Ongaku no susume #8

     di Stefano Palmieri

Parlando con una mia amica scrittrice qualche tempo fa di libri e arte in generale mi disse che questo sarebbe stato l’anno dei sobborghi e dei teenager. All’inizio non è che ci credessi più di tanto, anche perché diciamocelo, chi di noi leggerebbe un libro su polluzioni notturne e quant’altro. Poi, piano piano, le sue previsioni cominciarono ad avverarsi.

Gli Arcade Fire pubblicarono a fine 2010 un album intitolato appunto Suburbs, accolto benissimo sia dalla critica che dal grande pubblico; la ABC lancia una serie tv chiamata (tanto per cambiare) Suburgatory che racconta le vicende di una sedicenne trasferitasi col padre dal centro di New York City alla periferia. Questi sono solo due esempi, tanto per citarne alcuni, ma la lista potrebbe essere benissimo più lunga e corposa. Tanto per restare nel tema e  nei nostri confini nazionali, potremmo citare il caso di Silvia Avallone che con il suo primo romanzo Acciaio si è classificata prima al Premio Campiello nella categoria Opera Prima e seconda al Premio Strega sempre nel 2010. Acciaio racconta la vita di una ragazzina adolescente fra i casermoni di via Stalingrado a Piombino, stretta tra la morsa della propria insicurezza e il corpo che improvvisamente sta cambiando e incomincia a esplodere sotto i vestitini, in un posto dove alternative non si vedono neanche all’orizzonte. Inutile dire che il romanzo abbia avuto un notevole successo commerciale, tanto che nel 2011 diventerà un film con la regia di Stefano Mordini (chiunque esso sia). Siamo senza dubbio di fronte ad una moda bella e buona, ad un trend, di cui è difficile attribuire la paternità; se è frutto cioè di scelte di mercato o invece il mercato sia stato influenzato esso stesso da alcune opere che hanno fatto da battistrada. Sinceramente non saprei risolvere questo problema, nè credo di essere la persona adatta a poter dare una risposta. Fatto sta che usa come direbbe un altro mio amico.

Perché tutto questo preambolo sulle periferie e sui teenager? Perché il 18 Ottobre la Domino Records, leggendaria etichetta indipendente inglese, ha pubblicato il secondo disco dei Real Estate che si inserisce perfettamente nel discorso affrontato prima. I Real Estate sono una band del New Jersey e la scelta del loro nome non è del tutto casuale (real estate per chi non lo sapesse vuol dire bene immobiliare o giù di lì), è infatti un tributo ai sobborghi abbandonati dove hanno trascorso l’adolescenza e si sono incontrati. Tre dei quattro componenti del gruppo si sono conosciuti appunto durante il liceo, e attraverso la loro musica vogliono rievocare quelle atmosfere melanconiche e nostaligiche della giovinezza, di quel lasso di tempo che tutti noi abbiamo attraversato e sappiamo cosa significa. Ma torniamo a noi: il disco in questione si chiama Days ed è stato registrato con l’aiuto di Kevin McMahon (già produttore di Titus Andronicus e di The Walkmen). E’ un miscuglio di tante cose e tante influenze, un minestrone musicale omogeneo come una zuppa. Per farvi capire meglio, è come se prendessimo un disco dei Beach Boys e lo impastassimo con un po’ di garage, un pizzico di pop, delle chitarre floreali, tanto per non farci mancare nulla, e tanto romanticismo che serve appunto per mascherare un’alienante malinconia. “It’s like easygoing-type music”,  ha dichiarato Martin Courtney (cantante e chitarrista del gruppo nonchè autore della maggior parte dei testi). “Everybody’s parents like it. Everyone can dig it.”  Il disco è composto da dieci tracce e all’ascolto sono tutte di una leggerezza sconfortante, come l’etere. Tutti gli strumenti nuotano assieme armonicamente, conferendo all’album un’architettura liquida ma allo stesso tempo equilibrata. Cortney inoltre è maturato tantissimo come autore, e riesce a catturare e cantare momenti di adolescenza molto forti emotivamente con cristallina precisione chirurgica. Ha anche dichiarato di aver scritto la maggior parte dei brani di Days tutti al mattino e precisamente appena sveglio, quando la promessa di un nuovo giorno è ancora nella sua forma più pura. Uno dei miei pezzi preferiti è It’ real (quello linkato su) singolo principale del disco. E’ un brano d’ammore (l’ho scritto appositamente così, non è un errore di battitura) : “Sometimes I feel like I don’t know the deal/ But when I tell you how I feel/ Believe me when I say it’s real”. Non è per niente complesso né intellettualoide, ed è questo che lo rende potente ed emozionante.

Questa voce è stata pubblicata in Musica, Ongaku no susume, Uncategorized e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Ongaku no susume #8

  1. nonsense ha detto:

    ti scongiuro.. ti prego.. evita i “quant’altro”… senza potrei anche dire che scrivi decentemente, ma cosi’….

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...