Questo nulla non ci annullerà: immagini della città nelle liriche dei Colle der Fomento 2/2

Presente, passato, ricordo e narrazione 

Nella prima parte di questo piccolo “studio” sulla rappresentazione della città nelle liriche dei Colle der Fomento era emerso come la dimensione urbana si configurasse non solo in termini scenografici ma anche con le fattezze di un vero e proprio soggetto collettivo capace di esprimere una dimensione pienamente esistenziale.

Sarà pertanto sulla scorta di questo primo risultato che si darà seguito all’analisi concentrando l’attenzione sul ruolo che la città di Roma riveste nei testi dei Colle der Fomento. Ci si concentrerà in particolare sue due canzoni: “Rm Confidential”, tratta da Anima e Ghiaccio (2007) e “Il Cielo su Roma”, che fa invece parte di Scienza Doppia H (1999).

“Rm confidential” richiama nel titolo il celebre romanzo di James Ellroy – “L.A. Confidential” – e si inserisce pienamente in quel filone di critica della città come dispositivo di controllo, capace di produrre soggettività a partire dalla strutturazione dello spazio, che si era individuato nella prima parte di questo lavoro. Questa dimensione emerge diverse volte lungo il testo, ad esempio nella prima strofa Danno canta:

 “Dissociato in ogni singola molecola/sto dall’altra parte di ogni posto al lato opposto di ogni regola/mando all’aria piani sblasto giuramenti e patti/perché troppi con le bende sugli occhi e nelle orecchie i tappi/è una città de preti e de coatti paralizzata che se move a scatti/controllata in cielo da elicotteri/e in terra giù da blocchi di carabinieri finanzieri e poliziotti”

Ma di questo aspetto si è già parlato e ora è tempo di passare a riflettere su altri aspetti della poetica dei Colle der Fomento. Prima di muovere oltre si farà notare come la città di Roma venga trattata a tutti gli effetti come come un personaggio dotato di una sua identità: nella strofa cantata da Masito, infatti, si dice che “Roma paranoica nun te guarda manco”. La città qui si trasforma in un soggetto della narrazione che non soltanto viene qualificato con un aggettivo (Roma è paranoica1) ma è in grado, con la sua azione (“nun te guarda manco”) di negare la dimensione esistenziale ai propri interlocutori2. La città di Roma è dunque un ambiente che, nella dimensione quotidiana, si dimostra ostile o, al limite, indifferente rispetto alle esistenze di coloro che vivono entro i suoi confini. L’ultima strofa della canzone, cantata da Supremo 73, esemplifica perfettamente questa dimensione:

 “Ogni strada porta in grembo il suo segreto/c’è poco tempo pei sogni qua se bada al concreto/la Roma che vedo e vivo ogni giorno ogni mattina/poco s’avvicina a quella de na bella cartolina/la storia regala er Colosseo e San Pietro/la vita ogni baretto e ogni banchetto der mercato che c’hai sotto/er barbiere sa tutto der vicinato/eccola un’altra socera co la chiacchiera che bolle in pentola/la gente qua non mormora/strilla per fassee e fatte sentì/attenta e pronta alla replica se c’hai da ridì/zì ce trovi poco da imbastì”

Si trova in questo frammento uno snodo problematico di particolare importanza, infatti la strofa oppone in maniera abbastanza netta due differenti dimensioni temporali: il passato e il presente. Il primo è rappresentato dall’evocazione della Storia nei suoi segni più evidenti: il Colosseo e San Pietro, i simboli di quella Roma-da-cartolina che l’io parlante oppone alla Roma “che vedo e vivo ogni giorno ogni mattina”. Alla maestosità dei monumenti, veri e propri attributi della città che testimoniano il suo passato, si contrappone la dimensione esistenziale e quotidiana degli abitanti, quella microstoria su cui si fonda il senso di comunità (“er barbiere sa tutto der vicinato”) costantemente minacciato dai dispositivi di soggettivazione e controllo prodotti dalla città (la dissociazione evocata da Danno nella strofa citata poco sopra).

La Roma cantata in “Rm confidential” è pertanto una città vissuta nella sua dimensione quotidiana e soprattutto attuale, che si costruisce in opposizione a un passato che è sia quello storico, sia quello esistenziale e nostalgico del “bei tempi andati”. A proposito di quest’ultima affermazione si deve guardare al ritornello, che recita:

 “RM confidential dove se becco quarche amico ar giro ormai è solamente coincidenza/Roma paranoica dove la gente vive e si trascina solo per sopravvivenza/RM confidential dove se becco quarche svorta ar giro ormai è solamente coincidenza/Roma paranoica dove conta solo la facciata conta solo l’apparenza”

 L’avverbio “ormai” viene usato per indicare come le situazioni positive legate alla dimensione urbana (l’incontrare un amico per caso e l’imbattersi in una “svorta”, cioè in una situazione inaspettata e positiva, capace di cambiare il senso di una giornata) siano diventate semplicemente delle casualità (coincidenze) contrariamente a quanto si suppone accadesse in precedenza.

Ma in quale spazio-tempo poteva avere luogo questa positività che si vuole ormai perduta?

Sarà per rispondere a questa domanda che si chiamerà in causa la canzone “Il cielo su Roma” tracciandone una linea di continuità con “Rm confidential”.

Se nell’articolare una dialettica tra due diverse temporalità (presente e passato) “Rm confidential” appare decisamente ambientata nel presente, ne “Il cielo su Roma” si verifica una situazione contraria e la temporalità della canzone sembra concentrarsi sul passato.

Anche in questo caso vi è una tensione tra l’io narrante che vive la città e la dimensione soggettiva che quest’ultima assume nei suoi confronti, diventando a tutti gli effetti un personaggio della narrazione. Così è infatti nella prima strofa:

“Esco di casa e ci sto dentro, la mia città grande quanto grande il mondo/a volte mi ci perdo non la conosco fino in fondo/eppure so quanto Roma capoccia è splendida al tramonto/per molti un vanto/riflessa nello specchio dei negozi persa in mille vizi, troppi pezzi troppi palazzi/mille facce mille storie mille volti hai giurato ma alla fine poi ti scordi qualcuno te lo scordi/se lo perde per la strada ma Roma se ne frega in cambio dà la notte che ti invita/fredda che quel freddo ti rimane a volte così calda che quel freddo te lo fa scordare/così viziata e vissuta nello stesso tempo insegna quante volte ch’ai da esse svelto/troppe volte ha visto l’amore fasse rosso su una lama de cortello/ma dimmi quante volte hai visto il cielo sopra Roma e hai detto quant’è bello/viettelo a vedè dall’alto/scavalca il muro al foro e viemme accanto/eccola e stasera non farà la stupida darà le mejo stelle la mejo luna che me illumina”

In questa strofa viene anticipata la complessità costitutiva (mille vizi, mille facce, mille storie, mille volti) della città che verrà resa esplicita più avanti, in particolare nella strofa che chiude la canzone:

“Roma la città eterna non scende a patti/la Roma dei coatti le comitive sui muretti, le borgate la periferia i palazzi/la Roma degli sguardi che finiscono in scazzi/nei cortili qualcuno sta vendendo qualcuno sta comprando/una sirena e stanno già scappando/via di qui tocca dasse al più presto più presto per lasciare un segno in mezzo a tutto questo/la Roma dei romani de Roma de chi la vede pe la prima e ce se innamora/la Roma bene acchittata che pe acchittasse paga/le sale giochi la mattina coi pischelli che hanno fatto sega/il fronte i fasci il forte gli autonomi le situazioni brutte di notte stazione Termini/il bionno Tevere il cielo sopra Roma che non smette mai de vivere”

Ad affiorare direttamente in questa strofa è la dimensione collettiva della città che è sintesi di tutte le soggettività che la animano e che nella rappresentazione dello spazio urbano delineata nei testi dei Colle occupa un posto di rilievo.

Ma che ruolo gioca questa nebulosa di immagini rispetto a quella dialettica tra le temporalità che è al centro dell’analisi che si sta conducendo? Se “Rm confidential” si concentrava sul presente, sulla vita quotidiana nella città e sulle strategie di sopravvivenza messe in atto dai suoi abitanti nel resistere al dispositivo di controllo, il “Cielo su Roma” si concentra di più sul passato, come appare chiaramente nella seconda strofa:

“Nato in mezzo al fiume della mia città nel cuore della mia città/chi nasce qua qua ci resta, la gente vive nel posto nel quale abito/intorno a me ma non ne vive neanche un attimo/n’adà passà d’acqua sotto sti ponti/prima che si risolvano e ritornino i conti/quante ne ho viste vissute o ne ho fatte sotto questo cielo giorno e notte/l’ho attraversata col motorino da parte a parte o in metropolitana sotto il suolo sottostante/la sua forma è la mia forma, la Roma di chi se ne va ma che tanto poi ritorna/tanti scenari da film per chi si ama quante fontane per bere/in ogni angolo di Roma/negli anni ottanta si girava con lo special cinquanta/qualcuno ci aveva messo il centoquaranta/i ciaetti che facevano una piotta e trenta e storie del genere/le cose grosse più le piccole per crescere/in mezzo a questo sotto questo cielo vivo ed un motivo ce sta se lo scrivo”

Comincia ad apparire chiaramente come la temporalità che domina la canzone sia il passato declinato in particolare nella sua dimensione di ricordo. La nebulosa di immagini che appaiono lungo tutta la canzone si genera dunque per effetto di un invito a ricordare che costituisce il nucleo attorno a cui si struttura il senso dell’intera canzone. Ma si potrebbe, a questo punto, dire di più e cioè che il ricordo è la dimensione temporale attorno a cui si struttura una parte della poetica dei Colle der Fomento, poiché è questa la dimensione in cui emerge la positività del tempo passato in relazione allo spazio urbano.

Quello che nella quotidianità non è altro che un dispositivo di controllo che agisce attraverso l’atomizzazione delle esperienze individuali, nel ricordo, e di conseguenza nella narrazione capace di metterlo in forma, schiude la sua complessità costitutiva.

Ancora una volta, la memoria e la sua messa in forma si configurano come imprescindibile atto di resistenza, postura radicalmente critica capace di mettere in discussione le relazioni di potere che abitano ognuno di noi.

Il ritornello de “Il cielo su Roma” sta lì fisso a testimoniare questa dimensione:

“E’ nella testa/tutto qua tutto qua/comunque resta/tutto qua tutto qua/E’ nella testa/tutto qua/restano le mejo stelle solo le mejo che dà/E’ nella testa/tutto qua tutto qua/comunque resta/tutto qua tutto qua/E’ nella testa/tutto qua/tutto quello che mi serve sotto il cielo della mia città”

1Anche in questo caso, come per il titolo della canzone, siamo di fronte a un richiamo ben preciso, nello specifico a quell’Emilia paranoica cantata dai CCCP di Giovanni Lindo Ferretti.

2Sul ruolo del ri-guardare come gesto capace di dare consistenza al soggetto nel suo rapporto con l’Altro ha scritto pagine importanti il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, in particolare nel suo ultimo, incompiuto, lavoro Il visibile e l’invisibile.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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