta che tornasti, e questa decisione ti costò cara: una condanna in contumacia a 15 anni di carcere per attività politica illegale, mentre tu ti nascondevi a Smirne, in una tipografia clandestina. Poi tornasti in Unione Sovietica, e poi di nuovo in Turchia, dove venisti arrestato di nuovo per 7 mesi. Ti liberarono di nuovo, ti arrestarono di nuovo: perché non sei scappato per sempre quando ne hai avuto l’opportunità?

Ti mancavano troppo la riva del Bosforo e la tua amata Anatolia? Non li rivedrai più, Nazim.

Quando ti arrestarono di nuovo, nel 1932, con l’accusa di offesa alle istituzioni e complotto contro il governo, l’accusa chiese la pena di morte. Volevano liberarsi di te, vecchio testone ostinato e cocciuto…E tu no, nemmeno con altri 5 anni di carcere ti sei dato per vinto. Anzi, hai scritto a Mehmet quella lettera malinconica, ma piena di speranza nella vita e nell’uomo.

Come facevi a credere nella vita, rinchiuso in un luogo di morte? Come facevi a credere nell’uomo, ridotto ad animale braccato per mano di altri uomini? Eppure scrivesti:

 non ci si può saziare del mondo

Mehmet

non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra

come un inquilino

oppure in villeggiatura

nella natura

vivi in questo mondo

come se fosse la casa di tuo padre

credi al grano al mare alla terra

ma soprattutto all’uomo.

Uscisti di prigione nel 1933, proprio mentre il cancro del fascismo e del nazismo corrodeva l’Italia e la Germania. E tu scrivesti, ostinato, versi di ispirazione antifascista: la galera non ti aveva insegnato proprio niente!

Il poema in memoria di un ragazzo etiope fucilato dai fascisti, lo ricordi? Suscitò le ire dei diplomatici italiani…! E il poemetto Alle porte di Madrid, inno alla resistenza contro l’avanzata del fascismo internazionale, quello nemmeno te lo fecero pubblicare… Ma lo leggevano tutti comunque, sai? Passava di mano in mano, in copie scritte a mano o dattiloscritte, tra i volontari, tra i soldati e i marinai, tra coloro che hai descritto così, con intense parole, mentre alle porte di Madrid difendevano la libertà:

Davanti a te hai l’armata dei nemici,

che è venuta per uccidere

tutto quello che c’è di più bello:

la libertà,

il sogno,

la speranza

e i ragazzi.

Quando trovarono il poema nascosto tra le brande dei soldati, ti accusarono – per l’ennesima volta – di istigazione alla rivolta. Chiesero 20 anni.

Ma sai cosa diceva di te, naturalmente in privato, Atatürk, il tuo vecchio amico ai tempi del movimento dei Giovani Turchi, ora divenuto nemico? “È il più grande poeta turco. Peccato che sia comunista!” Ma a quei tempi lui era appena morto, e non poteva più proteggerti…

Ti incarcerarono a Bursa, ma tu non smettevi di scrivere. Ti tolsero la matita e la carta, perché le parole sono pericolose come pietre pronte ad essere scagliate, e tu allora costruivi i versi a mente e li facevi imparare a memoria a chi veniva a trovarti, in modo che li potesse trascrivere in seguito sulla carta.

Qui, imprigionato, hai scritto una delle tue poesie più belle, nella quale intrecci malinconia, amore, nostalgia, lotta, speranza, vita:

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

che tu venga all’ospedale o in prigione

nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,

sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

quante volte hanno pianto davanti a me

son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,

nudi e immensi come gli occhi di un bimbo

ma non un giorno hanno perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

che s’illanguidiscono un poco, i tuoi occhi

gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:

allora saprò far echeggiare il mondo

del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

così sono d’autunno i castagneti di Bursa

le foglie dopo la pioggia

e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

verrà giorno, mia rosa, verrà giorno

che gli uomini si guarderanno l’un l’altro

fraternamente

con i tuoi occhi, amor mio,

si guarderanno con i tuoi occhi.

Dopo 13 anni consecutivi di prigionia ti hanno liberato, ma ti avrebbero arrestato di nuovo presto. Scegliesti l’esilio; non ancora soddisfatti ti tolsero anche la nazionalità turca. Scappasti in quella Mosca che ti aveva accolto tanti anni fa, che definisti bianca città dei miei sogni più belli.

Ma il tempo era passato, tanti sogni si erano infranti, tante porte di tante prigioni si erano chiuse, i tempi del teatro rivoluzionario erano terminati, e nemmeno Mosca era più la stessa.

In fondo l’esilio non è soltanto un altro tipo di carcere, Nazim?

La prigionia ti ha distrutto il cuore, ma non ti ha tolto la curiosità per il mondo: hai viaggiato fino alla fine, e scritto poesie fino alla fine, senza mai dimenticare il tuo amato paese, così come il tuo popolo adorato.

Poi un giorno quel cuore malato smise di battere, e tu te ne andasti, dopo aver scritto un ultimo, profondo, inno alla vita:

Prendila sul serio [la vita]

ma sul serio a tal punto

che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perche restino ai tuoi figli

ma perché non crederai alla morte

pur temendola

e la vita sulla bilancia peserà di più.

 * * * * *

In Turchia fino a pochi anni fa i libri di Nazim Hikmet erano illegali e il solo nominarlo o citare i suoi versi era considerato reato.

Informazioni su matteo

Sofista contaballe, stakanovista dell'otium, luddista oscurantista.
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2 risposte a Nazim

  1. consu ha detto:

    un tributo denso di commozione; suona come un ricordo, ma la persona ringraziata con tali parole non è stata mai conosciuta in carne ed ossa… questo omaggio è esempio concreto di come l’amore per l’uomo -che si fa arte, di poesia in questo caso- generi figli anche nelle distanze…

  2. Pingback: DROMOMANIA: Omaggio alla Turchia | La rotta per Itaca

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