Gli scacchi non sono poesia 2

di Michele Barbaro

Il bianco matta in due

Tra saper muovere i pezzi e giocare a scacchi c’è un universo di mezzo. Le regole, relativamente semplici (vedi insegnare a muovere il cavallo, sic!), una volta apprese, sono sufficienti per poter disputare una partita legale. Questo però non vuol dire giocare a scacchi. L’universo che vi è nel mezzo, per sua stessa natura è infinito.

Gioco di dominio, di terribile violenza, gli scacchi insegnano l’ineluttabilità della logica. Ci sono maestri con cui avrò disputato forse più di 300 partite con i quali non ho mai vinto. Il sistema chiuso degli scacchi non è vincolante. Partendo da una situazione paritaria, in cui entrambi i giocatori conoscono le regole, il dominio della scacchiera spetta a quello dei due che ne governa visceralmente i segreti.

Lo strumento di analisi adeguato, come detto altrove, è la logica, non è la lirica. Ecco perché ci rivolgiamo a John Von Neuaman (matematico) e Oskar Morgenstern (economista) per rintracciare il carattere di questo gioco. I due hanno scrittoTheory of Games and Economic Behavior(1944), libro magico che studia e sistematizza i vari tipi di giochi (questo libro è molto di più, ma occorrerebbe parlare di un altro universo).

Ecco, quindi, gli insiemi, descritti nel libro, entro cui si posiziona il gioco degli scacchi.

#GIOCO AD INFORMAZIONE COMPLETA

Per gioco ad informazione completa si intende un gioco nel quale tutti i giocatori conoscono tutte le regole. Questo è il principio necessario ma non sufficiente per poter giocare. Limitarsi ad avere una conoscenza completa non è sufficiente per poter giocare, al più si sanno muovere i pezzi.

#GIOCO AD INFORMAZIONE PERFETTA

Un gioco ad informazione perfetta è un gioco in cui non vi è fortuna. Gli scacchi sono (al contrario del Poker per esempio, per cui, pur conoscendo tutte le regole, non si conosce perfettamente il contesto attuale in cui si gioca) un gioco lucido. Un gioco perfetto implica una sequenza. Un gioco perfetto esclude la fortuna. Nel momento in cui la conoscenza di quanto accaduto e quanto può accadere è perfettamente rintracciabile, non c’è cediglia che tenga, l’abilità e la forza sono univoche, merito o colpa sono ineluttabilmente responsabilità di chi muove.

#GIOCO FINITO

Parlare del carattere finito degli scacchi, vuol dire parlare dell’ancestrale conflitto fra macchine e uomini. Gli scacchi sono un gioco finito poiché il numero possibile di situazioni che si possono verificare sulla scacchiera è finito. Numero immensamente grande ma finito. In virtù di questa logica costatazione si può facilmente dedurre che una conoscenza perfetta (della perfezione propria di Dio) implicherebbe una partita perfetta. Partita nella quale il bianco, avendo il vantaggio del tratto sappia scegliere la mossa migliore, arrivando infine alla vittoria. Vittoria logica, asettica. O che ad ogni mossa perfetta del bianco corrisponda un’altrettanta impeccabile mossa del nero, e quindi una partita patta. Quale che sia la risposta, nessun uomo è in grado di calcolare una somma così vasta di dati. Forse lo sarà la macchina, prima o poi. Ora la macchina, col bianco batte l’uomo, col nero patta. La superiorità della macchina sull’uomo è evidente. Ma la macchina è ancora lontana da quella perfezione propria di Dio.

#GIOCO A SOMMA ZERO

Dietro ad una regola tanto semplice, per cui, negli scacchi alla vittoria di uno corrisponde la sconfitta dell’altro, oppure che entrambi non vincano ne perdano contemporaneamente, si cela il carattere più spietato del gioco. Nel momento in cui la vittoria di uno coincide con la sconfitta dell’altro, ogni mossa che procura guadagno coincide con uno svantaggio in più per il nemico.

Non c’è mediazione, non c’è compromesso e pace. Il piano dell’uno mira inevitabilmente alla distruzione del piano dell’altro. Sono solito immaginarmi una partita a scacchi come la lotta di due uomini, in una cella divisa da un muro mobile, costretti a spingere questa parete, fino a schiacciare a morte l’altro. Ogni metro guadagnato è un vitale metro perso dall’altro, ogni metro guadagnato segna l’inesorabile sconfitta dell’altro.

Gli scacchi sono lotta, lotta mortale, insegnava Emanuel Lasker, il più longevo campione del mondo del gioco.

Questi sono i caratteri primari del gioco degli scacchi. É evidente che non è possibile mentire alla scacchiera.

L’abilità nel gioco è abilità logica, scientifica, asettica. Quante partite, nelle quali credevo di aver un piano brillante si sono dimostrate boria e ingenuità.

Ecco che la fortuna non mi ha mai assistito, e le sconfitte cocenti non potevo che attribuirle a miei errori, così come le vittorie ai miei meriti. Meriti sempre relativi, perché di fatto un merito negli scacchi non è altro che un errore in meno commesso rispetto all’avversario.

Ecco che la macchina, implacabile, in pochi secondi di analisi, smonta una partita, o una combinazione per la quale avevo passato ore a riflettere.

Ecco che il maestro, pur giocando al mio stesso gioco, mi costringe, mi obbliga continuamente nel mio piccolo metro di spazio, e presto diventerò poltiglia.

Lezione terribile che insegnano gli scacchi: la disciplina e l’applicazione regalano le vittorie, la fantasia no.

Ma forse non tutto è perduto.

Dice un detto: “il Backgamon è il gioco dell’uomo contro il fato, gli Scacchi il gioco dell’uomo contro un altro uomo, il Go il gioco dell’uomo contro se stesso.”

Ecco che le ragioni inequivocabili della logica, cedono di nuovo il passo all’uomo, umano troppo umano.

Gli scacchi sono il gioco tra due individui. Se l’analisi non può prescindere dalla valutazione geometrica, il carattere della sfida non non può prescindere dalla competizione tra uomini.

Orgoglio e vergogna sono peculiarità dell’uomo. La sfida, il conflitto, esaltano questi caratteri, gli scacchi li sublimano.

Ogni analisi posticcia dei dati, di fatto è conseguente allo scontro tra menti, fra individui; e forse tra personalità.

Ogni partita conserva una storia, e se il rigore assoluto dell’algebra condanna il gioco alla scienza, ogni conflitto fra due individui preserva la relatività necessaria e sufficiente per poter annichilire o essere annichiliti dall’altro in una partita, sempre fortunatamente contingente.

Così pensando a Emanuel Lasker, cannibale della scacchiera per vent’anni, penso a Nietzsche che lo ha ispirato sia nel gioco che nella teoria (Lasker ha scritto diversi trattati filosofici), e pensando a Nietzsche penso al suo oscuro maestro Max Stirner, che così urlava nel suo libro nero come la notte:

Tu hai il diritto di essere ciò che hai il potere di essere.”

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