Dio è morto, anzi no

di Dimitri El Madany
 

AVVERTENZA: il seguente post sembra scritto da un mentecatto e potrebbe offendere la sensibilità delle persone particolarmente religiose, ma anche dei bravi studiosi di filosofia, nonché degli appassionati di zombie. Ciò non è in alcun modo intento dell’autore, il quale anzi, a scanso di equivoci, si dissocia da se stesso (anche a livello psicopatologico). Se ciò non vi torna a genio, è meglio che vi fermiate o leggiate qualche cos’altro. Se invece la cosa vi sfagiola, o ancor meglio se non ve ne cale minimamente, procedete pure.

Stimabili lettori e prima facie inestimabili lettrici de La Rotta per Itaca, ben ritrovate in questo spazio di lettura emancipato ma nondimeno un po’ all’antica – come recita quel vecchio adagio della réclame: fermamente contrario al logorio della vita moderna.

Quest’oggi torniamo a occuparci di filosofia, materia in cui indubitabilmente è reperibile un certo qual diletto. Non lo facciamo tuttavia a guisa di seriosi accademici (poiché non ne saremmo in grado e inoltre il diletto si farebbe vieppiù difficile da reperire), bensì alla maniera tipica dei buzzurri di periferia. Ciò poiché è nostro programmatico intento parlare al cosiddetto “uomo della strada”, perseguendo così una precisa scelta politica. Che poi lui, l’”uomo della strada”, ci capisca o meno, beh questo è un problema che esonda dagli argini della nostra responsabile competenza, ma possiamo certo facilmente immaginare che non ci capirà una beata acca, specialmente se la strada in questione è fortemente trafficata e l’uomo si trova sul marciapiede dall’altra parte. Ma tant’è, di questo pover’uomo torneremo a parlare un’altra volta, veniamo ora piuttosto al tema del nostro odierno appuntamento, ovvero “la morte di dio”.

Chi non ne avesse mai sentito parlare non si spaventi: pur essendo alle prese con un decesso, la situazione non è poi così grave. Ma soprattutto non è come sembra. Per farvi un idea di che si tratti, potete partire giusto da questo recente post del nostro Matteo, in cui la questione è accennata nei modi che merita, al contrario della presente sede, ove invece l’affronteremo con irriverente spirito parodistico, non senza qualche forzatura demenziale. Postulando che abbiate dato un’occhiata anche a Wikipedia, si darà qui per scontato il fatto che maneggiate il tema con la dovuta scioltezza, o che almeno abbiate scoperto che Nietzsche si scrive Nietzsche e non Nice – il che, a nostro modo di vedere, è già un notevole punto di partenza. Ebbene, procediamo.

Dunque Nietzsche scrive che dio è morto. In realtà nulla di nuovo, visto che anche la Bibbia dice lo stesso. Solo che quest’ultima aggiunge un dettaglio non da poco: vi è scritto infatti che dio – per la precisione una sua componente ponderata intorno al 33,3 % – sarebbe anche risorto. Certo voi sapete bene che i testi sacri narrano non pochi aneddoti scientificamente opinabili (uno su tutti, quello del muto che dice al sordo che un cieco li sta spiando, e poi tutti e tre si alzano e camminano), ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto che, se uno muore e poi ritorna in vita – e qualcuno lo vede e magari lo saluta pure – siamo inequivocabilmente di fronte a un caso di avvistamento di zombie.

Eccolo, il nocciolo della questione. Ecco la filosofia che finalmente torna a essere una disciplina di largo respiro, in barba a Wittgenstein (“su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”) e a tutti gli analitici senza cuore, che la vorrebbero appiattita alle materie quelle “vere”, denigrata e fatta serva, ancilla scientiae in un mondo senza più il coraggio della metafisica. E invece no, noi di questo coraggio ne abbiamo da vendere. La filosofia non ci sta, e torna prepotentemente a parlare di quei temi che le sono squisitamente pertinenti, e che già il vile Kant aveva messo tra parentesi con troppa facilità: temi come dio, appunto, l’anima e il mondo, ma anche la vita, la morte, e soprattutto gli zombie.

Dunque, dicevamo, con Federico Nietzsche il nichilismo europeo del secolo decimonono mette in discussione l’idea di dio come essa era andata consolidandosi nella tradizione occidentale: l’idea biblica di un dio che muore e poi risorge, e quindi è sostanzialmente un non-morto, ovvero uno zombie. Con la sua solita verve profetica, Nietzsche sembra dire a tutti: «Razza di babbioni, guardate che dio è schiattato per davvero, mica va in giro come un morto che cammina». Alla luce di una simile lettura, perdono di consistenza le accuse di irrazionalità ripetutamente mosse al baffuto pensatore nel corso della storia. Anzi, parrebbe proprio una persona ragionevole. Certo rimane ancora quella storiaccia del cavallo, ma se anche i fascisti possono scoprirsi animalisti, da che pulpito vietarlo all’ottimo Federico? Ma non andiamo fuori tema. Tornando alla questione che ci preme, non possiamo sorvolare sul fatto che la posizione di Nietzsche rimanga colpevolmente parziale. Il suo slancio nichilistico è potente e anche sincero, ma rimane irrimediabilmente incompleto. Egli si arresta alla pars destruens, senza procedere con una pars construens degna della precedente: non riesce a riempire il vuoto creato dalla consapevolezza che dio non sia uno zombie, e ci lascia così in un orizzonte di senso fortemente aporetico, che in gergo filosofico è detto anche “braga di tela”.

Onde raccapezzarci, è il caso di fare qualche piccolo passo a ritroso nella storia della filosofia e della cultura occidentali, più o meno una quarantina d’anni prima del vaticinio nietzscheano, fino a imbatterci nell’opera di Ludovico Feuerbach. Tenendoci stretta la concezione tradizionale della non-morte di dio, apriamo l’Essenza del Cristianesimo (1841). In essa il buon Ludovico sostiene che il divino sia una proiezione della nostra mente, ovvero che l’uomo abbia creato dio e non viceversa, come invece era parso fino a quel momento. Ecco, questa è una visione del problema molto più condivisibile rispetto a quella radicale di Nietzsche, almeno a nostro modesto parere. Feuerbach non mette in discussione la concezione tradizionale di dio come non-morto, bensì la riconduce alla sfera della creatività umana, alla dimensione mitopoietica della fantasia. A essa appartengono indubitabilmente i non-morti, e secondo Feuerbach a essa appartiene anche dio, ancor di più se si tratta di un dio non-morto, e quindi zombie. La lettrice attenta avrà già capito dove stiamo andando a parare.

Facciamo un ulteriore passo indietro nella storia della cultura, questa volta basta un quarto di secolo, e vediamo cosa accade nel 1818. In quell’anno viene dato alle stampe Il mondo come volontà e rappresentazione di Arturo Schopenhauer, che come probabilmente sapete era un uomo molto triste, ma in questa sede né lui né il suo libro ci interessano minimamente. Quello che ci interessa è invece un romanzo, che secondo svariati intenditori segna niente popò di meno che l’inizio della modernità. Stiamo parlando ovviamente di Frankenstein, o il Prometeo moderno, di Maria Shelley.

La bella Maria, che non a caso era figlia di due filosofi, affronta la questione della non-morte di dio in maniera del tutto originale. Pur a sua insaputa, ella coglie con largo anticipo le intuizioni che poi avranno Feuerbach e Nietzsche. Calcolate che, quando esce Frankenstein, Ludovico Feuerbach è un teenager tutto casa e chiesa, ben lungi dall’andare in giro sostenendo che la faccenda di dio sia mera opera di fantasia. In quel medesimo momento, il babbo di Federico Nietzsche, l’ottimo Carletto, non è che un bambino, del tutto ignaro del fatto che da grande diventerà un pastore protestante e suo figlio getterà il mondo nel panico, millantando che dio sia morto per davvero. Noi invece, che seguiamo questa evoluzione del pensiero occidentale con il privilegio della retrospettiva, sappiamo tutto ciò e anche di più, e non vediamo l’ora di bullarcene con gli amici.

Ma non divaghiamo. Che cosa hanno dunque a che spartire il mostro del dottor Frankenstein e la non-morte di dio? Beh, mettendo insieme le farneticazioni raccolte finora, il prossimo passo risulta fin troppo facile. Il dottor Frankenstein dà la vita alla materia morta, ovvero crea un non-morto che se ne va in giro sulle proprie gambe, un mostro che è l’antesignano di tutti gli zombie a venire. Ma questo è esattamente lo schema entro cui Feuerbach descriverà il procedimento religioso: secondo il vecchio Ludovico, dio è sostanzialmente uno zombie creato dall’uomo – e cos’altro è il mostro di Frankenstein, se non appunto uno zombie creato dall’uomo? Dobbiamo dedurre che il mostro di Frankenstein sia dio? Dobbiamo interpretare il fatto che esso venga composto con parti di diversi cadaveri addirittura come un barlume di pluralismo religioso?

E come la mettiamo con Nietzsche? All’interno di questo schema interpretativo, il nichilismo nietzscheano entra a gamba tesa sostenendo che in realtà il mostro di Frankenstein sia morto per davvero. Ma noi sappiamo che il romanzo si chiude con l’immonda creatura che desidera sì la morte, eppur non muore. Shelley ci dice soltanto che il mostro prende la via del polo, deciso a uccidersi. Ma come può morire chi è già morto? Qui fa scuola la rinomata querelle sul destino dei Nazgul: a meno di rarissime eccezioni, chi è già morto una volta non può farlo di nuovo. Dispiace, ma è così. Ancora una volta l’orizzonte di senso proposto da Federico Nietzsche, pur essendo di fondamentale importanza per una schietta critica dei valori consolidati, ci appare incompleto e difficilmente difendibile. Molto più difendibile l’abbracciar cavalli.

Ma tant’è, il buon Federico all’epoca de La gaia Scienza (1882) – il libro in cui si parla della morte di dio – stava vivendo una fase di transizione, e il suo pensiero sarebbe maturato ancora molto, prima di approdare all’animalismo radicale degli ultimi giorni. Non è il caso di fargliene una colpa, così come da pari non è il caso di esaltare troppo Ludovico Feuerbach. Le posizioni di questi due grandi pensatori sono certo distanti, ma entrambe ci possono aiutare a vedere dio in maniera nuova, nonché a leggere Frankenstein in una luce diversa.

Il tema degli zombie è, a detta di molti degli addetti ai lavori, uno dei grandi temi della filosofia contemporanea, insieme agli alieni e naturalmente ai lupi mannari. Vorremmo poter trarre delle conclusioni, ma invece, come sempre accade quando di mezzo c’è la filosofia, alla fine della fiera le idee sono ancor più confuse di quanto non lo fossero all’inizio, e le domande invece di trovar risposta si moltiplicano senza posa. Per esempio: se abbiamo pattuito – ormai è pacifico – che dio sia uno zombie, allora viene da chiedersi se gli zombie abbiano o meno un loro dio. In caso di risposta affermativa, seguendo una certa logica si riterrà che questo dio sia un umano. È qualcuno che conosciamo? Sarebbe importante saperlo: se domani arrivasse l’invasione degli zombie e il loro dio fosse tra di noi, beh sarebbe un bel vantaggio strategico averlo come amico. Sempre che – altra questione di non poca rilevanza – gli zombie credano nel loro dio. E se avessero avuto anche loro un nichilista come Nietzsche, che li ha convinti che dio è bell’e morto? Anche postulando che il loro dio sia un uomo e che stia dalla nostra parte, sarebbe del tutto inservibile contro degli zombie nichilisti.

Insomma, vedete care lettrici che il problema è ben più vasto di quanto s’è visto finora. Noi speriamo di avervi fornito con sufficiente chiarezza gli strumenti per proseguire da voi quest’importante indagine. Vogliamo sperare che lo facciate, e vogliamo soprattutto sperare che l’uomo della strada sia riuscito ad attraversare e abbia apprezzato il nostro coraggio nell’affrontare simili spinosissime questioni. Torneremo presto ad affrontare questi grandi temi del nostro tempo, sempre che non arrivi prima l’olocausto zombie. In quel caso, che dio ci aiuti!

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3 risposte a Dio è morto, anzi no

  1. Giorgiopan ha detto:

    33% ponderato!! Che direbbe Agostino!! E’ come dire che john paul george e ringo erano ognuno il 25% dei Beatles!
    Ps. Chissà se il cavallo che nitriva ogni volta che si nominava la baronessa Frau Blücher era quello di Nietzsche….. 😉

  2. Dimitri ha detto:

    Agostino inorridirebbe, non meno del vero Paul… 😉

  3. Ludwig ha detto:

    L’uomo della Strada ha capito tutto 😉

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