DIECI INEQUIVOCABILI SEGNI DELLA SCOMPARSA DELL’UMANITA’

 Che cosa sono i dieci inequivocabili segni della scomparsa dell’umanità? Scoprilo qui

Un elementale dell'acqua

Cool Water.* Fenomenologia dell’acqua nello star system 

di Claudia Boscolo

Nei lontanissimi anni ‘90 a Londra se volevi essere veramente cool dovevi esibire una bottiglietta da mezzo litro di Evian. Codesto oggetto contenente il miracoloso liquido che ti manteneva forever young facendo al contempo sparire tutta la cellulite al modico prezzo di una sterlina (all’epoca l’equivalente di circa duemila lire, una follia), doveva spuntare casualmente dai cargo Muji o dalla tracolla Kangol. Solo così sapevi di essere veramente in. Oltre ai corsi di yoga obbligatori per wannabe Kate (Moss, non Middleton, che all’epoca combatteva ancora con l’apparecchio per i denti), nell’era del less is more, la bottiglietta di acqua da mezzo litro di marca francese guadagnò una popolarità impensabile per un non-prodotto.

Infatti, che prodotto sarebbe l’acqua? Con un corpo composto per più del 65% di acqua, l’essere umano ha necessità di reidratarsi varie volte al giorno consumandone quotidianamente da uno a sette litri, in proporzione alle dimensioni e all’attività sportiva che pratica. Non sostituire i liquidi persi dal corpo con acqua fresca significa morte sicura nel di giro di una decina di giorni al massimo. Significa anche che il facile accesso a fonti d’acqua pulita costituisce il problema principale dell’essere umano, superiore a quello del cibo e sicuramente a qualsiasi problema della sfera lavorativa e psicologica. Senza acqua non si dà vita: è così semplice. I primi insediamenti umani si formarono sulla base di due criteri: l’accesso all’acqua e le difese naturali da attacchi esterni. In una parola: sul mantenimento della pellaccia, che da che mondo è mondo è l’unica prerogativa dell’essere umano come di qualsiasi essere vivente sulla faccia del pianeta. Su questi due criteri si fondano le più importanti civiltà della storia dell’uomo: quella mesopotamica prende il nome dall’essere inclusa fra i due principali fiumi del Medio Oriente; quella egizia si fonda sullo sfruttamento del Nilo. Tutto l’Occidente basa la sua storia sulla vicinanza di vie d’acqua utilizzate per la vita e il commercio, e così l’Oriente. Il grande dramma dell’Africa nella nostra epoca non è tanto la scarsità di cibo quanto la carenza di acqua potabile. Secondo la rivista Nature, oggi l’80% della popolazione mondiale vive in zone in cui l’accesso all’acqua potabile è esposto a minacce dovute a questioni climatiche e a un’eccessiva speculazione sul territorio. A parte a Otsuka Norikazu, a nessuno verrebbe in mente di versare nel proprio corpo litri di liquido o cibo contaminato da sostanze tossiche o radiazioni nucleari. Questa banale constatazione ha una conseguenza diretta: in zone altamente industrializzate seminare il panico sulla cattiva qualità dell’acqua è facilissimo: basta insinuare che la falda sia inquinata e tutti correranno a comprare montagne di acqua in bottiglia. È la strategia comunicativa utilizzata dall’ufficio marketing dell’acqua Fiji, imbottigliata a Los Angeles e pubblicizzata con lo slogan “Fiji. Because It’s Not Bottled in Cleveland”. La pubblicità irritò a tal punto gli abitanti di Cleveland per aver rinnovato un vecchio stereotipo sulla cattiva qualità dell’acqua della città, che il dirigente dei servizi pubblici ordinò di far analizzare la famosa acqua in bottiglia e di confrontarla con le analisi di quella pubblica. Risultato: 6.31 microgrammi di arsenico per litro nell’acqua Fiji; nessuna quantità di arsenico misurabile nell’acqua pubblica. Il caso è stato citato da Annie Leonard nel suo celebre The Story of Bottled Water, una sintesi del processo produttivo dell’acqua in bottiglia dai nostri supermercati alle favelas indiane, dove molti trovano impiego nella fiorente industria del riciclaggio della plastica, e non solo adulti: nonostante di recente la Corte Suprema di Delhi abbia approvato le linee guida per il lavoro minorile in seguito alla lunga campagna di sensibilizzazione dell’attivista Junned Khan, sono ancora molti i bambini utilizzati nel settore.

Così, se nella seconda metà degli anni ‘90 era divenuto molto fico per le star dello showbiz farsi paparazzare con la bottiglietta da mezzo litro di Evian in evidenza (oppure di acqua Fiji negli Stati Uniti), visto che le suddette non brillano in dimostrazioni di particolare arguzia e le cause di cui si fanno promotori sono solitamente funzionali alla resa di un’immagine pulita e rassicurante, ci volle qualche anno prima che costoro scoprissero che le acque minerali di cui abusavano sono di proprietà di feroci multinazionali, le quali nel migliore dei casi mentono spudoratamente sulla provenienza dell’elisir commercializzato nelle costose fiale, opera di designer d’avanguardia. Da quel momento la cosa più uncool per una star è stata farsi fotografare con in mano la fetida bottiglia influenzando folle di fan.

Tuttavia, anche se le star ora cercano di ripulirsi l’immagine rinnegando la bottiglietta, l’acqua ha la memoria lunga, come sostiene il guru Masaru Emoto. Per quanto scafati siano i loro uffici stampa, le star fanno bene a guardarsi le spalle: potrebbe spuntare all’improvviso qualche cristallo incazzato in vena di rappresaglia. Se ne può dedurre che il destino dell’umanità è nelle mani degli uffici stampa delle star. Da cui consegue il nostro nono quesito sull’imminente scomparsa dell’umanità: se le assunzioni nei ruoli di addetto stampa delle star di riferimento della più potente massa critica del mondo, cioè la gioventù americana, avvengono grazie a rapporti coltivati nei party di Beverly Hills a base di sesso e coca, quanti neuroni esattamente ci separano dalla fine? Ma soprattutto: questi neuroni degli addetti stampa saranno in grado di sostenere gli estenuanti negoziati a cui i cristalli di acqua memori della recente cattività subita li sottoporranno? To be continued.

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Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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