Ongaku no susume #10

Di malattie e di dischi appena scoperti ma purtroppo già dell’anno scorso

Stefano Palmieri – Allora, mettiamo bene le cose in chiaro. Siamo al decimo post di Ongaku no susume, il primo del 2012. Tutto molto bello no? Si poteva fare un’apertura coi fiocchi, e invece sfiga ha voluto che in questi giorni il sottoscritto abbia avuto l’otite. Molti di voi sanno di cosa sto parlando, passato il dolore ti rimane un fischio quasi perenne nell’orecchio che risulta praticamente ovattato. Come avere un flauto fisso su una nota stridula che non vuole saperne di smettere di produrre questo suono fastidioso. Sarà per questo motivo, sarà perché in questo scorcio di anno non sono usciti album degni di nota (almeno per quanto mi riguarda) non ho avuto il modo di ascoltare della roba nuova. Ma una soluzione a tutto questo c’è: ho scoperto (parolone) a dicembre un disco veramente interessante, di un produttore hip hop e jazz che si chiama Oddissee intitolato Rock Creek Park. Lui, Oddisse, è nato a Washington DC ed è cresciuto nel Maryland; è metà sudanese e mezzo afro-americano e ha ereditato un talento musicale da tutto l’albero genealogico. Ha lavorato per la Touch of Jazz studios, dove ha avuto modo di acquisire un background musicale abbastanza eclettico e ben assortito. Ha cominciato a collaborare con artisti hip-hop nel 1999, gente del calibro di Gary Shider, Funkadelic, DJ Jazzy Jeff, Talib Kweli, J-Live, Asheru, Little Brother, Freeway, Raekwon, Apollo Brown, Saigon e molti altri. Ora ha firmato con Mello Music Group, dove ha cominciato a produrre suoni unici impossibili da ignorare. Ha uno stile peculiare Oddissee e incredibilmente affascinante.

Rock Creek Park è sia il titolo dell’album che il nome di un noto parco di Washington DC. Il perché di questa scelta ce lo spiega direttamente Oddissee: “E’ da sempre uno dei miei posti preferiti, invecchia con te e si adatta alla tua vita. Quando ero più giovane ci andavo per scalare le rocce, andare in bicicletta e fare avventure fantastiche nei boschi. Era un posto in cui giocavo a basket e facevo il barbecue con gli amici. E’ il mio rifugio. Questa relazione intima con il parco mi ha spinto a creare un intero album ispirato a questo posto, come se dovesse essere una specie di colonna sonora che raccontasse le persone e i luoghi che ne fanno parte. E’ la mia interpretazione di Rock Creek Park, composta da beats, campioni e suoni strumentali registrati dal vivo. ”

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