Diari canadesi #1

Michele Barbaro, il nostro biografo maledetto, quest’autunno è volato a Montreal (Canada). Questa che segue è la prima puntata del suo diario d’oltreoceano, che potrete seguire da oggi su La rotta per Itaca.

di Michele Barbaro

IMPRESSIONI

La Poutine. Oltre essere il piatto tradizionale Quebecois è il punto di partenza perfetto per questo resoconto soggettivo che andrò via via compilando durante il mio soggiorno canadese.

Dunque Poutine; non lo scopro certo io che per conoscere e rintracciare l’identità di un popolo la prima cosa da fare è sedersi a tavola e ordinare quello che di più tradizionale c’è nel menù.

Così ho fatto, il risultato? Una grassa signora mi porta un piatto colmo di patate fritte, coperte da una super-salsa America! e formaggio fuso cheddar.

Ora, una terra nella quale uno dei piatti tradizionali è di fatto un vassoio di patate fritte, stuzzica assai la mente di un viaggiatore Vieille-Europe. È quindi questa L’America? Forse è anche questo. Di sicuro la Poutine rappresenta il primo indizio della caccia al tesoro.

La settimana scorsa mi è capitato di fare un viaggio con gente simpatica per le strade dell’Ontario. Direzione Niagara Falls, che in chilometri si traduce 1500 A/R. On the road, come la migliore tradione beat-pop-yanke-ok insegna. Passando per motel e uova pancetta e patate per colazione, siamo arrivati alle cascate. Tutto tanto bello, ma questo ora poco importa. Quello che interessa è il contorno. Bene, se le cascate impressionano, stupiscono i grattacieli colorati, i casinò e centri-commerciali che circondano la massa d’acqua che cade. Che sembra quasi che il fiume si sia sbagliato a passare per di là. Ma poca scelta aveva.

Durante questo viaggio, con enorme interesse guardavo fuori dal finestrino. E quello che vedevo, la dove non vedevo una natura prepotentemente bella, era una presenza dell’uomo quale mai mi è capitato di vedere in Europa (Premessa:Che dio mi salvi da qualunque analisi etno-socio-antropologica, non ne sono all’altezza).

L’impressione è che nessun paese, qui, abbia una struttura abitativa che possa essere ricondotta a quelle che i miei occhi sono abituati a vedere. Una casa qui e una là, a conquistare una porzione di terra selvaggia per volta. Case fatte di legno, tanto fragili ai miei occhi. E neon. Neon di tutti i colori, ogni cosa illuminata da neon. Praterie sterminate, boschi di aceri e abeti, e neon.

Una ragazza francese che ho conosciuto, mi ha fatto notare come la maggior parte dei Quebecois con i quali ci si intrattiene a parlare, non perde occasione per ricordarti la propria origine europea, francese, italiana, russa, che sia. Vero, penso io. L’identità di questo popolo mi è ancora vaga, l’accento terribilmente inglese con il quale parlano il francese (lingua ufficiale) confonde non poco le idee. Popolo di mille popoli, le fitte e complesse trame che la genetica ha annodato nelle terre d’America crea potenzialità e incontri imprevedibili: Nativi Irochesi e portoghesi hanno prodotto un ottimo giocatore di scacchi, irlandesi e russi, un ebreo ortodosso amico di amici, un vietnamita e una francese sono i genitori di un ragazzo che mi ospita. Sangue nuovo e giovane, mi viene detto.

Stupito dalla sincera gentilezza con cui gli abitanti di Montréal mi hanno accolto, ho chiesto ad un ragazzo di qui se questo è normale. La risposta sagace che mi ha dato è questa: “abituati a 5 mesi di inverno gelido, quando si può amiamo incontrarci e stare assieme”. Si perché, da quanto ho capito, il clima qui condiziona davvero ogni momento della vita sociale. La gente va ripentendomi: “The winter is Coming” (che sembra “Game of thrones”). E in effetti, le temperature si stanno abbassando velocemente, ora siamo a -5 di media, ma la gente mi assicura che presto arriverà il freddo quello vero.

COLORI

Non è mia intenzione esimermi da ciò che le circostanze mi offrono. Ecco perché alle impressioni aggiungo i Colori, frammenti di vita canadese, sicuramente più privati, che credo possano offrire una lettura più autentica di quello che accade da questa parte dell’oceano. Ed, abusando del mezzo pubblico, tengo aggiornati tutti gli amici che vogliono sapere come me la passo.

Arrivato da due giorni, cammino curioso per le vie di Montréal. Passo di fronte ad un parchetto, il retro di una scuola. Ragazzi giocano ad Hockey per strada. Decido di fermarmi e fumarmi una sigaretta. Mentre questi giocano e si picchiano forte, io guardo e mi diverto. Incuriositi dalla mia presenza, quando gli ripasso la palla che è arrivata ai miei piedi, mi chiedono se voglio giocare con loro. “Pourquoi pas?” dico io, li avverto della mia totale inesperienza, decidono di mettermi in porta. Questo vuol dire, mettersi un casco, un parapetto, dei paragambe, guanti che non ho ancora capito come si usano, parabraccia e altra roba, che non so come si chiama. Bene, sembro un robot, e sto in porta. Con la mazza non ci azzecco nulla, ma con i piedi qualcosa paro.

Mi diverto e si divertono. Mi danno appuntamento alla Domenica successiva. La Domenica successiva sono tornato. Questa volta ho giocato fuori, non ho fatto schifo, ma abbiamo perso. Poi è arrivato il buio. Cappucci tirati su e mazze da Hockey sulle spalle, mentre ce ne andiamo, uno di loro fa una foto e dice che siamo funky-fresh, dice.

Ho ufficialmente trovato il bar che sognavo da una vita. Il caffè Pi, rue Saint Laurent, è il sogno di una vita. Il ritrovo della Montréal scacchistica, di fronte ad una tazza di the caldo. Luogo d’idillio.

Se non fosse che la Montréal scacchistica è popolata da una quantità impressionante di tipi fuori come capanne. E che qui si scommette a soldi su ogni cosa.

Un esempio su tutti: sto facendo una partita lampo con un vecchio signore cileno, che tutti chiamano “Maestro”. Ci osserva, un grasso ebreo ortodosso. La partita finisce per il tempo. Ho vinto. Il signore Cileno, dice che però aveva una posizione vincente. Io, non volendo contraddire il “Maestro” annuisco, l’ebreo accanto a me, no. Dice che avrei comunque vinto io. A questo punto il cileno si incazza forte, e scommette 10 dollari che avrebbe vinto quel finale di partita contro l’ebreo.

L’ebreo non li vuole cacciare i soldi, e allora il cileno gli dice di uscire, e di risolvere i problemi fuori. Escono, urlano, rientrano, ognuno per la sua strada. Dopo mezz’ora bevono insieme del vino ungherese.

A Gennaio parteciperò al “Training Camp” della squadra di soccer della mia università. Si chiamano i Carabins, hanno la divisa blu, e hanno le cheer-leaders.

Oggi ho parlato con il Coach della squadra, un tale Pat Raymondo, che ha studiato il calcio in Europa. Mi ha detto che adesso sono fermi, a gennaio faranno i provini per le nuove leve. Sembra interessato a me, in qualità di giocatore italiano, quattro volte campioni del mondo, e grazie.

All’interno dell’Università c’è il bar dei Carabin, con poster, magliette, fotografie appese. Ai tavoli ci sono i giocatori delle varie discipline. Football, Hockey, su tutte. Le ragazze guardano con ammirazione gli eroi sportivi dell’università.

Questa voce è stata pubblicata in Diari canadesi, Esteri e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

8 risposte a Diari canadesi #1

  1. matteo ha detto:

    belli questi frammenti di Canada….
    la scena dell’ebreo ortodosso e del cileno me la sono gustata….dal vivo dev’essere stata molto spassosa….
    ciao Michele, buon soggiorno

  2. michelebarbaro ha detto:

    Grazie mille. Sarà che mi piace incontrare gente stramba, ma qui ce n’è un bastimento. Se questi frammenti, riuscissero a restituire un decimo di quello che si percepisce, sarei soddisfatto.
    Ti ringrazio ancora per i complimenti.
    Ciao

  3. Valentina Agnesone ha detto:

    ciao miki!! è con stupore ed emozione che leggo qte parole.. cosa ti ha portato in canada? per quanto resterai? è un secolo che non ci vediamo ma è bello avere tue notizie! ti mando un abbraccio da parte di tutta la grande famiglia agnesone!

  4. michelebarbaro ha detto:

    Ciao Valentina! ma che piacere! Ho vinto una borsa di studio, e resterò un anno a Montréal. Sono qui da una ventina di giorni. Sto molto bene, ti ringrazio molto per i complimenti e perchè hai scritto! Se amo molto viaggiare è anche per colpa di un vecchio magazzino pieno di cianfrusaglie indiane che vedevo quando ero piccolo! Davvero, un grosso abbraccio a te e a tutta la grande famiglia. Tu lavori ancora con i mosaici?
    Un bacio, Sono molto felice che tu abbia scritto,
    grazie
    ciao ciao

  5. andrea ribolla ha detto:

    Piacevole sorriso…Le ritorno un pugno e le consiglio di continuare con l’ Hockey,,,Un abbraccio

  6. Daniele ha detto:

    Vai cosi mikyyyyyyyyyy, conquista l’america per noi. nel frattempo se riusciamo ci attrezziamo per raggiungerti … ci sentiamo presto e mi raccomando: FAI IL BRAVO HIHIHIHIH

  7. michelebarbaro ha detto:

    cari andrea e daniele, innanzitutto vi ringrazio e saluto.
    sono ben lieto di sapere che il pugno che mi auspicavo arrivasse al ribolla, sia di fatto arrivato. Qui si sta un gran bene, e tu che ci fai a Bologna?

    Dani, io ti aspetto sempre, se vieni, facciamo il casino!

  8. Steno ha detto:

    Che bello Michi!
    In bocca al lupo per tutto!!!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...