Identità e comunità: su un doppio riflesso in Treme

di Flavio Pintarelli

La serialità tele-visiva contemporanea si è affermata come una delle forme di narrazione più interessanti degli ultimi anni. Può suonare strano a chi, abituato alla pochezza del duopolio televisivo italiano, ha imparato a concepire la fiction televisiva “a puntate” come semplice specchio deformante di una realtà che si vorrebbe liscia, anestetizzata e consolatoria.

Tuttavia, osservando il mediascape con curiosità intellettuale e senza pregiudizi teorici, ci si accorgerà che, sia in Italia sia all’estero, la serialità tele-visiva ha saputo produrre opere capaci di innovare il linguaggio e di incontrare la realtà, quella ruvida, agitata e complessa.

L’immagine che accompagna questo scritto è tratta dal primo episodio della seconda stagione di Treme (S02E01 Accentuate the positive), serie televisiva scritta da David Simon e Eric Overmayer. La serie, ambientata nella New Orleans del dopo Katrina, racconta attraverso le vite dei suoi personaggi il lento processo di riappropriazione della città da parte della comunità dei suoi cittadini. Oltre che essere uno straordinario esempio di televisione civile, Treme è un’intensa e profonda riflessione sul valore e l’importanza della ritualità nella vita delle comunità, in particolare quelle colpite da traumi di ampia portata storica, inserendosi in questo modo in quella riflessione sul trauma che è il tema dominante nella cultura americana dei primi anni del nuovo millennio.

L’immagine che verrà analizzata consentirà di far emergere alcuni degli elementi su cui l’opera di Simon e Overmayer costruisce la propria riflessione.

Nell’immagine è ritratta Sofia (India Ennega), la figlia adolescente di Toni (Melissa Leo) e Creighton (John Goodman). Quest’ultimo si è suicidato nella prima serie, lasciando la moglie e la figlia senza alcuna apparente spiegazione del suo ultimo, estremo gesto. La scena da cui è tratto questo fermo immagine è la prima della seconda serie in cui appare il personaggio di Sofia, ed interessante osservare il modo in cui quest’ultima viene mostrata. L’immagine appare infatti fratturata: nella parte destra dell’inquadratura si scorgono i capelli della ragazza, al centro campeggia il monitor del portatile con cui Sofia sta registrando un video e che ci rimanda il suo volto ripreso frontalmente, sulla sinistra Sofia appare riflessa dallo specchio.

Ci si trova qui di fronte a quella che Gilles Deleuze definisce un’immagine-cristallo, cioè un immagine in cui il reale ed il virtuale sono coalescenti, entro la quale si compie “l’operazione fondamentale del tempo: dato che il passato non si forma dopo il presente che esso è stato, ma contemporaneamente, il tempo deve in ogni istante sdoppiarsi in presente e passato, differenti per natura uno dall’altro o, ed è lo stesso, deve sdoppiare il presente in due direzioni eterogenee, di cui una si slancia verso l’avvenire e l’altra ricade nel passato”1.

Il presente di Sofia si trova dunque all’incrocio tra il suo passato ed il suo futuro: dove il primo è rappresentato dallo schermo del portatile che rimanda il video che la ragazza sta registrando. Nella prima stagione, infatti, il padre di Sofia usava You Tube per diffondere dei video in cui denunciava lo stato di abbandono in cui versava la città. Anche la figlia, nella seconda stagione, userà lo stesso sistema, per dare sfogo alla sua rabbia. Il futuro è invece rappresentato dallo specchio che riflette l’immagine della ragazza e sembra guardarla negli occhi, laddove, invece, l’immagine sullo schermo pare rivolgersi direttamente allo spettatore con una sorta di sguardo in macchina.

Tanto lo specchio che il computer sono dispositivi attraverso cui si negozia la propria identità sulla base di un atto di riconoscimento. Sofia si trova dunque nella situazione di dover negoziare la sua identità nel momento del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, presa tra il retaggio del padre ed un futuro incerto tutto da costruire.

Allargando lo sguardo ci si rende conto che nella vicenda di Sofia si riverbera l’intera vicenda della città. Anch’essa sospesa in un presente d’emergenza che si affaccia sul retaggio culturale di un passato glorioso e sulle incognite di un futuro di cui ancora non si intravedono i tratti.

È su questo sfondo che va collocata l’attenzione che gli autori riservano alla ritualità della comunità ed ai suoi riti di passaggio, in quanto questi contribuiscono a restituire al tempo quella direzionalità che l’emergenza aveva radicalmente sconvolto ed allo stesso tempo impediscono al passato di scivolare nell’oblio, trasportandolo nel futuro che si sta costruendo.

Informazioni su El_Pinta

Semiologo dilettante, spettatore ostinato, saggista crossmediale, teorico poststrutturalista.
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6 risposte a Identità e comunità: su un doppio riflesso in Treme

  1. jumpinshark ha detto:

    Bella lettura, e incidentalmente perfetta per questo giorno di commemorazione di Deleuze.
    Solo un appunto: mi sembra che in Treme Sofia mimi l’indignazione del padre su New Orleans, insomma “sfoga la sua rabbia” per la perdita del padre _impersonandolo_ nello “specchio virtuale” YT.

  2. El_Pinta ha detto:

    Un appunto molto corretto, che specifica meglio quello che cercavo di dire. Nel passaggio dall’infanzia (prima stagione) all’adolescenza (seconda stagione) Sofia si trova presa tra il fantasma del padre, che impersona su YT mimandone la rabbia, ed un’identità tutta da costruire (lo stesso jumpinshark mi faceva notare in altra sede come un riferimento a Differenza e ripetizione sarebbe stato appropriato in questo caso). Non per niente nella seconda serie assumerà tutta una gamma di posture e atteggiamenti di “rottura” che sono un il segno di una coazione a ripetere dagli esiti potenzialmente tragici (la droga come baratro in cui cadere)

  3. massicov ha detto:

    Diversi teorici dell’immagine ed estetologici invocano, da qualche tempo, il necessario ritorno ad un’etica delle immagini, come spartiacque tra le macerie del post-moderno e il necessario ritorno alla realtà. Discorsi che, il linea di principio e in termini generali, sono condivisibili. Il problema nasce quando bisogna fornire degli esempi che non siano solo mere applicazioni della teoria o della profezia!
    L’inquadratura che Flavio analizza è un modello analitico in cui diversi formati dell’immagine mediatica entrano in contatto, facendo collidere diverse temporalità. Si tratta di un’immagine cristallo in cui è centrale la dimensione intermediale. Le temporalità e non i formati, le forme e non i loro contenitori, sopravvivono. Il dialogo intermediale amplifica le possibilità del montaggio mentre della rimediazione non resta che il meccanico e abusato travaso di un formato nell’altro.
    Gli effetti prodotti fuoriescono dai margini del singolo formato e della specifica inquadratura per tematizzare i modelli di costruzione di una memoria collettiva che continuamente devono negoziare la loro presa sul corpo sociale.

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