Questo nulla non ci annullerà: immagini della città nelle liriche dei Colle der Fomento 1/2

di Flavio Pintarelli

Premessa (siamo tutti coinvolti)

Scrivo questo post poche ore dopo aver assistito all’intenso concerto tenuto a Trento presso il CSO Bruno dai Colle der Fomento, storica band della scena hip-hop romana. Avendo ancora nelle orecchie il suono della serata e nelle vene l’adrenalina dovuta all’energia profusa sotto il palco, probabilmente quanto scriverò non sarà del tutto scientifico e metodologicamente corretto. Ciò che proverò a fare è un’analisi di alcuni testi della band legati all’immagine della città, per farlo utilizzerò gli strumenti messi a disposizione dalla semiotica, ma se il tentativo avrà successo sarà il lettore a deciderlo.

Attivi dal 1994, i Colle der Fomento (Danno, Masito e DJ Baro) rappresentano una delle più solide e credibili realtà del panorama hip-hop italiano. Fedeli alla loro attitudine underground, pur avendo goduto di buona fama in certi periodi, non hanno mai assecondato lo spirito del tempo, e non si sono votati a quel dio Tamarro che a suon di pistole e a botte di cocaina fa proseliti a pacchi.

Al contrario, i Colle hanno mantenuto la rotta ben salda, spingendo il loro stile sempre più avanti e dando vita a una proposta musicale che spicca per originalità. Pur non essendo un gruppo dalle liriche esplicitamente politiche, come i concittadini Assalti Frontali, i Colle der Fomento hanno elaborato una visione inconfondibilmente politica dell’esistenza, dove l’attitudine musicale si è trasformata in filosofia di vita, o meglio in una visione politica della vita sfaccettata e complessa.

In questo post ci si soffermerà proprio sull’analisi di un piccolo corpus di liriche che hanno come tema la città e la sua rappresentazione. Si lavorerà prima sulla rappresentazione della città in generale e in un secondo momento sulla rappresentazione della città di Roma.

Pioggia sempre nel Ghetto: la città come dispositivo

Nell’hip-hop e in generale in tutti i generi musicali “di strada”, la città ha un ruolo tematico di primo piano. Essa è la scenografia che fa da sfondo alle storie e ai racconti, ma anche un soggetto attivo, una compagna di vita. La città è perciò, allo stesso tempo, ambientazione e (co)protagonista: si vedano come esempi Tana 2000 (Club Dogo), Bolo by Night (Inoki), Napoli (99 Posse), Roma meticcia (Assalti Frontali).

Si comincerà questa breve analisi prendendo in esame una canzone tratta dall’ultimo album della band, Anima e ghiaccio (2007). La canzone è Pioggia sempre, la terza traccia del disco.

Il ritornello del pezzo in questione dice:

Questa gente cosa fa? / pioggia sempre sono qua / fredda e gelida città / ho perso gli anelli ma mi restano le dita

 La città appare fin da subito inserita in un’isotopia meteorologica (pioggia, freddo e gelo) e disforica. La strofa si apre con una domanda che chiama in causa un soggetto collettivo, la gente di cui l’io narrante si chiede “cosa fa?”. Segue un embrayage che colloca il simulacro dell’enunciazione (l’io narrante) in uno spazio imprecisato (“qua”) e in un tempo continuo. L’avverbio “sempre” infatti si riferisce tanto alla pioggia, che viene descritta come onnipresente (c’è pioggia sempre), quanto all’essere in un certo posto (sono sempre qua). Questo spazio viene identificato con la “fredda e gelida città”, nella quale all’io narrante, pur non avendo più orpelli (gli anelli), resta qualcosa di concreto (le dita).

Fin dal ritornello si vede come la città sia descritta come uno spazio che, pure essendo abitato, resta estraneo e sostanzialmente ostile.

Più avanti nella canzone infatti il testo recita:

mentre questa pioggia che non smette manda all’aria i miei discorsi / come pezzi sparsi in una città che stritola dove la gente rosica / e l’invidia che ti strangola dà vita ad altri scazzi / stanno tutti accomunati dal destino di fregarsi / come DeeMo tutti pazzi

 Affiora qui l’immagine della città come “giungla di cemento”, in cui vige la legge del più forte (il “destino di fregarsi”). Ma a cosa si deve questa situazione, cosa la provoca e quali ne sono le cause?

 E invece c’è chi arriva e te se fotte gli spazi / ha la faccia come il culo d’indignarsi se t’incazzi o sbrocchi / e intanto tira su palazzi a blocchi / ghiaccio negli occhi e pioggia sempre io sto a tocchi / troppi tornano corrosi o con i sogni corrotti da uno stato d’ipnosi che non sta / e troppo non sta e il conto non va mai in pari tra banchieri e palazzinari / hai pagato per il sole e t’hanno dato solo temporali / è una sensazione a pelle di presa per il culo perenne / eh già, è pioggia sempre

 Il testo individua nella speculazione edilizia una delle cause del disagio esistenziale (“hai pagato per il sole e t’hanno dato solo temporali”) vissuto dagli abitanti della città, sottoposti all’arbitrio di entità (banchieri e palazzinari) che ne determinano le vite e su cui non è possibile esercitare alcun controllo (la presa per il culo perenne).

Quelli della marginalità e della ghettizzazione, dell’urbanistica come dispositivo criminalizzante1 e identificante e dell’orgogliosa rivendicazione di appartenenza sono tutti temi che attraversano l’hip-hop e la sua storia musicale e culturale. Questi temi sono anche al centro di Ghetto Chic, la seconda traccia di Anima e ghiaccio.

La prima strofa della canzone, cantata da Masito, recita:

 La gente fa bla bla, io faccio bam bam sulla gente penso come glie sta, messa / la mia linea protesta rap industria deprezza / 5 dita per la vita e una matita tempesta / carico come in “Stop Al Panico”, panico! / chiuso come Jake sul ring ho il beat sul quale alito / stai bene così, per questo valico ogni limite zì, non c’è ostacolo qui / “te stai a fa er cinema”, io ho una linea più cinica / sputo su ogni infame che m’imita e stimola / rap graticola in bocca che apre la testa a una nuova porta / ma solo per chi l’ascolta è una svolta / e se è vero che veniamo da qui non può finire così, ghetto chic la rivolta / e non conta se sciali, conta solo se vali come una volta.

Anche in questo caso la canzone comincia con un embrayage enunciativo che ha come effetto quello di marcare una differenza tra il simulacro dell’enunciazione che si sta esprimendo e un soggetto collettivo non identificato (la gente). Questo soggetto collettivo è descritto come indolente (“la gente fa bla bla”) sostanzialmente incapace di agire e buono solo a parlare, al contrario dell’io narrante che agisce (“io faccio bam bam”) e, soprattutto, pensa.

Fin dalla prima rima, la canzone si inserisce perciò in quel filone di rivendicazione orgogliosa di appartenenza che si era individuato come uno dei temi che fanno riferimento alla tematica del “ghetto”. Ma appartenenza a cosa? Ce lo dicono le due rime successive, l’io narrante appartiene alla musica rap e al suo universo di valori e di impegno. Così va intesa la frase “la mia linea protesta / rap industria deprezza”, che parafrasando si può leggere come: “la mia condotta artistica si oppone all’industria del rap che ne tiene in poco conto il potenziale”.

La frase seguente serve a mostrare che il rap è cosa semplice: per farlo bastano 5 dita per stringere il microfono e una matita con cui scrivere le rime. Infine la citazione “carico come Stop al Panico” (Stop al panico è una storica canzone della posse bolognese Isola posse all stars) sottolinea come l’io narrante sia legato alla vecchia scuola del rap, che si vuole più autentica e genuina rispetto ad un presente corrotto dall’industria musicale.

Si osservi come nella strofa riportata sia presente un’isotopia del confine e del suo superamento, che si svolge lungo tutto il testo. L’io narrante si descrive col termine “chiuso” come un pugile sul ring2, con il beat3 come sola arma. È questa situazione di chiusura che lo spinge a valicare i limiti e a oltrepassare gli ostacoli (“per questo valico ogni limite zì, non c’è ostacolo qui”).

Ma in che modo è possibile farlo? La risposta è facile, è il rap il grimaldello con cui uscire dai limiti imposti all’io da quella gente dalla quale aspira a distinguersi (“rap graticola in bocca / che apre la testa a una nuova porta / ma solo per chi l’ascolta è una svolta”).

A questa strofa segue il ritornello:

 Ghetto Chic – massicci! / la linea di confine, me capisci zì? E se il ghetto è qui puoi confonderti, / non nasce niente dai diamanti qui / e i miei fratelli nella merda sono…

Il ritornello si apre con l’ossimoro “Ghetto Chic” a indicare, appunto, che l’appartenenza al ghetto è qualcosa da rivendicare positivamente e ritorna anche l’isotopia del confine, ma a questo punto dovrebbe ormai essere chiaro come l’immagine del ghetto qui funzioni come una metafora. Il ghetto, infatti, è un’articolazione urbanistica staccata dalla città, di cui pure è parte, e destinata a ospitare individui “devianti”. È su questo piano che si assiste a un rovesciamento: la devianza prodotta dal dispositivo urbanistico di esclusione viene rivendicata come fattore di identità che si esprime attraverso la musica e consente di rompere il dispositivo tracciando delle linee di fuga che portano al di fuori di esso.

Dunque, in questa veloce ricognizione su due canzoni dei Colle der Fomento è emersa una rappresentazione della città in cui questa, lungi dall’essere soltanto una scenografia, si apre alla dimensione esistenziale diventando un vero e proprio soggetto collettivo agito da una dialettica che oppone la periferia al centro. Ma la distinzione non è soltanto orizzontale, limitata agli spazi e alle articolazioni urbanistiche, diventa verticale (e se l’espressione non fosse politicamente troppo connotata da risultare in questo caso inservibile, verrebbe da dire “di classe”) quando si rivolge l’invito a valicare i limiti del ghetto, inteso come l’insieme dei dispositivi, fisici e mentali, in cui il potere ci permette di esistere, ma soltanto in sua funzione.

Sarà a partire da queste considerazioni che si proverà, in un secondo momento, ad analizzare la rappresentazione di Roma che i Colle der Fomento elaborano nella loro discografia.

Continua qui

1quartiere programmato / programmato pe’ reato”, cantano i 99 Posse nell’ultimo singolo Cattivi Guagliuni

2 Il Jake a cui si fa riferimento è il pugile Jake La Motta, detto il toro del Bronx – ancora un ghetto. Jake la Motta fu anche il primo alias di Danno, il membro della band che canta nella prima strofa.

3 La parola inglese beat, che significa ritmo o battito, viene mutuata dal gergo del jazz, dove indica la pulsazione ritmica di base (in battere), che caratterizza il metro musicale

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
Questa voce è stata pubblicata in Analisi, Musica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Questo nulla non ci annullerà: immagini della città nelle liriche dei Colle der Fomento 1/2

  1. “utilizzerò gli strumenti messi a disposizione dalla semiotica, ma se il tentativo avrà successo sarà il lettore a deciderlo” scrivevi nell’intro.
    Leggiamo cosa, io, lettore, ho deciso.

    Sei “partito” a scrivere da un concerto del Colle. Ti capisco. Ho passato il capodanno al Branca di Roma dove tra gli altri si esibivano Masito e Danno. Come ogni volta (questa era la decima esatta che li vedevo live) appena finito il concerto mi sono messo a ripensarci, ricordarne i momenti, segnarmi appunti sul taccuino (mentre nell’estenuante viaggio a piedi dal branca a termini io e la mia ragazza ci siamo dedicati a disquisizioni sul flow di Kaos!). Ogni loro concerto mi lascia qualcosa. Ogni loro concerto è diverso dal precedente. Proprio nella dimensione live il Colle manifesta a pieno la sua potenza e le potenzialità della musica rap. E mi/ti/ci viene voglia di condividere il tutto con tutti quelli che dell’hip hop hanno una visione stereotipata e fallace o comunque parziale. Questo tuo articolo restituice la complessità (pur rabbiosa, pur immediata) dietro i testi del Colle e potrebbe essere un consiglio di lettura proprio a coloro che sono indifferenti o critici verso questa musica e questa cultura, a volte semplicemente per poca conoscenza.
    E il taglio semiotico che hai dato da un lato rappresenta la dimostrazione di come si possa parlare di questa roba anche da un punto di vista accademico, dall’altro comporta il rischio di apparire schematici (rischio a mio avviso comune a tutti le analisi semiotiche non aperte a contaminazioni con altre discipline) dinanzi a una roba (l’hip hop, i testi rap) che ancora meno di altre dovrebbe essere schematizzata. La passione per questa musica che si legge tra le righe anche nella parte analitica e l’approccio interdisciplinare adottato, ti permette di schivare questi rischi e a cogliere a pieno uno dei tratti più interessanti delle liriche rap, il connubio delle stesse con le città da cui quelle liriche nascono. In attesa della seconda parte non aggiungo altro, suggerendo magari di non scartare la possibilità di soffermarsi oltre che sulla discografia del colle anche sulle canzoni degli altri gruppi citati (e ce ne sarebbero tante altre).
    Insomma, big up pe sto pezzone.

    PS: Simone akadanno riesce a farmi tifare faziosamente per lui. quindi se un giorno i miei appunti su di lui e sul Colle che tengo scarabocchiati in vecchi taccuini e in post-it (li ritroverò?) e in testa (sovverranno al momento giusto?) diverranno un qualcosa di compiuto, tirerò tutto l’adolescente rappuso che in me, sfanculeggiando la mia consueta tendenza ipercritica e semi postmoderna che mi porta a vivisezionare tutto e discernere sempre. a volte è giusto così😉 #daje

  2. El_Pinta ha detto:

    caro Onir lasciami innanzitutto esprimere l’invidia profonda che provo per il fatto che tu l’ultimo dell’anno eri al Branca a vederti tutto quel popò di ben di dio e fatti ringraziare per i complimenti.
    Ci sono tanti possibili piani di risposta e di dialogo a partire dal tuo commento e cercherò di mantenermi su quello più personale.
    Per me il concerto dei Colle è stato qualcosa di strano e intenso, di concerti ne ho visti un po’ ma pochi mi hanno lasciato qualcosa dentro. Quel concerto è stato uno di quelli che ti lasciano qualcosa, nel mio caso è stata la voglia di scrivere questo pezzo, di far girare gli ingranaggi del cervello. Eppure so che è una voglia che nasce prima della sera in cui li ho visti live, nasce nei tragitti in macchina e nelle serate delle settimane precedenti passate ad ascoltare e riascoltare Anima e Ghiaccio, Scienza Doppia H e Odio Pieno, come se avessi il bisogno di prepararmi per il concerto. Così ho cominciato a rendermi conto che nei testi del Colle alla tecnica si aggiunge una complessità che è cosa rara in un genere dove troppo spesso si finisce per sacrificare il senso alla forma, oppure ci si adagia su facili cliché buoni solo per questa stagione.
    Le citazioni, i riferimenti, le immagini evocate e la scelta delle parole, una formula unica capace di colpirti duro. Tutto questo l’ho ritrovato dal vivo e sarà anche che la sala era piena e sotto il palco praticamente si pogava (e per me che sono nato col punk hardcore questo conta eccome) ma per me l’emozione è stata incredibile.
    Quanto ai balbetti accademici con cui provo a cimentarmi, beh sono d’accordo con te sul fatto che la semiotica non possa vivere al di fuori di una rete di tensioni multidisciplinari, perché è grazie ad esse che il metodo di analisi può incidere sul serio oltre i limiti dell’oggetto analizzato e così è stato per molti degli amici e dei colleghi con cui ho condiviso certi percorsi…
    Quanto alla città, non sei il primo a segnalare come ci sarebbe lo spazio per un lavoro veramente esaustivo sul tema (chissà magari potrebbe esser un progetto da portare avanti a braccetto), per ora mi limiterò a lavorare sui Colle, in futuro chi può dirlo…alla prossima

  3. jumpinshark ha detto:

    Il piphop, pippone hip hop, prima parte mi è piaciuto molto. Spero ci farai presto leggere la seconda:) Tu, caro Flavio, sai perché lo scrivo… Ti conosco, so che hai intenzione di pubblicarlo verso Marzo 2014:)

  4. El_Pinta ha detto:

    La tua è solo una vile calunnia uomo che salta sugli squali!!! La seconda parte verrà resa pubblica al più tardi nel fiorile del terzo anno della rivoluzione😉

  5. Nexus ha detto:

    Ottimo. Bello.
    Quando uscì A&G con “RM Confidential”(2007) ripensai subito a “Il Cielo su Roma” (1999). Che grande differenza fra la Roma “de preti e de coatti” .. “dove se becco quarche amico ar giro ormai è solamente coincidenza” del 2007 e quella “de chi la vede pe la prima volta e ce se ‘nnamora”. Riprendendo la focalizzazione per ambiente, le due canzoni sembrano 2 location diverse, in 2 film di diverso genere.
    ***
    Poi c’è Artificial Kid…

  6. El_Pinta ha detto:

    Nexus ha anticipato la seconda parte di questo piccolo e modesto “studio” cha sarà dedicata proprio alle due canzoni citate, però a questo punto non anticipo nulla…

  7. Pingback: Questo nulla non ci annullerà: immagini della città nelle liriche dei Colle der Fomento 2/2 | La rotta per Itaca

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...