Hold the fort for we are coming: recensione a One Big Union di Valerio Evangelisti

One injury to one is an injury to all

 

L’Ottocento fu un secolo di rivolta, di giustizia popolare sull’uscio della porta. Pronta ad entrare, in procinto di portare diritti, uguaglianza, terra e libertà per tutti.

99 Posse, Italia Spa

“Le storie non sono che asce di guerra da dissotterrare”, così scriveva Wu Ming a proposito dei racconti sulla resistenza da cui aveva preso vita il loro romanzo più spurio e particolare, l’oggetto narrativo che risponde al nome di Asce di Guerra e rappresenta uno dei primi, incerti, tentativi di “capitalizzazione narrativa” dell’archivio operato dal collettivo bolognese.

Le storie sono asce di guerra da dissotterrare… è la stessa cosa che viene in mente leggendo l’ultima fatica di Valerio Evangelisti, One Big Union, e non solo per la vicinanza personale, politica e teorica che unisce Evangelisti a Wu Ming, ma anche e soprattutto perché, per me e per chi ha la mia età (almeno credo), la storia degli wobblies e del sindacalismo rivoluzionario americano è una storia dimenticata e sepolta, che questo romanzo ha il merito di riproporre. Un merito ancora più grande se si considera che stiamo vivendo un periodo in cui, con il pretesto di una crisi economica generata dagli stessi principi teorici a cui si fa riferimento per tentare risolverla, stiamo assistendo al culmine di quell’attacco, cominciato ormai quasi trent’anni fa, alle conquiste ottenute da oltre cent’anni di lotte operaie.

Ma anche perché riporta l’attenzione sulla natura inevitabilmente internazionalista dei movimenti operai che in troppe occasioni finisce per essere stritolata da un utilitarismo di natura geopolitica che alla lotta di classe sostituisce una rappresentazione orizzontale del conflitto basata su criteri di appartenenza nazionale o razziale.

La storia del sindacalismo rivoluzionario americano è una storia lunga, che nasce alla fine dell’Ottocento nelle società segrete di muto soccorso, in cui videro la luce i primi tentativi di autorganizzazione operaia, sfociati poi nei sindacati di categoria ed evolutisi, infine, negli Industrial Workers of the World, l’organizzazione che più di ogni altra si rivolse agli “esclusi del progresso”, lontana dagli opportunismi dei sindacati di categoria e dalle velleità politiche del partito socialista. Quella degli IWW fu un’esperienza complessa e articolata, caratterizzata da una sviluppata coscienza della necessità di un sindacato che organizzasse e coordinasse i lavoratori in tutti i settori della produzione, in modo da aumentare il potenziale conflittuale e rivendicativo nei confronti del padronato. Da est a ovest, da nord a sud, i militanti degli IWW furono presenti ovunque vi furono rivendicazioni radicali portando insieme a loro una notevole capacità organizzativa, sviluppando nuove pratiche di resistenza e militanza, infiammando i cuori e le menti dei lavoratori con la forza esplosiva di idee chiare e semplici.

Furono anche protagonisti di duri e spesso sanguinosi scontri con i provocatori prezzolati e le forze della repressione capitalista, perché se si può individuare una delle caratteristiche più evidenti dei movimenti sociali americani, questa è certo la violenza e la tenacia con cui sono stati repressi e la loro memoria cancellata e non c’è da stupirsi che un nucleo duro e organizzato di conflitto sociale nel cuore del Capitalismo facesse tremare le vene ai polsi dei padroni e dei politici.

Tuttavia la violenza della repressione dei movimenti, che è stata anche repressione della memoria dei movimenti stessi, sta alla base della radicalità espressa da tutti i movimenti nati negli Stati Uniti, i quali non avendo alcun riferimento storico consolidato a cui guardare per organizzare le lotte sono stati costretti a reinventare di volta in volta le loro pratiche di resistenza e di opposizione al sistema, esprimendo in questa dinamica una radicalità che presenta sostanziali differenze con quella espressa in Europa, dove la storia dei movimenti appare maggiormente caratterizzata de continuità ed eredità pesanti e, a volte, vincolanti in termini di pratiche, retoriche e apparati iconografici.

È questa la storia che Evangelisti ci fa attraversare con gli occhi dell’immigrato irlandese Robert Coates, spia e picchiatore prima per conto dell’agenzia Furlong, poi per conto dell’agenzia Burns (dalle cui articolazioni con le istituzioni nascerà il Federal Bureau of Investigation), che insieme alla famosa agenzia Pinkerton contribuirono in maniera decisiva alla repressione del movimento sindacale americano.

Ne deriva un corposo noir storico debitore in parte all’opera di James Ellroy (e non sempre questo è un bene) in cui il tema della solitudine della spia viene declinato in opposizione alla natura sociale dell’esperienza del sindacalismo, fatta di condivisione (delle lotte, degli spazi, del cibo, delle idee, delle canzoni, ecc.).

Songbook

Forse è proprio questa l’ascia di guerra che questo libro ci permette di sotterrare, la consapevolezza che ogni la lotta per il progresso o contro il tentativo di sottrarci quanto ci siamo conquistati non può che nascere dalla e nella dimensione del comune, poiché oggi come allora e sempre “an injury to one is an injury to all”.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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