DIECI INEQUIVOCABILI SEGNI DELLA SCOMPARSA DELL’UMANITA’

Che cosa sono i dieci inequivocabili segni della scomparsa dell’umanità? Scoprilo qui

Questa di oggi è la puntata conclusiva della fortunata serie di post DIECI INEQUIVOCABILI SEGNI DELLA SCOMPARSA DELL’UMANITA’, curata dall’amica Claudia Boscolo. Sappiamo che la fine di questa rubrica lascerà un profondo vuoto nelle vite di tutti i nostri lettori, vi invitiamo pertanto a fare sentire la vostra voce per convincere l’autrice, sempre presa tra i suoi pensieri “troppo alti e scollegati”, a dare un seguito a questo spazio di riflessione e ricerca sui limiti e sulla caducità della nostra piccola e meschina esistenza. La rubrica è morta, lunga vita alla rubrica!

Colorate e prestigiose, le vitamine dei semidei

Tutte le vitamine dei semidei

di Claudia Boscolo

Questa storia è iniziata con i figli di Nettuno alle prese con la Quicksilver Pro New York Surf Competition che ha rischiato di non partire a causa dell’uragano Irene abbattutosi sulla costa est a inizio settembre. Alla fine, nonostante i semidei non abbiano potuto cavalcare lo tsunami e il festival Indie sia stato cancellato, la gara si è svolta regolarmente e con gran successo di pubblico. Uno show impressionante con un budget da favola e campioni accorsi a Long Beach da ogni angolo del mondo per competere fra di loro. Il vincitore, il ventunenne Owen Wright, ha battuto in finale il quasi quarantenne Kelly Slater, undici volte campione del mondo nonché uno degli uomini più belli del pianeta, protagonista della serie televisiva Bay Watch, grande frequentatore di donne spettacolari, e quindi semidio a tutti gli effetti. Le evoluzioni con la tavola di Slater e i suoi tunnel sono fra le imprese più memorabili di questo inizio secolo, così scarso di emozioni positive. Nella depressione dilagante propria di un decennio apertosi all’insegna della war on terror e conclusosi con una crisi finanziaria mai vista, fa impressione sapere che c’è ancora chi riesce a mettere insieme un gruzzolo di 300.000$ vincendo una gara di surf, come è accaduto a Wright, divertendosi un casino ed esprimendo al contempo il massimo della forma fisica a cui un essere umano possa mai aspirare. Il tutto senza causare danni e facendo tesoro unicamente di risorse messe a disposizione da mamma Gea o papà Poseidon.

O quasi. Risulta infatti straniante che lo sponsor principale della manifestazione sia la vitaminwater, acqua minerale potenziata con vitamine e minerali della Glacéau, marchio di proprietà della Coca-Cola. Passata alle cronache come uno dei più ridicoli bluff della storia dell’advertising quando il Center for Science in the Public Interest – associazione non-profit per la sicurezza dei consumatori con sede a Washington, nota per la sua crociata contro i soft drink – se ne è interessato, in quanto percepito dai consumatori come un prodotto sano e nutriente. Salvo che gli stessi avvocati della Coca-Cola hanno risposto davanti alla corte che “nessun consumatore avrebbe mai potuto essere portato a credere che vitaminwater sia una bevanda salutare”. Infatti, come ha ammesso il colosso del soft drink, l’acqua vitaminica contiene 23 gr di zucchero per 500ml di liquido, ed è stata dichiarata prodotto a rischio di obesità, nonostante contenga anche vitamine e sali minerali e sia pubblicizzata come acqua nutriente in grado di sostituire tutti gli elementi persi nella sudorazione durante lo sport. Si tratta quindi dell’ennesimo bisogno indotto i cui unici effetti sono di aumentare l’obesità e contribuire alla montagna di plastica a cui la pur fiorente industria indiana del riciclaggio, forte di manodopera massiccia costituita anche da bambini nella più grande bidonville del sub-continente, non riuscirà mai a far fronte. La Advertising Standards Authority in Inghilterra ha impedito che la Coca-Cola definisse pubblicamente nei manifesti pubblicitari la marca vitaminwater “nutriente”, visto che il termine si riferisce solo a elementi che nutrono effettivamente. Dopo l’azione legale della ASA, negli Stati Uniti un’altra associazione di consumatori ha riaperto il caso contro l’acqua zuccherata: la National Consumers League ha fatto causa alla multinazionale per avere sostenuto nella campagna pubblicitaria che l’acqua ha proprietà curative per l’influenza grazie al grande apporto di vitamina C. Alle reazioni feroci dei consumatori, l’ufficio legale della Coca-Cola ha continuato a rispondere che questa causa è ridicola, rincarando la dose con l’accusa che sia solo un pretesto per attrarre attenzione.

D’altronde, a parte l’arroganza della multinazionale, come dare torto alle argomentazioni portate davanti alla corte dagli avvocati? Come sottolinea anche il commentatore John Robbins, chiunque sa che per reidratarsi  e recuperare i sali minerali perduti con l’attività sportiva non è necessario assumere sostanze chimiche: è sufficiente mangiare una banana e spremere un limone in un po’ di acqua, e se l’acqua di casa fa proprio schifo, basta comprare un comunissimo filtro da applicare al rubinetto. Nonostante le due associazioni di consumatori e il garante per la pubblicità britannico abbiano tutte le ragioni di denunciare il caso, ci si chiede davvero per quale motivo larga parte della popolazione occidentale sia così attratta da qualsiasi cosa riporti la scritta “contiene vitamine” e sia venduto in confezioni di plastica, quando è risaputo che per levarsi la sete basta l’acqua e che il corpo prende le vitamine e i minerali di cui ha bisogno da un’alimentazione sana.
La maggior parte dei semidei, la cui caratteristica principale consiste nel divertirsi da matti compiendo imprese sportive che gli esseri umani medi possono solo commentare dal divano di casa bevendo birra, oltre a guadagnare una barca di soldi per la prestazione fisica, aggiunge al reddito cifre da capogiro derivanti dalla pubblicità di prodotti di cui non farebbe mai uso. Lo sport è divenuto una parte molto sostanziosa del mondo pubblicitario. Quando vediamo Serena Williams posare sul sito della Gatorade siamo portati a pensare che bere acqua colorata e zuccherata sia fondamentale per raggiungere quella forma fisica. Ma la realtà è quella che nessuno vuole vedere: solo pochi al mondo raggiungono quella prestanza e ci arrivano con uno spirito di sacrificio che voi che state leggendo non riuscite neppure a immaginare.
Nonostante il numero degli atleti professionisti nei soli Stati Uniti nel 2008 fosse di 16.500 e il rapporto sullo sport del Bureau of Labor Statistics indichi la professione come in crescita del 23% dal 2008 al 2018, le statistiche dicono che solo 1 atleta su 5000 ragazzi impegnati in attività sportiva a livello agonistico durante la scuola superiore diventa un atleta professionista. Arrivare a far parte di una squadra a livello nazionale o a competere in manifestazioni di richiamo internazionale come campionati o Olimpiadi richiede oltre al talento naturale – senza cui non si può nulla – doti di dedizione, una visione della vita e del corpo umano e un senso del sacrificio che l’umano medio con la sua routine scolastica e lavorativa non è in grado di quantificare. Significa attrarre l’attenzione di uno sponsor che fornisca le condizioni necessarie per allenarsi ogni giorno per un numero di ore impensabile, e giocare per vincere sempre. Significa essere dotati di uno spirito competitivo che non lascia spazio ad alcun tipo di dubbio personale o cedimento psicologico. Vuol dire avere nervi di ferro, autostima alle stelle e, cosa ancora più incredibile, non temere di esporsi al mondo che guarda e giudica ogni minimo spostamento del corpo, specie se questo implica anche lo spostamento di una palla o il superamento di una barriera fisica o ideale. Nelle gare sportive decimi di punto che possono determinare la vittoria vengono sottratti per un minimo spostamento d’aria che nella vita quotidiana dell’umano medio verrebbe scambiato per la vibrazione dell’aura di un dio, e che invece nell’agonismo viene deriso ferocemente.
Eppure l’irraggiungibile perfezione fisica che costituisce la dote principale di questi esseri umani perde forse più di un grammo della sua natura mitica, quando chi la possiede ne fa un utilizzo commerciale associandola a prodotti deleteri per la salute in cambio di vile denaro. Se oggi posare come testimonial per ogni genere di schifezza fa parte della routine delle star dello sport, quale futuro si può immaginare per l’umano medio che di norma a quarant’anni si sente già rottamabile anche senza peggiorare la situazione somministrandosi farlocche pozioni magiche sotto l’influenza negativa del campione di riferimento? Se l’influenza dei campioni è diventata negativa, senza più semidei né eroi ineccepibili, senza miti che non nascondano almeno un lato oscuro, dove si va? Senza fiducia nelle macchine che l’uomo crea per soddisfare i propri bisogni indotti e che finiscono invece per soppiantarlo, mentre lui diventa obeso credendo sinceramente, grazie a una pubblicità falsa e ingannevole, di allungarsi la vita grazie a sostanze benefiche, e nel contempo invidiando i pochi fortunatissimi che ce l’hanno fatta nello sport, è davvero possibile pensare che un giorno avremo un mondo migliore? Per come stanno le cose, nel giro di qualche decina di anni forse sarà difficile credere che continueremo ad avere un mondo. Anzi, vista la sovrabbondanza di segni di una fine imminente, di cui in queste dieci puntate non si è coperta che una minima parte, è meglio attrezzarsi a pensare che la fine è dietro l’angolo. E se così non è, appuntamento alla prossima Quiksilver Pro Surf Competition, ma senza vitaminwater please.

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Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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